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Posted by on domenica, settembre 15, 2019 in Casoretto e dintorni, Politica | 0 comments

Il Ritorno del Giustiziere

Werner Fugazza dormiva saporitamente. Grazie a una leggera cena a base di zampetti di rana fritti al tamarindo, stava facendo splendidi sogni. Si trovava al Papeete Beach di Milano Marittima ed era Giudice Unico con Privilegio di Manomorta al Concorso Miss Chiappe Sode 2019. La fila delle aspiranti era lunghissima, e tutte offrivano generosamente il fondoschiena alle esperte mani di Werner. Quando ebbe finito di tastare l’ultima concorrente, costei si voltò improvvisamente. Werner sbiancò: la ragazza era un uomo robusto con barba e baffi, peli in abbondanza, un vistoso crocifisso al collo.

“Cos’ho fatto?!? Ho tastato il culo a un uomo sessuale! Sono contaminato, devo andare a lavarmi le mani!”, gridò Werner disperato, come cercando di uscire dal sogno che si stava trasformando in un incubo.

“Bacioni, Werner! Non mi riconosci? Sono il tuo Capitano!” disse l’uomo sorridendo.

“Sei Javier Zanetti???” si stupì Werner, “ti ricordavo più magro e quella barbetta non ti dona, si vede che stare alla scrivania ti fa male”.

“Ma che Javier! Sono Matteo …”

“Politano??? E da quando Conte ti ha dato la fascia?'”

A sentire quell’infausto cognome di cinque lettere, l’uomo divenne viola con sfumature marroni. Poi si calmò. “Macché Politano, sono milanista!” E girò su sé stesso vorticosamente. Ora non era più in costume da bagno, ma indossava una felpa verde con la scritta GENIO GUASTATORI.

Werner si inginocchiò. “Ora ti riconosco! O Capitano! Mio Capitano!”.

Capitan Matteo rifilò a Werner un’affettuosa pacca sul coppino. “Mi hanno riferito che hai battuto la fiacca ultimamente, Fugazza. Il blog che racconta le tue imprese tace da poco più di un anno”.

“Chiedo venia, Capitano, ma sapendo che Tu vegli sui tuoi sessanta milioni di figli, instancabile come un mediano di spinta, avevo pensato di riposarmi un po’ e godermi i semplici piaceri del pettegolezzo di quartiere e della buona tavola”.

“Non ti rimprovero per questo, ma ora sai che le Forze Oscure del Buonismo in Agguato mi hanno fatto le scarpe. Coloro che intingevano con me il pane nella Nutella mi hanno tradito e mi costringono a una lunga traversata nel Deserto dell’Opposizione”.

“E io che c’entro? Non vado neanche a votare, ho bruciato il certificato elettorale più di vent’anni fa, dandone da mangiare le ceneri al mio cagnetto di allora, l’indimenticabile Pistone.”

Ma Capitan Matteo non lo ascoltava. “Non ho più il Viminale e i corpi di polizia a disposizione, Fugazza. Devi essere tu – e quelli come te, dal Casoretto al Pigneto, dal Manzanarre al Reno, ad assicurare la giustizia e il decoro, difendendo gli italiani dal degrado, dagli zingari, dai culattoni, dai musulmani, dai negri e dai centri sociali.”

“Anche dai terùn?”

“Massì, anche dai terùn”, concesse il Capitano, “fino a nuovo ordine.”

Werner Fugazza si drizzò in tutta la sua possanza. “Sono pronto! Da domattina il Casoretto tornerà a conoscere il Giustiziere di via Falloppio, da troppo tempo inattivo! Non ti deluderò, Capitano!”

“Ritornerò!” promise solennemente il Capitano stendendo la sua mano benedicente. Poi scomparve, circonfuso in un alone di luce, mentre nell’aria si dispiegava il soave odore dell’ossobuco al mojito.

Tutto emozionato, Werner Fugazza tornò a dormire e ben presto si riaddormentò, sognando eroiche imprese e sublimi pulizie etniche.

Nell’appartamento accanto, improvvisamente, l’ansible dell’ingegner Scannabue si mise a lampeggiare, segnalando un’Interferenza nella Forza …

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Posted by on sabato, settembre 14, 2019 in Fede, Wurstel | 0 comments

Ma guarda che mi tocca fare

A Napoli si fa facilmente indigestione, non solo di cibo, ma anche di arte. Al Museo Nazionale di Capodimonte, che si trova in un quartiere sopraelevato un tempo chiamato I Vergini, si può passare la giornata a nutrirsi di capolavori. E a forza di guardarli, ci si fanno strane domande.

Prendiamo ad esempio il quadro qui riprodotto. Si chiama Eterno tra cherubini e testa di Madonna, ed è la prima opera documentata di Raffaello Sanzio, allora diciassettenne (1500), realizzata in collaborazione con Evangelista da Pian di Meleto (1460-1529), assistente della bottega di suo padre Giovanni Santi.  Ma quel che c’è a Capodimonte è in realtà solo un frammento di un’opera più grande: la Pala Baronci, realizzata per la chiesa di Sant’Agostino a Città di Castello. Chiamata anche Pala del Beato Nicola da Tolentino, l’opera – che comprendeva anche scene di vita e miracoli del suddetto Beato – venne gravemente danneggiata da un terremoto nel 1789 e sezionata. Alcuni pezzi andarono smarriti, altri dipersi tra varie destinazioni: a Detroit ci sono gli imperdibili San Nicola da Tolentino resuscita due colombe e San Nicola da Tolentino soccorre un ragazzo che annega, a Brescia e al Louvre due angeli, a Pisa San Nicola da Tolentino e gli impiccati.

Così, a Napoli rimane questa parte del puzzle, dove il Padreterno e la Madonna tengono in mano due corone, mentre una terza si sporge dal nulla in basso a destra (doveva essere retta da Sant’Agostino). Il Creatore dell’Universo, la Madre del Salvatore e un illustre teologo ci si mettono in tre, quindi, per incoronare Nicola da Tolentino. Cosa difficile da visualizzare, a meno che l’illustre agostiniano (al secolo Nicola di Compagnone, 1245 – 1305) non fosse dotato di tre teste come Cerbero, o non le intendesse tenere in equilibrio una sopra l’altra (è un miracolo anche questo). Quando abbiamo visto il quadro, però, questi dettagli non li sapevamo, e siamo rimasti stupiti e affascinati dalle espressioni facciali del Padreterno, della Madonna e dei quattro Cherubini. A parte il cherubino più vicino a Maria, quello in basso a sinistra, che socchiude la bocca e sgrana gli occhi in segno di stupore, gli altri personaggi, se li guardate bene, ci dicono tutt’altro. Due cherubini sembrano letteralmente schifati, un terzo depresso. La Madonna guarda nel vuoto come a dire facciamo in fretta che ci ho di meglio da fare, e il Padreterno chiude gli occhi e storce la bocca, sembra stia pensando ma chi me l’ha fatto fare.

Mi sono chiesta, confrontandomi anche con mio marito: forse siamo noi postmoderni che non riusciamo più a decifrare il lunguaggio della pittura di secoli fa? Forse nella fisiognomica di allora, dove noi leggiamo noia e schifo, allora si leggeva serietà e compunzione? Come quei quadri di Santi e Sante in estasi che ora ci paiono sotto l’effetto di metanfetamine ma allora avevano sicuramente una connotazione mistica? Gli esperti d’arte attribuiscono a Raffaello il volto della Vergine, e quello dell’Eterno al più anziano – ma sicuramente meno raffinato – Evangelista, il che può spiegare qualcosa, ma non tutto. O – chissà – la noia che traspare dal volto del Padre è un messaggio volontario di Evangelista da Pian di Meleto, che ha trasmesso ai posteri il proprio stato d’animo. Forse i rapporti in bottega non erano poi così idilliaci e l’esperto assistente non gradiva di dovere affiancare in posizione subordinata – con la prospettiva di essere soppiantato – il talentuoso rampollo diciassettenne del padrone, e ce l’ha fatto capire ritraendosi in quel Padreterno arrabbiato per essere stato distratto dal suo lavoro quotidiano (magari stava creando un buco nero), per andare a incoronare un agostiniano patito della verginità e dei panini.

(Per capire quest’ultima allusione, andatevi a vedere su Wikipedia la biografia di Nicola da Tolentino)…

https://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_da_Tolentino

 

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Posted by on domenica, settembre 8, 2019 in Arti Marziali | 0 comments

Social Fight Club

Da assidua praticante di arti marziali, qualche volta mi illudo che Facebook debba funzionare come un dojo. Regole precise, volontà di migliorare e migliorarsi, autocontrollo, intervento di persone autorevoli se le situazioni degenerano, soprattutto rispetto per tutte e tutti, specialmente gli avversari. La realtà è che funziona più come un Fight Club di periferia, dove la gente va per il gusto di menare, sfogarsi, tirare colpi bassi là dove più male. Purtroppo succede non solo con gli haters o i troll di professione, ma ancvhe tra i “nostri”. Molti amano atteggiarsi a custodi di un rigidissimo codice di correttezza politico – linguistica che poi sono i primi a violare. Basta un fraintendimento e subito piovono le peggiori accuse. E i fraintendimenti sono facili perché uno magari scrive in fretta, e soprattutto non ci si vede in faccia, quindi non c’è l’ausilio della gestualità o della prossemica. Eppure, prima di sparare a zero, basterebbe un messaggio in privato per chiedere chiarimenti. In alternativa, vale sempre la regola di pensarci dieci volte prima di scrivere, e di evitare di puntare il ditino su ogni minuzia.

Anche perché, ragazzi, lasciatevelo dire: volete fare il Fight Club, ma non siete belli come Brad Pitt.

 

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Posted by on sabato, settembre 7, 2019 in Streghe | 0 comments

Io me ne impipo

Io me ne impipo, ma non me ne frego (fregarsene sarebbe da fascisti). Io me ne impipo di come si vestono le altre donne, e anche gli uomini. Sono affari loro, se hanno un minimo di buon gusto devono capire da sole/i la differenza tra formale e informale. Io me ne impipo di quelle donne che mi guardano male perché ho sempre scarpe supercomode. Poverette, spendono un sacco di energia, che potrebbero impiegare a fare qualcosa di più carino per loro stesse: una passeggiata, un caffè con le amiche, semplicemente un’ora di meditazione o di ozio. Io me ne impipo di chi perde tempo – e lo fa perdere agli altri – su questioni di lana caprina. Tutta questa frivolezza dimentica i veri problemi del paese, i punti nevralgici su cui dobbiamo batterci: la disoccupazione, la perdita di potere d’acquisto dei salari, la fuga di cervelli, il razzismo, l’inquinamento. Io me ne impipo se il vesto che porta un’altra donna è firmato o no, se le sta bene o le sta male. E’ un problema suo.

Io me ne impipo di quelle donne che si mettono dalla parte degli uomini, così per principio, e di quegli uomini che dovrebbero badare a cose più serie. Io me ne impipo anche di tutte queste polemiche, Facebook lo uso per comunicare con amici e amiche, per tenermi informata su iniziative che mi interessano, per vedermi qualche bel video. Io me ne impipo, e campo meglio.

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Posted by on domenica, settembre 1, 2019 in Pillole di Blog | 0 comments

Via dalla pazza frolla

Fin dalla prima mattina a Napoli, ho scelto per la colazione al bar (presso la rinomata pasticceria – pizzeria Mazz di via dei Tribunali) un dolce classico della zona: la sfogliatella. Come spesso accade nelle tradizioni popolari, la tipica sfogliatella napoletana non sarebbe nata a Napoli, bensì a Conca dei Marini, sulla costiera amalfitana, nel convento di clausura di Santa Rosa. Dice la leggenda che un giorno di 400 anni fa, la suora che si occupava della cucina, per non buttare la semola avanzata cotta nel latte, ci aggiunse un po’ di frutta secca, zucchero e liquore al limone. “Potrebbe essere un ripieno“, disse. Allora preparò due sfoglie di pasta, diede a quella superiore una forma ‘a cappuccio di monaco’ e vi sistemò il ripieno. Il pasticciere Pasquale Pintauro, che aveva una bottega in via Toledo (il Corso Buenos Aires di Napoli, con meno auto e più chiese barocche), ai primi dell’Ottocento venne in possesso della ricetta di quella che era chiamata la Santarosa, e la modificò eliminando la protuberanza superiore a cappuccio di monaco. Nacque così la sfogliatella, la “riccia”, a forma di conchiglia triangolare e nella sua versione più nota. Personalmente, preferisco l’altra versione, la “frolla”, meno grassa. In sintesi, la riccia è di forma triangolare ed è formata da croccantissimi strati di pasta sfoglia, mentre la frolla è di forma tondeggiante ed è fatta con pasta frolla soffice e deliziosa. Il ripieno è identico per entrambe le varianti ed è composto da 250 gr. di ricotta, 150 gr. di semolino, 150 gr. di canditi misti, 150 gr. di zucchero a velo, un uovo, una goccia di essenza di vaniglia ed un pizzico di cannella in polvere.

Un sito partenopeo offre le ricette, per chi gradisse cimentarsi. Per la preparazione del ripieno, occorre far bollire in una casseruola mezzo litro d’acqua e versarvi il semolino a pioggia e mescolare. Fatto raffreddare il semolino lo si pone in una terrina, mischiandolo alla ricotta, all’uovo, allo zucchero a velo, ai canditi e agli aromi. Far riposare il composto in frigo.

Per la sfogliatella frolla preparare la pasta frolla con 500 gr. di farina, 200 gr. di strutto e 200 gr. di zucchero e 3 uova. Dopo averla fatta riposare sistemarla su una spianatoia e con l’aiuto di una tazzina o di un tagliapasta otterrete dei dischi uguali. Al centro di ognuno ponete il ripieno e copritelo con uno uguale, posizionarle su una placca da forno e cuocere a 180° per circa 15-20 minuti. In seguito spolverare con zucchero a velo.

Per la sfogliatella riccia, bisogna preparare la pasta sfoglia, con 400 gr. di farina, 150 gr. di burro e 50 gr. di zucchero semolato, un pizzico di sale e un pò d’acqua sufficiente ad avere un composto elastico e sodo. Dividerlo in 4 sfoglie e sovrapporle, arrotolandole. Tagliare delle fette larghe 1 cm ed ognuna piegarla ‘a cappuccio’, spingendola con le dita, nella quale va riposto il ripieno. Adagiare le sfogliatelle su una teglia da forno e cuocere a 200° per 20 minuti, poi a 180° per altri 20 minuti ed infine a 160° per 10 minuti. Servire cosparse con zucchero a velo. Attenzione a non scottarsi, che la sfoglia è calda ma il ripieno è rovente.

Mentre io ho pasteggiato a sfogliatelle fin da subito, finendo dopo vari esperimenti per privilegiare la frolla, mio marito ha fatto il milanese fino alla penultima mattina, rimanendo fedele al milanesissimo cappuccino con brioche. Qui la brioche la chiamano croissant alla francese, non cornetto come nel Centro Italia, forse perché a Napoli il cornetto ha funzioni apotropaiche e non alimentari (combatte la jella, non la fame mattutina).

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