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Posted by on giovedì, maggio 24, 2018 in Streghe | 0 comments

L’albero

Una mia zia aveva una situazione familiare abbastanza complicata. C’erano di mezzo matrimoni successivi, sia suoi che dell’ultimo marito, figli di primo e secondo letto, cuginanze incrociate, e così via. Una parente della zia aveva cercato di spiegarmi i complicati intrecci, a voce – allora non c’erano le presentazioni in PowerPoint – durante un pranzo di nozze. Mamma mia, come si fa a orientarsi?

Lei rispose: Eh sì, ci vuole l’albero ginecologico.

Dovetti fare un grande sforzo per non ridere. Chi dice che ai matrimoni ci si annoia?

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Posted by on martedì, maggio 22, 2018 in Wurstel | 0 comments

Giovannino e i pisani

Non c’è solo un Pascoli morbosamente cattolico – punitivo, evocatore di schiere di vergini o di feti che accompagnano l’agonia: c’è anche un Pascoli bucolico, che idealizza la vita di campagna come un Paradiso perduto. Un esempio è la serie di poemetti dedicata alla vita e e al lavoro di una famiglia di contadini di Barga, con personaggi che, come nelle serie televisive, ricorrono da una composizione all’altra (Dore, Rosa, Viola, Rigo, il cane Po …). Poemetti dai titoli come L’alba, Nei campo, Il bucato, Accestisce, riuniti in sezioni come La sementa, L’accestire, La fiorita, La mietitura.

Tra buoni sentimenti, paesaggi campestri, lavoro duro senza che alcuno si lamenti o si stressi, casti sguardi tra giovani, non mancano versi indimenticabili come Or essi / siedono su la porca assai contenti. Qui va precisato che la porca non è una maiala – su cui sarebbe difficoltoso sedere contenti – ma una “striscia di terreno compresa tra due solchi”.

Ancora più enigmatico l’inizio della poesia Accestisce. Il titolo è la terza persona singolare del verbo accestire, che significa arricchirsi di steli alla base del fusto formando un cesto (roba che succede normalmente alle piante erbacee come il grano, difficile che capiti di dire a uno Non accestire quando sei a tavola).

Il poemetto è in terzine dantesche, e la prima suona così: Egli parlava, e vennero i pisani / presero Dore, adagio, su le braccia / Vi si riporterà, gente, domani!

Sappiamo che Dore è il più piccolo della famiglia. Ma che c’entrano i pisani? Leggendo alla lettera, sembrerebbe che “i pisani” a portino via il povero Dore, mentre un non ben precisato “Egli” parla, promettendo beffardamente di restituirlo ai suoi cari il giorno dopo. Dobbiamo pensare a faide tra comuni, visto che Barga è in provincia di Lucca e tra lucchesi e pisani non corre buon sangue? (Anche Dante Alighieri, contro i pisani, ci andava giù pesante). Il curatore dei Grandi Libri Garzanti, dalla cui edizione attingo, mette in nota che l’Egli che parla è il Capofamiglia, mentre per vennero i pisani spiega lo dicono le mamme quando i loro figli hanno sonno.

Un vero peccato che di tale detto – compulsando i motori di ricerca – non si trovi altro riscontro che il poemetto stesso. Forse il detto faceva parte dell’intimo Lessico familiare del clan Pascoli? A me questo “e vennero i pisani”, ricorda le vecchie vignette del Vernacoliere, mensile satirico prodotto a Livorno dove i pisani fan regolarmente la figura dei contadini un po’ stolidi, o il trucido proverbio Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio.

Forse l’Eden di Pascoli nasconde un’oscura guerra etnica tra pisani e lucchesi, dove non si arretra neanche di fronte al rapimento di bambini?

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Posted by on domenica, maggio 20, 2018 in Pillole di Blog, Politica | 0 comments

Paranoid

Per paranoia si intende una psicosi caratterizzata da un delirio cronico, basato su un sistema di convinzioni, principalmente a tema persecutorio, non corrispondenti alla realtà. Questo sistema di convinzioni si manifesta sovente nel contesto di capacità cognitive e razionali altrimenti integre. (Tra l’altro, in greco si pronuncia parànoia).

Fin qui la definizione di Wikipedia: nella mia generazione, il termine aveva altre accezioni. Poteva essere legato all’uso di droghe, o era legato a uno stato depressivo conflitttuale. Indimenticabile Eptadone, la canzone degli Skiantos dove il solista esordisce dicendo Ragazzi, sono in para dura. Si diceva anche Quest’esame è stato una paranoia dall’inizio alla fine. Risalgono agli anni Ottanta, invece, due episodi gustosi.

Il primo era successo a una mia coinquilina, ai tempi del precariato, Cettina, che l’anno prima aveva condiviso lo spazio e l’affitto con una laureata in Lettere classiche, ragazza raffinata che usava solo termini dotti. Insegnava alle serali e si lamentava perché sul percorso casa -scuola incontrava sempre una “peripatetica” (non nel senso di seguace di Aristotele). La mia amica Cettina era passata da quelle parti pure lei, una sera, e aveva visto la peripatetica. Ma, non avendo fatto il Classico, non padroneggiava altrettanto bene i termini greci, e mi aveva raccontato così: Sai, l’ho vista anch’io la paranoica.

Sempre in quegli anni, ricordo una vecchia signora “bene”che mi capitava di frequentare, molto benestante ma dalla cultura parecchio approssimativa. Una sera si era lamentata con me perché non funzionava più l’antenna paranoica. A me scappò detto: La prossima volta, invece del tecnico della TV, chiamiamo lo psichiatra. La signora non capì.

Wikipedia ci ricorda che anche le persone che aderiscono alle cosiddette “teorie del complotto” sono definibili come paranoiche. Se nel mitico Sessantotto volevamo l’immaginazione al potere, pazientiamo pochi giorni e avremo la paranoia al potere.

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Posted by on sabato, maggio 19, 2018 in Wurstel | 0 comments

Giovannino e l’etera

Pascoli era un grande studioso di greco e latino, ma nei suoi componimenti rimpallozzava tutto a modo suo, mettendoci un moralismo da piagnisteo, da far venire i sensi di colpa anche ai più scafati agnostici. Infatti, da bravo passivo – aggressivo (ricordiamoci la gelosia verso le sorelle), riusciva ad essere morbosamente truce. Tipico esempio, nella raccolta Poemi conviviali, la poesia L’etera.

Una poesia per addetti ai lavori; io l’ho studiata per il mio concorso di abilitazione all’insegnamento, ormai tanto tempo fa, quando per passare di ruolo non c’erano piattaforme informatiche, competenze e “compiti di realtà”. Una poesia estremamente triste e menagramo, come ci aspettiamo dal Nostro.

Le etere, nell’antica Grecia, erano escort d’alto bordo, che avevano la possibilità di studiare, cosa negata alla maggior parte delle donne, sia di buona famiglia che del popolo. Già possiamo attenderci che si tratti di una puttanata …

Myrrhine, la protagonista del poemetto, muore all’improvviso ancora giovane e bella, non si sa perché, e la sua anima si attarda a contemplare quello schianto di corpo appena lasciato. Com’è costume pascoliano, compare un essere vivente che batte le ali: ma non si tratta del solito uccello, bensì di una falena, simbolo della caducità della bellezza e dell’amore. Accanto al sepolcro di Myrrhine passa un gruppo di ex-clienti, che sfodera tutta una serie di cattiverie verso la defunta: solo il più anziano dice con rimpianto che la ragazza cambiava oro con rame. Certi maschi non si smentiscono mai.

Ultimo della schiera dei clienti, Eveno, che tenta di forzare il sarcofago per vedere il corpo dell’etera un’ultima volta, ma scorgendone il fantasma, fa ricadere il coperchio del sarcofago e fugge spaventato. Peggio della Notte dei morti viventi.

Myrrhine cerca la via dell’Ade, e si rivolge a due anime “perbene”: una fanciulla pura e una madre di famiglie. Queste, scandalizzate dalla peccaminosità dell’etera, le rispondono a monosillabi. Qui Pascoli introduce a forza nel contesto greco (dove le anime – dell’eroe come della canaglia – avevano tutte lo stesso destino) una forte dose di perbenismo cattolico, scordandosi di Gesù che non allontanava, ma anzi cercava peccatori e prostitute.

Subito dopo, sfreccia davanti all’etera l’anima di Eveno, morto nel frattempo, non si capisce perché (si è suicidato per il dolore? o per lo spavento è caduto in un dirupo?), che trova solo il tempo di dirle Ho fretta. Ma il meglio deve ancora venire. Nel prato antistante l’ingresso dell’Ade, l’etera scorge delle ombre esili. Sono i figli che lei ha abortito, e tengono in mano la cicuta e la segala (erbe che si usavano per favorire l’aborto).

E venne a loro Myrrhine, e gl’infanti / lattei, rugosi, lei vedendo, un grido / diedero, smorto e gracile, e gettando / i tristi fiori, corsero coi guizzi, / via delle gambe e delle lunghe braccia / pendule e flosce;  (…) tali i figli morti / avanti ancor di nascere, i cacciati / prima d’uscire a domandar pietà.

Alla fine, vengono tutti inghiottiti dall’Ade.

Non c’è che dire, un pezzo di bravura che sarebbe piaciuto ad Adinolfi e ai più beceri esponenti del Movimento per la Vita, che ogni tanto tornano a farsi vivi attaccando la legge 194. Per fortuna che è gente che legge poco …

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Posted by on martedì, maggio 15, 2018 in Pillole di Blog | 0 comments

Stampatori e Visconti

Qualche mese fa ho rivisto uno sceneggiato della mia gioventù, Marco Visconti, di Antongiulio Majano, tratto da un romanzo dell’Ottocento di Tommaso Grossi. Tra i motivi di fascino dello sceneggiato c’era anche l’ambientazione, in un vero castello medievale. Questo castello si trova in provincia di Cremona, a Soncino (una settantina di chilometri da Milano), una buona tappa per una gita fuori porta: ci sono stata sabato scorso con mio marito e due amiche (tra l’altro, nello stesso castello hanno girato un altro film affascinante, Ladyhawke). La cittadina è proprio piccola: oltre alla rocca ci sono due – tre belle chiese. Soprattutto, a Soncino, alla fine del XV secolo, venne realizzata la prima Bibbia ebraica completa a stampa. Una vecchia casa trecentesca, dove, secondo la tradizione, viveva una famiglia di stampatori ebrei aschenaziti, ora ospita un piccolo museo. Qui un simpatico custode vi accoglie ripercorrendo la storia della stampa e degli ebrei soncinesi: nel prezzo del biglietto è compresa una pagina incisa col torchio, che riporta la prima pagina della Genesi col racconto della Creazione. Un comodo biglietto cumulativo di 5 euro consente di vedere la rocca, la casa degli stampatori e altro. Direi che sono cinque euro ben spesi: nella zona, poi, si mangia anche bene.

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