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Posted by on sabato, novembre 20, 2021 in Pillole di Blog | 0 comments

Nanobusiness

Conoscevo una donna che mi stava piuttosto antipatica. La pandemia ha diviso, per fortuna, le nostre strade. Ogni tanto la vado a cercare sui social e seguo, per maligna curiosità, la sua involuzione ideologica da generica New Age a perfetta complottara, rigorosamente anti-vaccini e contro il Green Pass. Ora pratica massaggio sportivo/decontratturante e riflessologia cinese (con fattura). Ha cominciato anche a postare video promozionali in cui magnifica le virtù di un prodotto di cui non sospettavo l’esistenza, i kit di protezione dal 5G a base di nanoprocessori.  A quanto pare, è un business molto di successo in certi giri complottisti.  Già da cinque anni fa furore “il primo nanoprocessore made in Lombardia”, un adesivo di 16 millimetri con bottoncino rosso che si applica sullo smartphone e scherma le radiazioni maligne (disponibile anche nei colori della vostra squadra del cuore). Si possono anche portare attaccati con una spilla da balia a una collanina (essendo muniti di apposito foro), “nella testa” e persino sotto i piedi, nei calzini o attaccati con lo scotch. Per soprammercato, la mia conoscente spaccia anche una crema con delle qualità particolari, che fa non dico lo stesso effetto dei nanoprocessori ma quasi. Il kit contiene anche dei cerotti (che si applicano nelle restanti parti del corpo) e promette non solo protezione ma anche forza muscolare. Che dire? Il mondo è bello perché vario e c’è gente che per opporsi a una tecnologia di cui non sa nulla (5G) si affida ciecamente a un’altra tecnologia di cui sa altrettanto, cioè niente. Per metterla sul fantasy, una bella battaglia tra i nanopromessori e i loro storici avversari, gli elfoprocessori.

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Posted by on sabato, ottobre 30, 2021 in Scuola e dintorni |

Il nostro modulo quotidiano

Da un mese chi ha a che fare con la scuola ha appreso l’esistenza di un’altra sigla: FISI. Una volta tanto, non si tratta di un acronimo inventato dal Ministero o da qualche preside zelante. FISI sta per Federazione Italiana dei Sindacati Intercategoriali, sindacato con sede a Eboli. Nella segreteria di tale organizzazione si annoverano un medico antivaccinista (Pasquale Bacco) e un militante di Casa Pound (Dario Giacomini), quindi potete immaginare quanto mi stiano simpatici. Costoro hanno indetto in rapida successione non uno, ma due scioperi generali nazionali a oltranza (dal 15 al 20 ottobre, poi dal 21 al 31) contro il Green Pass, la Dittatura Sanitaria e simili. Nonostante la scarsa rappresentatività del FISI (pare che al primo sciopero abbiano aderito meno dello 0,89% degli insegnanti) la dirigenza della mia scuola ha preso la minaccia molto sul serio. Così ben due volte abbiamo ricevuto una circolare che ci chiedeva di preavvisare se avremmo aderito o meno all’agitazione, con relativo modulo Google.

Ma non è bastato: ogni mattina prima delle otto ci arriva una mail che invita alla compilazione di un ulteriore modulo per dimostrare che siamo presenti a scuola. Cosa che – essendo le lezioni in presenza – potrebbe essere riscontrabile molto più facilmente alzando le chiappe e controllando se i docenti sono nelle rispettive classi, o consultando il registro elettronico (che ci richiede la firma digitale ad ogni lezione). E così la colazione in famiglia si è arricchita di un nuovo rito: dopo il caffelatte, la preghiera mattutina e il controllo dei social network, ecco la compilazione del modulo. A quanto pare, nella nostra scuola non vale la presunzione di innocenza: se dimentichi di compilare il modulo, rischi la trattenuta per sciopero anche se, tra portineria, sala professori e studenti, decine di persone ti hanno visto entrare e fare il tuo dovere.

Se la FISI non indirà nuove agitazioni (nel frattempo queste due sono già state dichiarate illegittime dalla Commissione di Garanzia) nel mese di novembre diremo addio ai moduli Google. Non posso dire che ne sentirò la mancanza.

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Posted by on domenica, ottobre 17, 2021 in Wurstel |

Nozze ad Asheville

In attesa di rientrare in Italia per le vacanze natalizie, mia figlia Arianna si sta godendo un weekend lungo nel North Carolina, per assistere al matrimonio di un’amica. Il lieto avvenimento ha luogo ad Asheville,  nella contea di Buscombe. Con i suoi 92.000 abitanti circa, è – secondo Wikipedia – “la città più grande del North Carolina Occidentale, e continua a crescere” (immobiliaristi milanesi, dimenticatevi lo stadio di San Siro e gli affari sugli ex scali ferroviari: il Nuovo Continente vi chiama!).

Deve il suo nome ad un tale Samuel Ashe, proprietario di schiavi (tra i quali gli antenati di Arthur Ashe, il primo tennista nero a vincere sia Wimbledon che gli US Open). Molto pratico, perché nel caso – auspicabile – di un abbattimento dei simboli dello schiavismo, non ci sarebbe bisogno neanche di cambiare nome alla città. Asheville è nota altresì per essere il luogo di nascita dello scrittore Thomas Wolfe (da non confondere con Tom Wolfe, né con Nero Wolfe). Inoltre ospita il Bitmore Estate, la più grande casa privata degli Stati Uniti (nota anche come “il castello di Richie Rich” perché vi fu girato un film con Macaulay Culkin – quello di Mamma ho perso l’aereo – nella parte di un fanciullo miliardario).

Proprio nella lussuosa cornice del Bitmore Estate si è tenuto ieri il matrimonio, durante il quale Arianna ha assistito a:

  1. la spiritosa decorazione a tema fallico della stanza dove si è tenuto l’addio al nubilato (in inglese bachelorette party);
  2. l’inquietante cena di prova, replicata poi nella cena vera e propria (piatto forte: mozzarella e pomodoro);
  3. i classici discorsi dei testimoni con salaci battutine sugli sposi;
  4. l’immancabile officiante reclutato su Internet;
  5. un imbarazzante litigio tra due parenti anziani sui posti da assegnare nella tomba di famiglia;
  6. lugubri discorsi tra madre e sorella della sposa sul tema “le anatre maschio per sbaglio ammazzano le anatre femmina montandole nell’acqua e facendole annegare”;
  7. il taglio della torta nuziale avvenuto in gran segreto (perché?).

Insomma, più o meno le solite cose.

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Posted by on sabato, settembre 18, 2021 in Wurstel |

Gatti incontinenti

Una delle mie fantasie per la vita dopo il futuribile pensionamento è quella di comprarmi un bel gattone nero. Non sono superstiziosa, il gatto nero ha una sua nobiltà ed esalta il mio lato stregonesco. Mio marito, che non ama i cani, su un gatto non porrebbe veti né avrebbe difficoltà. Mia figlia ha fatto più di una volta la cat-sitter per amici ed è rimasta soddisfatta dell’esperienza. Ho molte amiche  che sono vere e proprie “gattare” e riescono a gestirne da uno a sei, apparentemente senza rovinarsi la vita. Quindi, perché no?

Mi ha un po’ scoraggiato, però, incontrare per strada una conoscente che mi ha raccontato la sua sfortunata vita con due felini. Sono sempre ammalati, non la lasciano dormire la notte, e anziché lasciare le deiezioni disciplinatamente nella lettiera, sporcano ovunque con la loro incontinenza.

Deduzioni da trarre? Primo: nella zona ci sono truffatori senza scrupoli che rifilano gatti difettosi a ignare donne di mezza età. Secondo: la mia conoscente potrebbe appartenere a quell’élite di sfortunati cronici, per i quali sono state scritte le Leggi di Murphy e – in epoche precedenti – varie raccolte di proverbi del tipo:

Chi nass dsgrazié, ni piov in se cul anca a ster a sedé

I desgrazi hin come i scires, adree a vunna gh’en ven des

E il mio preferito: S’a m’met’a fè è capler la zenta la ness senza la testa. (Mio marito sostiene che esiste anche in milanese, ma la Rete dà solo la versione romagnola).

Tutto sommato, meglio pensarci ancora un pochetto.

 

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Posted by on domenica, settembre 12, 2021 in Mentre Vivo |

Cazzotti ciechi

A volte ritornano. Non c’entra il famoso racconto di Stephen King, né un commento alle nomine annuali che fanno rispuntare colleghi e colleghe più o meno graditi già in organico anni fa.

Mi riferisco a una notifica che mi è comparso l’altro ieri su Facebook, e che riguardava una polemica tra due giganti del pensiero come il conduttore televisivo Giancarlo Magalli e la influencer Chiara Ferragni. Il primo avrebbe accusato la seconda di “guadagnare miliardi pur senza saper fare nulla”. Solo dopo una piccola ricerca mi sono accorta che la controversia risaliva a quasi due anni fa, al dicembre 2019, all’ormai remota era pre -Covid. Poco male: questi personaggi vivono in un eterno presente e in un gioco combinatorio senza fine in cui A si mette con B, B attacca C, C fa le corna a D, D denuncia E e così via sino all’esaurimento dell’alfabeto. Certo, la polemica non menzionava il Green Pass, né si accennava all’autorevolezza conquistata sul campo da Magalli come ex compagno di classe di Draghi, né ai meriti acquisiti da Ferragni quale madre del neo-scolarizzato Leone, quindi avrei potuto subodorare che era materia di riciclo (uno dei tanti scherzi dell’algoritmo di Zuckerberg).

Comunque, la polemica Magalli – Ferragni mi ha fatto venire in mente l’ennesimo proverbio della mia educazione ternana. Si usava dire Fanno a cazzotti li ciechi, come variante del più animalista Il bue dà del cornuto all’asino. Decisamente, non siamo al livello della controversia tra le due Cambridge, né della Querelle des anciens et des modernes.

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