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Posted by on giovedì, luglio 18, 2019 in Mentre Vivo, Video | 0 comments

Spazio in valigia

Un video pubblicitario apparso sulla mia bacheca Facebook ha attratto, mio malgrado, la mia attenzione. Come potete ammirare, all’inizio si vede una donna impegnata nello stipare più cose possibili in una valigia. Ahimè, come fare? Si guadagna spazio comprimendo l’aria grazie a una pompetta. Mi ha affascinato per la sua combinazione tra comicità da cartoon (la donna sempre più infuriata che sale sulla valigia per farci stare tutto) e tecnologia avanzata e pulita (l’alimentazione USB). Fa pensare a quei film di spionaggio o fantascienza dove ci sono sofisticati miniaturizzatori.

E fa pensare anche a quanto spazio occupano inutilmente nella nostra vita – ma anche nella vita pubblica – persone o questioni che meriterebbero di essere ridimensionate. Se c’è un PUMPIT per comprimere e confinare in un angolino parenti importuni, colleghe supponenti, ministri onnipresenti, fatemelo sapere che lo prenoto subito!

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Gepostet von Pumpit am Montag, 8. Juli 2019

 

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Posted by on domenica, luglio 14, 2019 in Fede | 0 comments

La danza infernale

Una volta insegnavo anche ai ragazzi e alle ragazze del triennio. Me ne sono tirata fuori quando i carichi burocratici sono diventati eccessivi – fino a culminare nella nefanda Alternanza Scuola Lavoro – e ora seguo i più piccolini del biennio. In terza si comincia la Divina Commedia: e, quando al Canto Quarto si parlava del Limbo, gli studenti andavano in crisi. La classica crisi che coglie chiunque ci pensa: perché un Dio giusto dovrebbe schiaffare all’Inferno per l’eternità – seppure in una zona senza diavolacci cornuti e stagni di fuoco – bimbetti morti prematuramente o pacifici poeti e filosofi dell’antichità, colpevoli solo di non avere mai sentito parlare di Gesù Cristo? La cosa strana è che, prima di incontrare il testo dantesco, questi ragazzi – pur in grande maggioranza battezzati, comunicati e cresimati in chiesa cattolica – non avessero mai sentito parlare del Limbo, neanche per sbaglio. Ricordo invece che quando ero piccola io il concetto era noto e presente a tutti. A parte atei e mangiapreti patentati, tutti si affrettavano a battezzare gli infanti, nel terrore che morissero e finissero nel Limbo: succedeva a Terni come a Milano. Che si sia smesso di credere in un concetto teologico così dubbio e punitivo, non mi disturba: mi disturba più che sia avvenuto più per ignoranza che per convinzione. Così, quando papa Ratzinger nel 2007 ha dichiarato che il tradizionale concetto di limbo riflette una visione eccessivamente restrittiva della salvezza, non ha fatto altro che prendere atto dello stato delle cose, abrogando di fatto una credenza che no era mai stata elevata allo status di dogma.

Durante le lezioni, per vivacizzarle, mi capitava di intonare l’ossessiva musichetta del Limbo Rock (il pezzo portato al successo da Chubby Checkers nel 1962) – Tattatattatatta ta – Tattatattatattata ta -Tattatattatatta ta – All around the limbo world … nella speranza che qualcuno se la ricordasse, ma anche lì, reazione nulla. Evidentemente nell’incessante ciclo dei revival e delle riscoperte, non è ancora arrivato il turno della limbo dance.

Chiariamo l’etimologia: si tratta di una pura coincidenza che il nome del primo cerchio infernale e quello della danza siano uguali. Nel primo significato, limbo viene dal latino lembus, lembo o orlo (originariamente, si diceva limbo dell’Inferno, poi si è passati alla maiuscola). Il nome della danza viene invece dall’inglese caraibico: limbo (o limba) sarebbe deformazione dell’inglese limber, aggettivo che significa agile, flessibile, snodabile. Il limbo era una danza degli schiavi provenienti dall’Africa, e secondo alcuni rappresentava il ciclo della vita.

Accessorio indispensabile per la danza è la limbo bar, sbarra orizzontale piazzata sopra due sbarre verticali, un po’ come nel salto in alto. I partecipanti devono danzare passandoci sotto, senza toccarla e senza mettere le mani a terra. Tradizionalmente, si cominciava mettendo la sbarra il più in basso possibile, per alzarla poi gradualmente, a significare l’emergere dalla morte alla vita (o dalla schiavitù alla libertà). Quando la danza è diventata popolare – specialmente a Trinidad – si è rovesciata la sequenza: si parte con la sbarra ragionevolmente in alto e la si abbassa a ogni giro: chi la tocca o tocca terra con le mani è eliminato, così resta un solo vincitore. Tale dinamica è evocata nella suddetta canzone (in cui la parola limbo è ripetuta almeno venti volte, anche come aggettivo: limbo rock, limbo girl, limbo world), dove a un certo punto si dice:

Don’t move that limbo bar
You’ll be a limbo star
How low can you go
(Non muovere quella sbarra del limbo / Sarai una stella del limbo / Fino a quanto in basso puoi scendere).

Il record, secondo Wikipedia, è detenuto da Shemika Campbell (originaria di Trinidad ma risiedente a Buffalo) che nel 2010, all’età di 26 anni, danzò sotto la sbarra a posta a 21,5 centimetri.

Un terzo significato di Limbo l’ho scoperto stamattina, preparando il post. Nel 2010 lo sviluppatore danese Playdead ha realizzato un videogioco per Xbox chiamato appunto Limbo. In esso, un ragazzo si avventura in ambienti pericolosi e pieni di trappole mortali alla ricerca della sorella maggiore. Secondo lo stile prova o muori, ogni errore si traduce nella “morte” del personaggio, che, anziché in un semplice GAME OVER sullo schermo, si manifesta in animazioni raccapriccianti.

Nessuno dei tre significati del Limbo (oltretomba, danza, videogioco) sembra evocare nulla per i discenti odierni: la parola affoga proprio – è il caso di dirlo – in un limbo di indefinitezza.

 

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Posted by on domenica, luglio 7, 2019 in Pillole di Blog | 0 comments

Il mestiere più antico

Vivere in un quartiere popolare non degradato, ma non ancora gentrificato, ha i suoi vantagg. Uno di questi è che la peggiore minaccia da cui difendersi quando si va a passeggio sono i vecchietti, e soprattutto le vecchiette, intriganti e rompiscatole. Tutte persone che hanno visto nascere mia figlia, mio marito, le mie cognate, mio suocero e forse anche qualche antenato più lontano, e quindi si sentono in dovere di scrutarmi come se fossi appena scesa da un barcone o venuta giù con la pioeuva, come si dice da queste parti. Uno degli ultimi metodi che ho escogitato per levarmele di torno è guardarle con aria professorale (che mi viene bene) e dire in tono calmo Scusi, lei è del mestiere? (variante: Ma è del mestiere, questa?). Ricordavo di avere visto la battuta in qualche frammento di film durante lo zapping, o in un video su YouTube, e sino a poche settimane fa la attribuivo ad Aldo Baglio, quello del trio con Giovanni e Giacomo. Poi ho scoperto che quell’attore pelato era Checco Zalone, nel film Quo Vado? Non sono mai stata una fan di Zalone, ma devo ammettere che la battuta funziona, pur non essendo offensiva. E’ un modo assertivo e scherzoso di mettere a posto certa gente: nel caso specifico (con una vecchietta del mio condominio) ha funzionato, lasciandola ammutolita.

A proposito, il mestiere più antico non è quello a cui verrebbe da pensare: è quello del rompiballe. Risale addirittura all’intrigante Serpente della Genesi. Forse Adamo ed Eva avrebbero potuto cavarsela chiedendogli se era del mestiere.

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Posted by on sabato, luglio 6, 2019 in Streghe | 0 comments

Anna e il mattacchione

Mentre scrivo non so ancora quale sarà il tormentone danzereccio dell’estate, quindi parleremo di quello che fu, prima ancora che qualcuno inventasse il termine, il tormentone dell’estate 1953. In quell’anno – oltre ad avvenimenti minori quali la morte di Stalin e la bocciatura della Legge Truffa in Italia – venne infatti distribuito negli USA il film Anna, di Alberto Lattuada, risalente al 1951 (allora non c’erano Internet e Netflix: un film poteva metterci anche due anni per attraversare l’oceano). Nella colonna sonora del film c’era la canzone El Negro Zumbon, che divenne un successo mondiale e influenzò profondamente la musica pop americana. Fu ripresa, tra gli altri, da Amalia Rodrigues, Connie Francis e Tito Puente. La musica, trascinante il giusto, ve la ricorderete tutti: anche chi non ha visto il film originale l’ha sentita riproposta in Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore o in Caro Diario di Moretti. Questo è il testo:

Ya viene el negro zumbon 
Bailando alegre el baion 
Repica la zambomba 
Y llama a la mujer

Tengo gana de bailar el nuevo compás 
Dicen todos cuando me ven pasar 
“¿Chica, dónde vas?” 
“¡Me voy a bailar, el baión!”

Traduzione letterale: Arriva il nero mattacchione / che balla allegro il baion / risuona la caccavella / e chiama la donna. / Ho voglia di ballare il nuovo ritmo / Tutti dicono quando mi vedono passare: / “Ragazza, dove vai?” / “Vado a ballare il baion”.

(strofa e ritornello vengono ripetuti più volte, sino all’esaurimento delle energie).

Chi è l’autore? Non, come si potrebbe pensare, un qualche DJ portoricano o venezuelano, ma l’italianissimo – e romanissimo – Armando Trovajoli, prolifico compositore di colonne sonore del cinema italiano, sotto lo pseudonimo di Roman Vatro. Il testo spagnolo è di Francesco Giordano. Il ritmo è quello di samba, o più precisamente “baion”, che non è altro la traduzione fonetica del brasiliano baião. Il baião è un ritmo tipico del Pernambuco (Nordest del Braile), di origine rurale: il principale strumento usato è la zabumba (zambomba in spagnolo, come nel testo della canzone), una sorta di tamburo basso.

Sempre del 1953 è la canzone – interpretata da Nilla Pizzi – Colpa del bajon, in cui (un po’ come Voltaire e Rousseau nella famosa strofetta settecentesta) il ritmo brasiliano diventa il capro espiatorio di tutte le follie della protagonista.

La colpa non è mia è colpa del Bajon,
mi piace immensamente il ritmo del Bajon.
Se faccio una pazzia è senza l’intenzion,
in fondo è tutta colpa del Bajon.

Il più importante musicista baião della storia è il brasiliano Luiz Gonzaga (1912-1989).

La curiosa assonanza tra il nome del musicista e un santo cattolico piuttosto sessuofobo (ricorda mio marito che San Luigi Gonzaga, nell’ora di religione cattolica,veniva spesso evocato per scoraggiare i maschietti dalla pratica della masturbazione), ricordato per il suo detto La morte, ma non i peccati, assume i tratti di una singolare coincidenza se pensiamo al rapporto tra il numero musicale e il film da cui è tratto. La storia di Anna, il film di Lattuada del 1951, è infatti un tipico esempio di melodrammone cattolico -punitivo (si dice che il regista accettò di girarlo solo perché era oberato di debiti). Ecco una rapida sinossi:

Anna, giovane suora novizia, lavora come infermiera in un ospedale pubblico di Milano. Una notte giunge all’ospedale un uomo gravemente ferito in un incidente stradale, in cui Anna riconosce Andrea, il giovane di cui era innamorata e con il quale avrebbe dovuto sposarsi prima di prendere i voti. Mentre il primario opera il ferito, la novizia ripensa agli avvenimenti passati che l’hanno indotta alla nuova scelta di vita. Tempo prima, Anna faceva la cantante in un locale notturno: a quel tempo era l’amante di Vittorio, addetto al bar dello stesso locale, un uomo crudele e cinico, al quale era legata da una passione morbosa. Aveva conosciuto Andrea, giovane buono, di sani principi, si era innamorata di lui e per sottrarsi all’ascendente di Vittorio, aveva abbandonato il suo lavoro e si era rifugiata nella fattoria dell’amato, dove era stata ben accolta dalla di lui famiglia. Vittorio riesce a rintracciare la ragazza, si presenta alla tenuta di campagna il giorno prima delle nozze di Anna con Andrea, ingaggia con quest’ultimo una violenta lotta, durante la quale parte un colpo di pistola, che colpisce a morte Vittorio. Anna, rimasta ferita nella stessa colluttazione, sconvolta dall’accaduto di cui si sente responsabile, e scacciata da Andrea, macchiatosi di un delitto per causa sua, fugge e viene soccorsa da un passante che la porta in ospedale: durante la degenza, matura la decisione di prendere i voti e farsi suora. L’animo della novizia è combattuto tra l’amore per Andrea e i doveri della sua nuova vita. Andrea, convalescente, le dichiara di essere ancora innamorato di lei e le domanda nuovamente di sposarlo, proponendole di fuggire via dall’ospedale insieme a lui appena verrà dimesso. Anna è sul punto di cedere; quando però giunge notizia di un grave disastro ferroviario, che ha provocato numerosi feriti, alcuni dei quali in condizioni molto critiche, Anna sceglie di non tornare da Andrea, mancando all’appuntamento con l’uomo, convinta in cuor suo, pur nella sofferenza di aver dovuto rinunciare nuovamente all’uomo che ama, di aver fatto la scelta giusta.

Il numero del Negro Zumbon appartiene quindi alla “prima vita” di Anna, quella da cantante in un locale notturno, per definizione equivoco e peccaminoso: è significativo come questa scena – che dovrebbe rappresentare il passato da cancellare per entrare in una nuova vita redenta – sia più o meno l’unica di tutto il film che è rimasta nella memoria degli spettatori. Anna è interpretata da Silvana Mangano, ma la voce che canta è di Flo Sandon’s (al secolo Mammola Sandon, 1922-2004), che portò il pezzo anche al Festival di Sanremo.

Last but not least, il testo è facilissimo da tradurre dallo spagnolo, ma Google Traduttore, a proporglielo, va nel pallone e viene fuori con questo risultato:

Il cicalino nero sta arrivando
Ballando gay il baion
Suona lo zambomba
E chiama la donna

Voglio ballare la nuova bussola
Dicono tutti quando mi vedono passare
"Ragazza, dove stai andando?"
"Vado a ballare, il bagno!"


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Posted by on domenica, giugno 30, 2019 in Streghe | 0 comments

Il quadro che mancava

Per chi vive a Milano, o ha occasione di passare da queste parti, consiglio assolutamente di andare a Palazzo Reale a vedere la mostra Preraffaelliti. Amore e Desiderio, visitabile sino al 6 ottobre. I Preraffaelliti (The Pre-Raphaelite Brotherhood) erano un movimento artistico inglese, fondato nel 1848 da Dante Gabriel Rossetti (figlio di un Carbonaro abruzzese), William Holman Hunt, John Everett Millais e altri. Criticando quanto era stato prodotto dopo Raffaello (donde il nome), essi sognavano un ritorno all’arte italiana del Quattrocento, fatta di abbondanza di dettagli, colori intensi, composizioni complesse. Il Medioevo era rivisitato con sensibilità moderna: c’erano quadri dedicati ai poeti stilnovisti o a leggende cavalleresche, ma anche rappresentazioni della natura o della vita popolare contemporanea. La mostra ospita circa ottanta opere, molte delle quali difficili da ammirare fuori dall’Inghilterra (la maggior parte viene dalla Tate Gallery di Londra).

Eppure, uscita dalla mostra, sono rimasta delusa perché mancava un quadro che mi aspettavo di trovare, un quadro che avevo visto più volte in varie edizioni scolastiche della Divina Commedia (lo vedete nell’illustrazione in basso). Si chiama Dante and Beatrice, e mostra il Sommo Poeta che fa la posta sul Lungarno alla sua futura guida paradisiaca. Beatrice è la donna in bianco, quella in rosso è la sua amica Monna Vanna, dietro, vestita in blu, c’è la cameriera di Beatrice. Monna Vanna sostiene lo sguardo di Dante in modo interrogativo come a dire Ma che vuoi?, mentre Beatrice sembra a disagio ed evita di guardarlo. Probabilmente, se Beatrice non fosse morta prematuramente, Dante le avrebbe fatto stalking per tutta la vita e magari si sarebbe anche beccato una denuncia o un’ordinanza restrittiva. Il quadro è del 1883, e si trova esposto a Liverpool. L’autore è l’inglese Henry Holiday (1839 -1927), seguace tardivo della Confraternita Preraffaellita. Tra l’altro era simpatizzante socialista e favorevole al suffragio femminile: forse è per questo che le tre donne del quadro sono poco “angelicate” e piuttosto assertive..

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