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Posted by on domenica, settembre 13, 2020 in Libri, Scuola e dintorni |

Letture per la Fase Tre

Una seguita pagina Facebook, dedicata alla lettura, ieri sera consigliava il libro Cambiare l’acqua al colibrì. Tenuto conto che tra i best-seller del momento ci sono Cambiare l’acqua ai fiori (Valérie Perrin) e Il colibrì (Sandro Veronesi), può darsi che si tratti di uno scherzo, o che qualcuno abbia inaugurato la strategia del best seller ibrido per conquistare più puybblico tramite sinergie di genere e di target.

In ogni caso, per rallegrare il difficile inizio anno scolastico che ci aspetta fin da domani, mi sentirei di raccomandare il seguente BSI (Best Seller Ibrido):

Titolo: Il Gattopardo sul tetto che scotta

Autore: Tennesse Lampedusa

Scheda critica: Drammone sudista e sudaticcio. Narra le trasformazioni avvenute nella Georgia schiavista ai tempi della Guerra di Secessione americana, attraverso lo sguardo cinico e disilluso del patriarca di una ricca famiglia di proprietari terrieri, “Big Daddy” Salina. Tra omosessualità repressa, tradimenti di coppia e politici, torbide passioni, balli sfrenati, incomprensioni familiari e rivolte di schiavi, i Gattopardi del vecchio Sud cederanno il posto alle Iene del Nord industriale, e tutto cambierà affinché nulla cambi.

Dello stesso autore, già acclamato e pluripremiato il drammone longobardo Un tram che si chiama Adelchi. Indimenticabile la scena della morte della protagonista, sulle commoventi parole Giace la pia col tremulo / sguardo aspettando il tram (la canzone divenne un tormentone estivo, e il jingle della pubblicità di un noto vibratore).

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Posted by on domenica, settembre 6, 2020 in Scuola e dintorni |

Un pomeriggio di ordinaria follia

Ennesima circolare: il Collegio Docenti è convocato dalle 15.30 alle 17.30 in data primo settembre eccetera eccetera. Che poi rimane solo la data: le ore si accavallano e lievitano, lasciando tutti frastornati e storditi. Quando scatta l’ora X tutti devono collegarsi. Fremono le chat di ogni gruppo: “Non mi è arrivato il link, oddio, per favore me lo giri?”, e via tutti quanti a smanettare.

Poi si apre il collegamento, ma alcuni Google Meet non li gradisce e li sbatte fuori. Prova microfono: quando quattro anni fa ho comprato il mio computer desktop col Bonus Docenti, non potevo immaginare che avremmo fatto questa fine. Parlarci attraverso uno schermo, decidere e votare il lavoro di un anno con una scheda impersonale che non ti permette di dire veramente la tua. Provo e riprovo a parlare: niente. Mesi di DAD e aggiornamenti di Windows 10 hanno messo a dura prova la videocamera e l’audio del mio PC.

Posso ascoltare quello che la Preside e gli altri dicono, ma non posso parlare. Meno male che mio marito, finito il proprio lavoro da remoto, con abili manovre riesce a installare Google Meet sul tablet, ma ormai la riunione è finita, sarà per un’altra volta.

Molti interventi sono fuori luogo. C’è chi non ha capito bene come si vota, chi non riesce a inviare il proprio voto. Chi viene continuamente ributtato fuori dal sistema, chi può usare solo la chat perché non vede e non sente gli altri.

La chat, altra spina nel fianco. C’è chi la usa per chiedere come stanno i figli o il cane, chi suggerisce rimedi omeopatici da applicare nelle classi quando torneremo, chi fa errori ortografici (ho visto scrivere colleggio). C’è pure chi insulta o sfotte quei pochi che intervengono: siamo arrivati anche a questo, commenteremo dopo, affrante, nella chat del nostro gruppo di materia.

Le votazioni si susseguono, scheda dopo scheda. Chi proprio non riesce a votare aggiunge il voto in chat (è considerato valido, per ora).  Il tutto è estremamente faticoso. Dalle due ore previste, si arriva a tre ore e quaranta minuti. Ci salutiamo mezzi rimbambiti, fino al prossimo collegamento.

Certo, non si poteva fare altrimenti causa COVID eccetera, ma è chiaro che la partecipazione va a farsi benedire.

Che tristezza.

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Posted by on sabato, settembre 5, 2020 in Scuola e dintorni |

Impressioni di una commissaria interna

Da molti anni la mia collega e amica Barbara Pozzi condivide con un piccolo gruppo di insegnanti le sue impressioni sull’Esame di Stato, in forma di resoconti semiseri. Quest’anno Barbara ha accettato di condividerle anche tramite il Blog, e per questo la ringrazio affettuosamente.

Spieghiamo ai lettori che c’è stato un tempo nel quale all’approssimarsi delle commissioni d’esame scattavano le scommesse: in quale bislacco istituto religioso manderanno la Barbara?  Dal Maria Consolatrice al Reginae Mundi, dalle Marcelline all’Istituto Ebraico, i miei non erano esami ma pellegrinaggi!
Poi mi sono secolarizzata, dal paritario Leopardi (laico ma con molti crocifissi) all’ITIS Marconi di Gorgonzola, fin anche nel cuore dei nostri amici-rivali del Virgilio e all’IPSIA di Cernusco: sempre comunque per coppie abbinate “dalle stelle alle stalle”.

Questi resoconti avevano una loro struttura, quasi un genere letterario con un suo stile: ma quando sono interna come fare?! Inutile che vi descriva l’edificio della scuola, il quartiere, per non parlare del capitolo descrizione bagni.

Ma accetto la sfida letteraria e vi vado a descrivere l’impressione di entrare nell’edificio, dopo questi lunghissimi mesi di lontananza, dall’ultimo cancello in fondo davanti alle aulette (poiché ogni commissione sgattaiolava dentro da una differente entrata e ogni ingresso di sicurezza è stato sfruttato allo scopo).
Non so se avete mai visto dei filmati che simulano cosa succederebbe se gli uomini di colpo sparissero, ecco mi è sembrato di essere in uno di questi filmati! Se volete una metafora più letteraria, pensate al brano della vigna di Renzo nei Promessi Sposi. La vegetazione spontanea erbacea, plebea, si è impunemente impadronita dell’aiuola delle nobili ed altezzose rose ed incontenibile ha invaso il vialetto, di cui ancora vagamente si intuisce il percorso: il quarto stato che abbatte la Bastiglia e sovverte l’ordine imposto! Come alcuni ricordano, quando la collega L. presentava il progetto sull’ambiente e per la cura del giardino, io partecipavo
con entusiasmo nel ruolo della bassa manovalanza, cioè praticamente con le mie classi partecipavo costituendo bande di improvvisati netturbini che setacciavano il giardino, tanto che per diverso tempo molte colleghe quando vedevano il giardino sporco se ne lamentavano con me… “ma non ti vergogni a lasciarlo così, non è ora che lo pulisci!”; ebbene già allora non vi dico cosa trovavamo, sia di inanimato sia di vivo! Ecco, ora ho immaginato sotto un mondo a sé stante, un popolo di insetti
e roditori che costruisce le proprie metropoli utilizzando i nostri rifiuti. Alzando lo sguardo invece è l’avanzata dei rampicanti, un trionfo di edera e vite canadese, a catturare la vista con un effetto liane della giungla reso ancora più veritiero dalle grida dei pappagallini che danno quel tocco di esotico in più.
Ma dentro….oohh oohh!
Come si è dentro tutto è lindo e disinfettato, sanificato come s’usa dire ora, con il personale munito di mascherine, guanti, camice bianco e perennemente armati di spray detergente: un segretissimo centro di quelli che nei film, nascosti in posti inaccessibili nel centro della giungla, covano chissà quali innominabili esperimenti.
Io comunque sono grata all’istituto super sozzo che abbiamo conosciuto per anni, con il pavimento cosparso di terra che ci si poteva seminare, solcato da matasse di peli e capelli, dei banchi “puliti” con lo stesso straccio e la stessa acqua (che durava settimane!) dei pavimenti e dove le macchie in bagno duravano così a lungo da costruire mandala artistici e dove la polvere di gesso uniformava il colore delle cose; ebbene sono grata a questi anni di allenamento a considerare le mani dopo una giornata scolastica come armi chimico-battereologiche quindi a resistere ad ogni tentazione di toccarsi il viso e a costruire l’abitudine istintiva di lavarsele ben bene.

Ma veniamo agli esami.
Inizialmente un po’ di tensione in effetti c’era per l’attenzione ai protocolli e le mascherine che sono un segno visibile ed immediato che marca la non normalità, ma poi l’essere fra noi e la voglia di essere operativi ha fin da subito messo in moto, in modo corretto e ragionevole, la macchina degli esami. Ma occorre fare una premessa sulla mia classe. Questa masnada di sciagurati filibustieri (che io ho da 5 anni, due anche da sei, due anche da sette!) è l’ultima classe di seconda lingua tedesco, la fine di una parabola che in dieci anni ha visto una sezione di eccellenze venir usata come il rifugio dei più disperati casi umani e disumani di tutto l’istituto: sarebbe stata dura liberarcene anche senza pandemia, ma ce l’abbiamo fatta. Nonostante la sfortuna del sorteggio, che ha lasciato per ultimi proprio alcuni casi più delicati, siamo riusciti a concludere senza crisi, anzi alla fine erano giustamente ben tesi e il timore dell’esame ha fatto uscire il loro meglio…il presidente “ma perché sei così teso? Sono i tuoi prof!”…appunto! Parole da galera ci siamo detti nel corso degli anni, un rapporto estenuante e sanguigno che
non ricordo per nessun’altra classe e che mi è difficile riassumere in poche parole, quindi le prendo in prestito da Catullo che nel suo carme 85 dice:
“Odio ed amo. Come possa accadere, mi chiedi forse. Non lo so, ma sento che succede e ne sono dilaniato.”
La formula dell’esame, dovendolo ridurre ad un solo orale, a me è piaciuta e anche la necessità di dover stare nei tempi è stata alla fine un’ottima cosa per evitare quelle giornate estenuanti, finiva che gli esami erano una prova fisica non intellettuale! La difficoltà dei collegamenti? Ma sì, se si vedeva uno stallo si dava un suggerimento, noi poi avevamo una nostra carta vincente: Jesse Owens. Dopo pochi orali abbiamo capito che per 19 volte avremmo dovuto sentirci la storia del film Race-Il colore della vittoria per il CLIL di educazione motorie, così quando eravamo in difficoltà scattava l’invocazione, vista anche la disposizione circolare dei nostri banchi, alla fine abbiamo sfiorato la seduta spiritica. Altro passaggio obbligato la descrizione dell’esperienza al teatro Elfo-Puccini svolta in terza: un incubo che avremmo voluto seppellire. La coordinatrice aveva loro imposto di sforzarsi di trovarci qualcosa di positivo, ma bastava che il presidente facesse una qualsiasi piccola domanda che … “ah, sì sì in effetti questo spettacolo mi era piaciuto…ma era lungo due ore, che poi c’avevo messo la guida quindi me ne sono andato”, “si figuri che oltre a portarci a teatro, pure alle prove dovevamo andare!”…Angela fumava come un toro che vede rosso e io rimembravo le seste ore passate a cercare
di aiutarli per il compito di costruzione di una simulazione di budget teatrale mentre loro si ingozzavano di panini al salame: “che prof, noi avremmo preferito mangiare a teatro che anche le poltroncine son belle comode ma non ce lo permettono!”.
Va bè, è andata, ora andranno per il mondo…letteralmente! Il presidente ha capito subito che la domanda “come proseguirai gli studi?” era mal posta, qualcuno ha pure esplicitamente affermato “Studiare?! In questi cinque anni ho capito che non fa per me”… così il più tonto entrerà in polizia, avremo igieniste dentali, attrici di cinema ma famose, ballerine, vado a lavorare purché mi prendano, voglio lavorare coi bambini, solo in tre casi ci sono ambizioni accademiche in economia, in criminologia e in psicologia “perché ho capito che nel futuro prossimo gli psicologi avranno molto da lavorare”…come darle torto!

Ma una cosa è stata differente da tutti gli altri esami: i saluti e i ringraziamenti che in alcuni casi, proprio da parte dei più problematici, sono stati un momento di vera commozione inaspettata; parole non convenzionali con gli occhi lucidi e le parole rotte per trattenere un pianto di riconoscenza profondamente sentita che ha raggiunto il suo massimo nelle parole di E.L. “…voi sapete tutti la mia situazione, non c’è bisogno che dica i motivi, ma vorrei ringraziarvi tutti, non siete solo dei bravi prof nel vostro mestiere ma delle belle persone che mi hanno dato tantissimo…”, e ci siamo tutti veramente commossi.
Anche il presidente da esterno ne è rimasto molto colpito. Ultima nota di costume. Noi li abbiamo fatti salire uno alla volta, con mascherina negli spostamenti, belli spalmellati di gel, niente strette di mano, ma appena fuori oltre il cancello: è qui la festa! Il resto della classe aspettava fuori sulla strada, assembrata sotto i pochi spazi d’ombra, con bottiglie di spumante e coriandoli. Un po’ li capisco e devo dire che non hanno neppure ecceduto, ma dopo tutte le ore di insegnamento sul rispetto per l’ambiente, lasciare il tratto di strada pieno di bottiglie, bicchieri di plastica e immondizia varia!

Ma è il momento dei saluti e degli auguri per una serena estate, ma alcuni di noi avranno ancora l’impegno degli esami preliminari e altri saranno coinvolti nella progettazione della ripresa a settembre che si preannuncia tutt’altro che semplice viste le difficoltà di spazi e di tempi…potremmo costruire una scuola relativistica!
..un piccolo buco nero che fa da grossa massa sotto nei locali sotterranei, così da curvare talmente lo spazio-tempo all’interno delle aule da creare delle specie di marsupi in gran numero dove posizionare gli studenti belli distanziati in molti mondi in dimensioni parallele…forse…

Buona estate a tutti!
Barbara

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Posted by on domenica, agosto 30, 2020 in Wurstel |

Cercare l’unto

Mi sa che quello cerca l’unto … A chi ha una buona formazione biblica può venire in mente il profeta Samuele, che percorreva la terra d’Israele alla ricerca di un giovane di belle speranze da consacrare (“ungere”, appunto) come re. O, qualche secolo dopo, pellegrini e proseliti sballottati tra Giovanni il Battista e Gesù di Nazaret in cerca del Messia (in greco Cristo, cioè sempre “unto”). Per non parlare degli “unti del Signore” contemporanei, unti più che altro di cerone da studio televisivo.

Invece no, a Terni chi “cerca l’unto” cerca sesso, cerca un’avventura. “Quello cerca l’unto”: era l’avvertimento che mi rifilava mia madre a proposito di certi giovanotti che ronzavano intorno alle ragazze della mia età, e anche oggi “cercano l’unto” certi profili Facebook di gente mai vista prima che ti chiede l’amicizia con in testa un solo scopo (attenzione all’accento!).

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Posted by on sabato, agosto 29, 2020 in Mentre Vivo |

La fresca frasca

Al giorno d’oggi, il termine frasca non è più tanto usato. Al massimo si dice saltare di palo in frasca, a indicare chi passa in modo sconclusionato da un argomento all’altro. Ma, con il declino della civiltà contadina, chi lo dice spesso non ha la minima idea di cosa sia una frasca, e pensa che il palo sia quello della luce (se non quello della lap dance). Frasca, termine attestato sin dal Trecento e di etimo incerto, in senso proprio sta per ramoscello con foglie, fronda, o anche, con valore collettivo, insieme di ramoscelli o rametti che si recidono per darli in pasto (freschi o secchi) ad animali da pascolo quali ovini o caprini. Da “frasca” viene anche il nome della città di Frascati. I dizionari riportano anche i principali usi traslati della parola: 1) fronzolo o ornamento superfluo (il buon vino non ha bisogno di frasche); 2) persona frivola, leggera, incostante (dato il maschilismo della nostra cultura, specialmente donna); 3) ciancia o frottola (e qui potremmo accontentare i puristi della lingua, utilizzando il termine come traduzione dell’abusato fake news, tipo La Bestia di Salvini diffonde frasche). 

Come sempre, nella mia natale Terni ci distinguiamo dal resto del mondo,  e frasca è termine collettivo per designare bambini o minori, più o meno innocenti. Quindi, se senti dire Attento, c’è la frasca!, non ti sto segnalando il pericolo di inciampare in un rametto frondoso, né la presenza di una persona vanesia o incostante. L’avvertimento si applica quando gli adulti, dimentichi della presenza dei pargoli, rischiano di dire o fare qualcosa di inappropriato (discorsi su temi imbarazzanti, eccessive effusione di innamorati eccetera). In questi casi si usa dire anche I figli e i polli sporcano casa.

Magari un Gesù ternano avrebbe detto Lasciate che la frasca venga a me, ma qualche discepolo non della zona avrebbe frainteso, portandogli dei rametti frondosi.

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