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Posted by on domenica, marzo 24, 2019 in Arti Marziali | 0 comments

Nella terra della faida

Dici faida e pensi subito alla mafia, alla ‘ndrangheta, a paesini còrsi o calabri dove si aggirano minacciosi uomini con coppola e lupara. Ma “faida” è un termine settentrionalissimo, di origini medievali. Viene infatti, secondo il dizionario Garzanti, dal longobardo fahida (“diritto di vendetta privata”), in altotedesco fehida (moderno Fehde).

Udine, dove siamo stati tre giorni a Carnevale per una breve vacanza cultural -gastronomica, è stata terra longobarda, ma ben pochi, fuori dal Friuli, sanno che fu teatro di faide durate secoli. Le famiglie nobili si dividevano tra filo-veneziani e filo-imperiali; il tutto complicato dalle alterne vicende del Patriarcato di Aquileia. I contadini, in parte manovrati da una famiglia contro l’altra, in parte desiderosi di levarsi di dosso il peso del signoraggio feudale e delle corvées, furono protagonisti di numerose rivolte. In particolare, il 27 febbraio del 1511, scoppiò quella che in veneto è chiamata la Crudel Zobia grassa (in friulano Crudel Joibe Grasse), cioè “il crudele giovedì grasso”. considerata la più imponente rivolta contadina del XVI secolo in Italia, seconda solo alle guerre dei contadini nella Germania di Lutero e Müntzer. Secondo gli storici dell’epoca, il tutto fu innescato da Antonio Savorgnan, appartenente alla più potente delle famiglie filo-veneziane (partito degli Zamberlani). Costui inscenò un attacco degli imperiali, sollevando il popolo a difesa della città, e additando come traditori i nobili del partito filo-austriaco degli Strumieri. Così, molti membri delle famiglie Della Torre, Colloredo, Della Frattina, Soldonieri, Gorgo, Bertolini e altre furono trucidati, i loro cadaveri furono spogliati e abbandonati per le vie del centro, se non lasciati come pasto ai cani o trascinati nel fango e poi gettati in prossimità dei cimiteri. I rivoltosi indossarono poi gli abiti dei nobili inscenando una macabra mascherata e imitando i modi degli originari possessori incarnando di fatto lo spirito di “inversione delle parti” tipico del Carnevale (fonte: Wikipedia). La rivolta contadina si estese, dirigendosi anche contro gli stessi Savorgnan che l’avevano fomentata. Gli Strumieri e i veneziani stessi si allearono per soffocare l’insurrezione, che fu definitivamente sconfitta in battaglia presso il fiume Cellina. Uno dei capi della rivolta fu impiccato per dare un macabro esempio agli altri. Il 26 marzo, meno di un mese dopo il fatale giovedì grasso, un terribile terremoto colpì la regione facendo migliaia di vittime. Per non farsi mancare niente, in seguito scoppiarono pestilenza e carestie, interpretate come punizione divina. Un anno dopo, il 27 marzo 1512, Antonio Savorgnan, istigatore del tumulto, fu ucciso, all’uscita del duomo di Villach, per mano dei nobili di Spilimbergo e di Colloredo. Seguì un’altra trentina di anni di vendette e controvendette, finché, nel 1549, il governo della Serenissima confiscò i beni della casata Savorgnan, ne fece distruggere il palazzo, lasciandone i ruderi come monito nella place de ruvine (oggi piazza Venerio). Altro che Gomorra!

Ciliegina sulla torta, si racconta che, proprio alla vigilia della Crudel Zobia, nel corso di una festa di carnevale scoppiò l’amore tra Luigi da Porto e Lucina Savorgnan, cugini e membri di due rami rivali della famiglia. Gli udinesi sostengono che fu la storia di Luigi e Lucina a fornire l’ispirazione a Shakespeare per la ben più nota tragedia di Giulietta e Romeo. Sarà vero? O è il solito campanilismo, come quello delle sette città greche che si contendono l’onore di aver dato i natali a Omero?

Tutte cose a cui non si pensa quando si degusta un buon San Daniele accompagnato da un vinello locale …

 

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Posted by on sabato, gennaio 19, 2019 in Arti Marziali |

Keep calm and carry on

Spesso è difficile mantenere la calma nei ritmi quotidiani di Milano. Mia figlia dice che, rispetto a New York, la metropoli lombarda ha le suggestioni arcadiche del paesello, mentre a me pare di correre dalla mattina alla sera, e soprattutto di spendere un sacco di energie per affrontare un problema dopo l’altro. Purtroppo le forze le devo risparmiare: l’età avanza, ma è ancora presto per andare in pensione. Mi sono proposta di seguire qualche indicazione per non arrivare come uno straccetto a fine giornata:

1) Respirare. Seguire nei momenti critici la regola di fare un respiro profondo, di pancia, trattenendo l’aria ed espirando con la bocca. Funziona, non solo in palestra.

2) Evitare la gente molesta. Quella che ti fa perdere tempo, perché fa critiche inutili, che non portano benefici, ma che denotano solo invidia, competizione, voglia di ferire. Se si ha a che fare con questa gente al lavoro, limitare i danni e rimanere esclusivamente sul piano operativo. Altrimenti, mollare i rapporti, cancellarli dai social, se necessario bloccarne il numero di telefono.

3) La pennichella. Se si può, una mezz’ora di riposo dopo i pasti è un toccasana contro il logorio della vita (post) moderna. Ovviamente, fare attenzione, prima di stendersi sul letto, a scollegare e disattivare qualsiasi dispositivo di comunicazione nel raggio di un chilometro.

4) Rispondere “vedrò, vedremo” a chi ti fa proposte indecenti di conferenze, presentazioni di libri, giaculatorie varie, nella sera in cui vai in palestra o hai prenotato il teatro. Ho smesso di fare il giochino e di dire “ma ho la palestra!”, perché tanto dall’altra parte arriva uno scandalizzato “ma come, ma vuoi mettere? per una volta non ci vai!”. Meglio un po’ di ipocrita diplomazia che l’ira dei draghi.

5) Stare un po’ da sola. Chiamatela caverna, spazio, o come vi pare, ma questa opzione gratis è necessaria per ricaricare le batterie.

(Nota: lo slogan che dà il titolo al post risale al 1939, e fu prodotto dal governo britannico per esortare la popolazione a non farsi prendere dal panico in caso di invasione nemica. Direi che con tanti aspiranti eredi di Mussolini e Hitler in giro, ci può stare.)

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Posted by on giovedì, settembre 20, 2018 in Arti Marziali |

Weekend F.I.K.issimo

Viva la F.I.K.! Da venerdì 21 a domenica 23 parteciperò allo stage nazionale di Karate-Do Shorin Ryu Kyudokan Higa Te a Caorle. Di conseguenza, mentre farò una scorpacciata di Arti Marziali, lascerò a riposo Wurstel e Streghe, e con essi il blog.

Ci si rivede la settimana prossima!

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Posted by on sabato, luglio 14, 2018 in Arti Marziali, Streghe |

La miracolosa coccinella

Ingredienti: liceali imbranati che si trasformano in supereroi, cattivi sghignazzanti, una metropoli da difendere. Suggerimento: non è Spiderman. Si tratta di Miraculous, serie animata franco-nippo-coreana, che ho scoperto ieri su Netflix e di cui ci siamo sparati cinque puntate (di 22 minuti ciascuna, non esageriamo) di fila. Sia chiaro, non sto parlando di Ingmar Bergman e neanche di Woody Allen, ma di un dignitoso prodotto di intrattenimento per tutte le età. I cartoni animati mi ricordano la giovinezza e le infinite maratone di Pokémon e altre giapponeserie che vedevo con Arianna prima che andasse alle superiori. In Miraculous, gli adolescenti con doppia identità sono due: la timida Marinette, figlia di panettieri, e il belloccio Adrien, figlio di un famoso stilista con tanto di villa superaccessoriata dietro la Tour Eiffel (la saga si svolge a Parigi). I due sono compagni di classe al Collège François Dupont: lei è disperatamente innamorata di lui, e lui, ambito da tutte le ragazze, non se la fila. Entrambi – con l’aiuto di un Kwami (spirito-animale guida: coccinella per lei, gattino per lui) e di un Miraculous, un oggetto prodigioso (orecchino rosso a pallini neri per lei, anello nero per lui) possono diventare supereroi, rispettivamente Ladybug e Chat Noir. I due collaborano amichevolmente quando sono trasformati, ma sono ignari delle rispettive identità segrete, come del resto – secondo classica convenzione del genere supereroico – la città intera le ignora, nonostante l’evidente somiglianza. Fa parte del gioco: sospensione dell’incredulità. Qualcuno ha detto una volta Un popolo che in ottant’anni non ha capito che Bruce Wayne e Batman sono la stessa persona, si merita Donald Trump, e anche peggio. 

C’è ovviamente, anche il Supercattivo. Un uomo tutto in grigio – del quale, almeno in queste prime puntate, si ignora l’identità – che da un laboratorio – lucernario comanda la sua armata di farfalle malvage, le Akuma (la parola significa “demone” in giapponese). Si chiama Papillon, e la sua particolarità è che non agisce in proprio. Piuttosto, scandaglia la città alla ricerca di persone frustrate, arrabbiate, vittime di un’ingiustizia o del destino cinico e baro. Quando ne individua una, manda una delle sue farfalle violacee a possederla. Il povero frustrato (spesso sono amici dei protagonisti) diventa schiavo delle sue emozioni negative e, guidato da Papillon, si trasforma in un Cattivo con superpoteri (esempio: imprigionare persone in bolle, scatenare tempeste di ghiaccio …). L’obiettivo di Papillon è provocare l’intervento di Ladybug e Chat Noir, attirarli in una trappola, sottrarre i loro Miraculous e accrescere il proprio potere con essi. Ovviamente, in ogni puntata, dopo aspra lotta, l’intervento finale di Ladybug (che da trasformata è molto più assertiva ed efficiente della sua versione di tutti i giorni) salva la metropoli catturando le Akuma e “purificandole”, cioè trasformandole in innocue farfalline bianche.

Ho trovato molto interessante il modus operandi di Papillon, perché mi ha ricordato quello della destra populista europea e americana di oggi. Agire sulle emozioni negative, sul senso di frustrazione e ingiustizia (reale), portare la gente alla rabbia e indirizzarne le energie verso falsi bersagli, a vantaggio esclusivo di chi tira i fili nell’ombra. Il compagno di classe timido o il bizzarro ometto che dà da mangiare ai piccioni si trasformano in mostri che creano confusione in città. Così oggi il vicino di casa che ama gli animali, la casalinga tutta santi e madonne, il vecchio compagno tanto di sinistra, dietro la tastiera si trasformano in stalker, in haters, in indignati con la bava alla bocca che invocano lo stupro per l’avversaria politica, i lager per i Rom, l’annegamento ai migranti. Senza che ci sia disponibile un Miraculous per disinnescarli.

La serie – per ora su Netflix c’è solo la prima stagione – ha prodotto, come gustoso sottoprodotto, dei bei video, rintracciabili su YouTube. In essi si vedono spezzoni di scene della serie a commento visivo di noti tormentoni latinoamericani, tipo il mai abbastanza deplorato Despacito o il volgare A mi me gustan Mayores. Non c’è che dire: con le immagini di Marinette e Adrien, diventano assai più sopportabili.

Un unico appunto: la sigla italiana, cantata da una tarda epigona di Cristina D’Avena, sfiora il ridicolo con il ritornello Miraculùs. Così, con l’accento, sulla U. La risata liberatoria parte, inevitabilmente.

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Posted by on sabato, giugno 2, 2018 in Arti Marziali |

Viva la FIK!

A fine ottobre 2017 , dopo un’estate di studio matto e disperatissimo e quattro giorni di corso a Trevi, sono riuscita a conseguire il diploma di Allenatrice della Federazione Italiana Karate (FIK). Alla mia età, è un bellissimo risultato. Adesso spero di mettere su un corso di Karate per adulti: un altro sogno da realizzare! Il diploma, tra un adempimento burocratico e l’altro, mi è stato consegnato solo ieri.

Qui voglio ringraziare il mio istruttore Andrea Favero, e i miei compagni e compagne di palestra che mi hanno sostenuto, e i miei cari (Giorgio e Arianna) che mi hanno spronato e incoraggiato. Ora viene il diffcile!

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Posted by on giovedì, maggio 10, 2018 in Arti Marziali |

L’ordalia curva

Chi vedeva, decenni fa, i cartoni televisivi dei Pokémon ricorderà certamente lo svampito Professor Oak (Quercia in inglese), l’anziano studioso dei simpatici mostriciattoli, che una volta all’anno reclutava ragazzini e ragazzine di dieci anni per disperderli nel vasto mondo alla ricerca di Pokémon da catturare e classificare. Nell’applicazione per cellulare, Pokémon Go, il suo ruolo è svolto dal più giovane Professor Willow (Salice) che all’avvio del gioco istruisce brevemente il tuo avatar, gli assegna un Pokémon e una borsa di oggetti. Poi il Professore svanisce dal gioco, evocato solo quando, eliminando un Pokémon dalla tua collezione, lo “trasferisci al Professore”.

Ora, da più di un mese, il Professore è tornato. Riprendendo il ruolo di mentore e maestro, ora si presenta nel fascino dei suoi capelli brizzolati e dei suoi penetranti occhi grigi. Assegna al giocatore prove e incarichi vari, e piano piano gli rivela che è stato avvistato il più Leggendario dei Leggendari: il Pokémon Mew, da cui, secondo certe pokégonie, discenderebbero tutti i Pokémon. Il gioco guadagna in complessità e interesse: da semplice sequenza di passeggiate, battaglie in palestra, catture di Pokémon selvatici, diventa più simile a un percorso d’iniziazione. Dapprima il professore ti chiede cose semplici: cattura tre Pidgey, fai venti evoluzioni, effettua dieci ottimi tiri; poi ti spinge a combattere in Palestre e Raid, o a catturare tipi specifici di Pokémon. In cambio, ottieni palle, punti, e la possibilità di incontrare Pokémon rari. Infine, ecco l’Ordalia Suprema: lancia una palla curva. E non solo una: due, tre, cinque, addirittura consecutive. E qui mi blocco: nonostante i tutorial video disponibili in Rete, o le pazienti spiegazioni di un bidello nerd, la mia scarsa manualità mi impedisce di conseguire l’obiettivo, se non casualmente e occasionalmente. Ma, senza palla curva, non si passa il livello. E così, addio Mew. Meglio votarsi a compiti più sempèlici, come trovare un primo ministro che metta d’accordo Salvini, Di Maio e Berlusconi, cosa non facile dopo che Voldemort, Sauron e Licio Gelli hanno abbandonato la politica attiva.

Diciamoci la verità: queste palle curve fanno girare un po’ le palle.

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