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Posted by on domenica, dicembre 22, 2019 in Mentre Vivo |

La vita dopo il 40

Attenzione all’articolo determinativo: non “i” 40 (già passati da qualche annetto), ma “il” 40. Ovvero il tanto sognato e bramato quarantesimo (e ultimo) livello del giochino da cellulare Pokémon Go, che accompagna i miei passi ormai dal lontano agosto 2016. Come tutti sanno, ogni azione compiuta nel gioco (cattura di Pokémon, visita di Pokéstop, scambio pacchi con amici, evoluzione, lotta in palestra ecc.) fa guadagnare punti. Quando hai superato un certo gradino, passi di livello. E con 20 milioni di punti (5 milioni dall’ingresso nel livello 39) si arriva al fatidico livello 40, l’ultimo previsto dai creatori del gioco. Quaranta: cifra simbolica che ricorda i quarant’anni di Israele nel deserto, i quaranta giorni di digiuno di Gesù, Quaranta ladroni di Alì Babà e la Scala Quaranta. Purtroppo, non ho potuto godermi appieno lo storico passaggio, avvenuto nella mezzanotte tra il 20 e il 21 dicembre, perché in quel momento ero angustiata da un problema molto più serio (poi avviato a soluzione).

In teoria, una, conseguito l’ultimo livello, dovrebbe dichiarare chiuso questo capitolo della propria vita, cancellare l’applicazione dal proprio apparecchio, e cercare altre attività antistress, tipo il rosario (ma ormai è troppo politicamente connotato) o SuperMario (ma ho già un idraulico in famiglia).

In realtà, al raggiungimento della soglia simbolica, il giochino non finisce. I punti continuano a scorrere (anche se più nascosti), come se Niantic e Nintendo meditassero, ora che milioni di utenti in tutto il mondo sono arrivati al Quarantesimo, di riaprire i conteggi e inventarsi magari un Quarantunesimo. Ma in realtà il gioco, vera e propria gallina dalle uova d’oro, è programmato per non finire mai. Non puoi dire di averlo finito finché non catturi ogni singolo mostriciattolo del Pokédex. Peccato che ogni nuovo videogioco a tema Pokémon per altre piattaforme (dopo avere esaurito i colori dell’arcobaleno, siamo arrivati a Pokémon Spada e Scudo: a quando Pokémon Pappa e Ciccia Pokémon Culo e Camicia?), aggiunge una nuova generazione di creature, in media centocinquanta. Pokémon Go sta cominciando la quinta, ma gli altri giochi sono già all’ottava. Inoltre, molti mostriciattoli sono rarissimi, catturabili solo a prezzo di terribili prove iniziatiche a base di Palle Curve Eccellenti, o Regionali (cioè catturabili solo in un certo continente): a meno di non essere manager globali, o dotati di tempo libero e soldi in abbondanza, o hacker in grado di ingannare il GPS, non c’è trippa per gatti (si favoleggia che esistano alcuni rarissimi Pokémon catturabili solo in Corea del Nord, riservati a Kim Jong Un e alla sua stretta cerchia). E poi il gioco si complica e si arricchisce di sempre nuove caratteristiche. il Professor Willow e i suoi incarichi, la possibilità di sfidare altri allenatori, l’invasione dei Cattivi del Team Rocket capeggiati dal temibile Giovanni …

Decisamente, anche dopo il Quaranta non mancano le cose da fare. Forse, se Sisifo fosse vissuto ai nostri tempi, Zeus non gli avrebbe assegnato come condanna eterna un sasso da trascinare su per la montagna, ma un Pokémon Go da completare.

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Posted by on sabato, novembre 16, 2019 in Mentre Vivo |

Fine lavoro mai

Il primo museo che abbiamo visitato durante la nostra breve vacanza napoletana (agosto 2019) è stato il Museo Archeologico (MANN), che si poteva raggiungere facilmente a piedi, ed inoltre in certe domeniche è a ingresso gratuito. Nel piano sotterraneo c’è un’ampia sezione egizia, la più antica d’Europa (il nucleo originario venne raccolto a fine Settecento dal cardinale Stefano Borgia – quelli di Lucrezia e del duca Valentino e aperto al pubblico nel 1821).

Ho visitato varie collegizioni di antichità egizie, da Torino al Louvre al MET: solo qui a Napoli, però, ho notato per la prima volta i cosiddetti uscebti. Cosa sono?

Uscebti – o ushabti – significa “colui che risponde”. Come da foto, hanno l’aspetto di modellini – in legno o altri materiali – che rappresentano persone. Possono ricordare (a parte la tipica “posa egizia”) le statuette del presepe, o le action figures che riproduconmo personaggi dei cartoni o dei fumetti.

Ma il loro uso era particolare, e l’ho trovato assai inquietante. Stavano nelle tombe e avevano l’immagine non del defunto,  ma dei suoi servitori. Dovevano essre pronti a “rispondere” (donde il nome), nell’aldilà, alla chiamata al lavoro. Nel caso il defunto venisse chiamato a svolgere lavori gravosi (coltivare i campi, irrigare, trasportare sabbia) i suoi uscebti ne facevano le veci: averne tanti era una garanzia, e presumibilmente anche uno status symbol. Spesso nelle tombe, vicino alle statuette, si incidevano testi come questo, tratto dal Libro dei Morti:

”O questo ushabti di (nome del defunto), se io sono chiamato e messo in nota per fare i lavori che si compiono abitualmente nell’oltretomba te ne sarà affidato l’incarico.
Sostituisciti me in ogni momento per coltivare i campi, per irrigare le rive, per trasportare sabbia ad oriente e ad occidente.
Eccomi, dirai”.
O tu ushabti di (nome del defunto) ascoltami!
Se io sono chiamato o condannato ad eseguire un qualsiasi lavoro che si impone alle anime nell’aldilà, sappi o ushabti, che è su di te che incomberà questo onere e che dovrai farvi fronte con i tuoi strumenti.
In ogni momento tu sarai chiamato al mio posto dai sorveglianti dell’oltretomba per seminare i campi o per irrigarli, o per trasportare sabbia dall’oriente all’occidente.
”Eccomi sono ai tuoi ordini” questo è ciò che devi rispondere.

Così l’illustre defunto poteva affrontare la prova della psicostasia (la pesatura dell’anima, o del cuore) e, se la superava, accedere ad un’eternità di delizie nei Campi Aaru, lasciando gli uscebti a lavorare e a rispondere alla chiamata di Osiride.

Bisogna ammettere, una concezione della morte e dell’aldià spaventosamente classista, agli antipodi dell’idea (che troviamo nell’Ecclesiaste o in Totò) della morte come grande “livella” che accomuna nella stessa sorte il principe e il povero, il saggio e lo stolto. Come oggi (come ha detto Mark Fisher) è più facile pensare la fine del mondo che la fine del capitalismo, anche gli Egizi erano incapaci di immaginare un aldilà privo di corvées e di sorveglianti.

Mi viene in mente la poesia di Baudelaire Le squelette laboureur. In essa, il Poeta trova su una bancarella del Lungosenna un vecchio trattato d’anatomia, allietato da illustrazioni che rappresentano scheletri adibiti ai lavori agricoli. Rivolgendosi agli scheletri, chiede angosciato Volete forse mostrarci che persino nella fossa il riposo promesso non è sicuro? Che il Nulla ci tradisce e la Morte ci mente? E che ci toccherà, in qualche paese sconosciuto, scorticare per sempre la terra e spingere la vanga col piede nudo e sanguinante? (traduzione libera).

Citazione meno seria: nel film Beetlejuice, i suicidi sono condannati a fare gli impiegati statali per l’eternità.

Che dire? Certo, gli Egizi avevano risolto, a loro modo, il problema dell’età pensionabile …

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Posted by on sabato, novembre 2, 2019 in Mentre Vivo |

Il mitico Thor (valdsen)

Canova (1757 – 1822) sanno tutti chi è, Thorvaldsen (1770 – 1844) da alcuni viene scambiato per un centrocampista danese del Parma. Si tratta comunque di scultori. A Milano, alle Gallerie d’Italia, c’è appunto, in questo periodo, la mostra Canova e Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna, dedicata ad un confronto tra i due grandi scultori, dei quali abbiamo potuto ammirare numerose opere, anche sugli stessi soggetti. Così abbiamo potuto valutare analogie e differenze (a me, e non per nazionalismo, piace più Canova, Thorvaldsen lo trovo troppo di maniera).

Ecco ad esempio le Tre Grazie in versione Canova:

E in versione Thorvaldsen (con Cupido infiltrato):

Mostra molto bella, quindi, che mi sento di consigliare a tutti (per chi non ha sconti, sono 10 euro a cranio: vale la pena anche perché consente di visitare la collezione permanente e il bel Giardino di Alessandro). A un certo punto, però, l’immersione in tanto neoclassicismo ha innescato – in me e mio marito – una reazione che potremmo definire la sindrome anti-Stendhal: per non soccombere all’apollinea bellezza, ci siamo messi a cercare il pelo nell’uovo, in particolare i piccoli errori fatti dai curatori.

Si comincia subito con questa bella Giovane danzatrice, di Thorvaldsen.

La didascalia ci informa con grande precisione sull’epoca di realizzazione:

L’opera fu realizzata prima del 1845: poiché l’eccelso danese morì nel 1844, possiamo situarla con certezza in qualunque momento della sua vita, dai primi vagiti agli ultimi rantoli. Sempre di Thorvaldsen, ecco un tenero bassorilievo in marmo:

Avete letto bene: Venere consola Amore punto da un’ape ante. Ci siamo chiesti per cinque minuti cosa fosse l’ape ante, forse una specie particolarmente perniciosa tipo la zanzara tigre o un’ape ante litteram?

Abbiamo imparato, comunque, che i due grandi scultori erano idolatrati e venerati da un vasto pubblico come calciatori o rockstar di oggi. Bertel Thorvaldsen è stato ritratto innumerevoli volte, sia da giovane che da anziano. Ci sono tele che documentano persino il suo arrivo alla dogana al rientro da un soggiorno in Italia, o addirittura l’eroico sforzo di un gruppo di bufali adibiti a trasportare un blocco di marmo a lui destinato.

Canova, dal canto suo, si è fatto ritrarre in marmo, sedente nell’atto di abbracciare l’erma fidiaca di Giove (no, l’erma fidiaca non c’entra niente con l’ermo colle!)

Un altro cartello posto dai curatori ci ha rivelato la ragione profonda di tanta adorazione per i due Grandi: Sono stati infatti i dominatori della scena artistica del proprio tempo, e con la bellezza delle loro opere sono riusciti a sconfiggere il male, dando conforto all’umanità in perido storico particolarmente difficile per l’Europa. 

Sconfiggere il male, mica bruscolini. Vai, distruggi il male e vai: altro che Lady Gaga e Ronaldo, qui Canova e Thorvaldsen assurgono al livello di Jeeg Robot e Goldrake.

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Posted by on sabato, agosto 31, 2019 in Fede, Mentre Vivo |

Purgatorio napoletano

Prima di andare in vacanza, vi avevo intrattenuto con un post sul Limbo (La danza infernale, 14 luglio). Rimaniamo in qualche modo in tema parlando del Purgatorio. Con mio marito ho trascorso otto giorni a Napoli, in un piccolo e accogliente B&B, vicinissimo alla Via dei Tribunali. Detta anche Decumano Maggiore, è una delle tre strade del centro storico (le altre due sono Spaccanapoli e l’Anticaglia), che riprendono il tracciato dell’antica Neapolis greco -romana. Strada acciottolata, tutta salite e discese, frequentatissima da turisti e indigeni a tutte le ore. Una dura prova per piedi e ginocchia, ma una densità incredibile di chiese, palazzi, punti di riferimento storici. Vicinissimo a noi, giusto davanti al bar dove facevamo colazione, c’è la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, nota al popolo come ‘a chiesa de’e cape ‘e morte. Venne commissionata nel 1616 dalla congregazione laica Opera Pia Purgatorio ad Arco all’architetto Giovan Cola di Franco, e consacrata nel 1638. La struttura fu concepita su due livelli, una chiesa superiore che rimandasse alla dimensione terrena e un Ipogeo, area cimiteriale, che rappresentasse concretamente il Purgatorio. Tutto odora di Controriforma: infatti la cura delle anime del Purgatorio era uno dei punti principali della spiritualità post -tridentina, e tutto l’apparato decorativo venne ideato per ricordare, a passanti e fedeli, che le anime attendevano una preghiera in suffragio per potersi liberare dal fuoco del Purgatorio e ascendere al Paradiso. La facciata, la decorazione della chiesa e della Sagrestia, gli arredi liturgici, ogni cosa rimanda al tema del Purgatorio. L’accesso alla chiesa è gratuito, mentre si pagano 6 euro (come per il Maschio Angioino, tanto per fare un confronto) per vedere il Museo dell’Opera, l’Oratorio dell’Immacolata, e soprattutto l’Ipogeo.  A quest’ultimo – una vera e propria chiesa sotterranea – si accede attraverso un’apertura nel pavimento della chiesa superiore, scendendo per alti gradini. Al centro del pavimento si apre un’ampia tomba anonima circondata da catene nere e illuminata fiocamente da qualche lampadina. Lungo le pareti laterali, scarabattoli, nicchie, piccoli altarini, documentano il culto che spontaneamente nacque, fin dal seicento, nella chiesa inferiore, mentre sulla parete di fondo l’antico altare seicentesco mostra un’austera decorazione con grandi croci nere. Un’apertura laterale introduce attraverso un corridoio, all’ambiente dedicato alla Terra santa, dove, tra gli altri teschi, si trova quello di Lucia, l’anima tanto amata alla quale la tradizione popolare ha dedicato un complesso altarino. Secondo la leggenda, questa Lucia, il cui teschio è adornato da un velo da sposa e da una coroncina, era una principessa, morta giovanissima poco dopo le nozze. La tradizione popolare ha eletto quest’anima a protettrice delle spose e mediatrice per preghiere e invocazioni.

Da qui si vede come il culto delle Anime del Purgatorio (le anime pezzentelle) sia andato oltre le stesse intenzioni della chiesa controriformistica. Non si prega solo per le anime del Purgatorio, ma si pregano direttamente loro, affinché, in una catena di mediazioni, intercedano presso i Santi, i quali intercedono presso la Madonna, la quale intercede presso il Cristo, che si rivolge al Padre. Una serie di passaggi gerarchici degna di un ministero. Il culto popolare prevedeva la scelta di un teschio a cui seguiva la sua adorazione. Le anime purganti apparivano in sogno ai fedeli, e chiedevano preghiere e suffragi per accelerare la transizione al Paradiso, offrendo in cambio presagi e numeri da giocare al Lotto. Troppo persino per la chiesa cattolica ufficiale, che negli ultimi decenni ha cercato di scoraggiare queste forme di culto definendole arbitarie e superstiziose. Ufficialmente, il culto delle “anime pezzentelle” non è più attivo, tranne – secondo alcuni – presso la Basilica di san Pietro ad Aram, e il Cimitero delle Fontanelle (che non abbiamo visitato).

Abbiamo rinunciato di comune accordo alla visita dell’Ipogeo, in quanto non solo urtava la nostra sensibilità riformata, ma prometteva di essere molto claustrofobico, e per di più a pagamento. All’esterno della chiesa, sul marciapiede, ci sono alcune colonnine sormontate ciascuna da un simpatico teschietto dorato, che tutti i passanti accarezzano percorrendo la via. Devo ammettere che l’abbiamo fatto anche noi. Del resto, veniamo da una città moderna e industriale, dove tutti si premurano di calpestare le Palle del Toro nell’Ottagono della Galleria. A Napoli c’è la Galleria Umberto, quasi uguale alla nostra Vittorio Emanuele e anch’essa dotata di affreschi coi segni zodiacali per terra. Qui, però, le Palle del Toro non le calpesta nessuno: un’amica napoletana si è anzi stupita che a Milano lo si faccia. Animali astrologici o teschi penitenziali, ognuno ha le sue superstizioni.

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Posted by on domenica, agosto 11, 2019 in Mentre Vivo |

Mistero a Vittoria Apuana

Sono rientrata a Milano da pochi giorni, dopo aver trascorso due settimane di vacanze a Vittoria Apuana – frazione di Forte dei Marmi (Versilia) con mia figlia, mio marito e una parte della di lui famiglia allargata (padre, sorelle, cognato, nipoti). Mercoledì 31 luglio, verso le 19,30, sono passata con Arianna davanti a Villa Bertelli – edificio storico dove ha sede la biblioteca, si tengono mostre d’arte e dibattiti, e concerti nel parco. Ci si è parata davanti una scena spaventosa: il tratto di carreggiata davanti all’ingresso della villa era bloccato, per terra c’era una donna bionda, sui 45 -50 anni, stesa in una pozza di sangue. Accanto aveva una bicicletta tutrta ammaccata, e le erano sfuggiti i sandali, color rosa: sicuramente era stata investita da un veicolo a motore. C’erano poliziotti, carabinieri, vigili urbani, ambulanza, qualcuno aveva tracciato col gesso un cerchio attorno alla vittima, non si capiva se ancora viva o no. Ovviamente, c’erano un sacco di curiosi, sia indigeni che turisti. Mancavano solo le transenne e le scritte in giallo Crime sceene – do not cross. Non ci piace godere di tali lugubri spettacoli, quindi ci siamo allontanate, senza fare macabre foto del luogo e dei resti dell’impatto.

La mattina dopo, abbiamo comprato la classica mazzetta di quotidiani: Corriere, Repubblica, Manifesto, Gazzetta dello Sport e. soprattutto, il giornale locale, Il Tirreno. Quest’ultimo, con la sua brava edizione versiliese, è uno di quei quotidiani che danno grande rilievo alle notizie locali di ogni genere, dalla Sagra del Cinghiale in Guazzetto alle beghe politiche di Massarosa; dall’acquisto del nuovo centrocampista del Camaiore alla multa per eccesso di velocità a un pizzicagnolo. Se le notizie sono abbastanza ghiotte o trucide, vanno anche in prima pagina, insieme a guerre, scandali o selfie dell’Innominabile. Un incidente stradale davanti a un landmark (per dirla all’americana) con vittima (morta o ferita) non poteva mancare, con la dovuta evidenza e copertura. E invece nulla. Abbiamo riprovato il giorno dopo, non si sa mai non avessero fatto a tempo a chiudere in redazione: niente al cubo. E niente neanche nei giorni successivi, né in Rete, dove pure figura tuttora la storia di un analogo incidente capitato due settimane prima davanti alla chiesa di San Francesco (signora pistoiese in vacanza travolta e uccisa da automobile). Eppure né io né mia figlia soffriamo di traveggole, e di gente ad assistere ce n’era. E per giorni ci sono state ancora tracce di sangue e di gesso sulla strada. Le ipotesi che abbiamo formulato sono tre, di cui due abbastanza inquietanti.

Prima ipotesi: Stavano girando un film o telefilm, quindi era tutto finto e fasullo. Non si può escludere a priori, perché il turbamento ci ha impedito di vedere se c’erano telecamere, registi, cameraman in giro. A New York succede di frequente, magari i giornali dei giorni precedenti ne parlavamo ma non ci abbiamo fatto attenzione.

Seconda ipotesi: poiché a Forte dei Marmi e Vittoria Apuana da un decennio ci sono molti turisti russi – anche piuttosto danarosi, la vittima potrebbe essere una donna dell’Est. Che si tratti di una ricca turista o di una del personale di servcizio, la Famiglia di riferimento (il termine va usato in tutte le accezioni) – potrebbe avere fatto capire alla stampa che non era il caso di parlarne, con qualche convincente argomento.

Terza ipotesi: variante spionistica. La vittima potrebbe essere un’agente segreta (pro o contro il governo russo poco importa) o una dissidente, che chi di dovere ha tentato di eliminare o intimidire con un mezzo più rozzo del polonio o dell’Ombrello Bulgaro. Non impossibile, in un paese sovranista a sovranità limitata, dove i servizi segreti di tutto il mondo fanno quello che vogliono.

Ora, non è escluso che nel mese abbondante che porterà all’autunno accada qualcosa di più succoso; per me, sino a evidenza contraria, il Giallo dell’Estate 2019 rimarrà il Mistero di Vittoria Apuana, il Giallo che non divenne mai un Giallo. E se qualcuno vuol trarne lo spunto per una storia thriller, si accomodi pure.

 

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Posted by on giovedì, luglio 18, 2019 in Mentre Vivo, Video |

Spazio in valigia

Un video pubblicitario apparso sulla mia bacheca Facebook ha attratto, mio malgrado, la mia attenzione. Come potete ammirare, all’inizio si vede una donna impegnata nello stipare più cose possibili in una valigia. Ahimè, come fare? Si guadagna spazio comprimendo l’aria grazie a una pompetta. Mi ha affascinato per la sua combinazione tra comicità da cartoon (la donna sempre più infuriata che sale sulla valigia per farci stare tutto) e tecnologia avanzata e pulita (l’alimentazione USB). Fa pensare a quei film di spionaggio o fantascienza dove ci sono sofisticati miniaturizzatori.

E fa pensare anche a quanto spazio occupano inutilmente nella nostra vita – ma anche nella vita pubblica – persone o questioni che meriterebbero di essere ridimensionate. Se c’è un PUMPIT per comprimere e confinare in un angolino parenti importuni, colleghe supponenti, ministri onnipresenti, fatemelo sapere che lo prenoto subito!

https://www.facebook.com/637363190096264/videos/1279277202210873/

 

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