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Posted by on mercoledì, giugno 2, 2021 in Midrash |

Omaggio a Bob Dylan – Desolation Row (decima e ultima strofa)

E qui si conclude l’avventura, la pazza idea di Giorgio Guelmani di commentare, strofa per strofa, la leggendaria ed enigmatica Desolation Row di Bob Dylan. E avanti, verso nuove sfide!

1   Yes, I received your letter yesterday
(about the time the door knob broke)
When you asked how I was doing
Was that some kind of joke?
5   All the people that you mention
Yes, I know them, they’re quite lame
I had to rearrange their faces
And give them all another name
Right now, I can’t read too good
10  Don’t send me no more letters no
Not unless you mail them
From Desolation Row

Dopo l’assolo di armonica, si va verso la fine della lunga ballata. Generalmente canzoni così terminano con l’autore che riprende in mano il filo della trama, intervenendo in prima persona e proponendo una prima interpretazione alla sequela di immagini visionarie che ci ha ammannito. Faccio un solo esempio: Cercando un altro Egitto di Francesco De Gregori. Canzone del 1974 in cui i calchi di Desolation Row sono evidenti e sicuramente voluti. Abbiamo l’uomo all’angolo, vestito da poeta, che vende fotografie virate seppia; abbiamo il Terzo Reparto Celere che controlla, l’ufficiale uncinato i bambini che sono tutti a volare (allusione anche ad Auschwitz di Guccini). Ebbene, la strofa conclusiva recita Un amico d’infanzia, dopo questa canzone / mi ha detto “è bellissima, è un incubo riuscito” / ma dimmi, sogni spesso le cose che hai scritto / oppure le hai inventate solo per scandalizzarmi? Ci dobbiamo attendere, quindi, che non solo Dylan, nell’ultima strofa, ricapitoli il senso di ciò che ha visto e scritto, ma anche che abbozzi un dialogo con un invisibile You, che rappresenta il pubblico degli interlocutori più vicini. E il menestrello di Duluth non ci delude. Partiamo con la traduzione.

1-4. Sì, ho ricevuto ieri la tua lettera, più o meno quando si è rotta la maniglia della porta. Quando mi hai chiesto come stavo cos’era, una specie di scherzo?  

A che lettera si riferisce Dylan? Tre sono le interpretazioni correnti tra gli esegeti. La prima è che faccia allusione alla Open Letter to Bob Dylan, pubblicata nel novembre 1964 sulla rivista trimestrale di musica folk Sing Out! Autore della Lettera Aperta era Irwin Silber (1925-2010), cofondatore e a lungo direttore della rivista. Nel link sotto il testo integrale in originale della lettera.

http://www.edlis.org/twice/threads/open_letter_to_bob_dylan.html

Silber, in sostanza, reagendo a caldo all’album di Dylan, Another Side of Bob Dylan (uscito nell’agosto 1964), e alla sua esibizione annuale a Newport (non quella della svolta elettrica e del diverbio con Pete Seeger) scriveva con amarezza (e un po’ di paternalismo) al giovane folksinger “Si direbbe che tu sia interessato a tutt’altre cose in questo momento, Bob – il che mi preoccupa. A Newport mi sono accorto che hai sostanzialmente perso di vista la gente. Ho avuto la sensazione che il corredo della fama abbia iniziato a esserti di intralcio (…) le tue nuove canzoni in questo momento sembrano tutte rivolte al tuo intimo (…) la Macchina Americana del Successo fagocita geni alla velocità di uno al giorno e tuttavia non è mai sazia …”. Quattro anni dopo, Silber riconobbe la futilità di un simile appello pubblico e fece autocritica “alcuni di noi, cresciuti a forza di canzoni di Guthrie e Seeger (…) non erano pronti ad accettare le implicazioni rivoluzionarie delle affermazioni di Dylan (…) Dylan è il nostro poeta, non il nostro leader”. Ma ormai la frittata era fatta: anche se Dylan – di tanto in tanto – avrebbe in futuro prodotto qualche canzone “militante” (pensiamo a Hurricane, George Jackson, o a pezzi meno conosciuti come Julius and Ethel), non sarebbe mai più stato un “intellettuale organico” (per dirla all’europea), a un Movement che stava, comunque, per disperdersi in mille rivoli. Quindi, se la prima interpretazione è vera, la “lettera” è la Open Letter di Silber, e tutte le affermazioni un po’ piccate che seguono sono rivolte a lui, e per estensione al mondo del Folk Music Revival e della sinistra. Seconda interpretazione: Dylan se la prende – come accade anche in altre sue canzoni – con una delle donne con cui ha rotto, o sta per rompere, e qui le candidate sono le solite due, Suzie Rotolo e Joan Baez. Terza interpretazione (radicalmente opposta alla prima): Dylan si rivolge a un ipotetico interlocutore square, cioè a un benpensante, un thin man alla Mr Jones (vedi la canzone Ballad of a Thin Man, nello stesso album di Desolation Row), magari scandalizzato dalla vagonata di immagini acide e di personaggi al limite fin qui sciorinati. Sia come sia, Dylan non riconosce all’interlocutore (Silber, Rotolo o Mr Jones) il diritto di chiedergli “come stai?”. Ulteriore nota ironica: l’allusione alla “maniglia della porta”. La preposizione about ha un doppio significato in inglese, come circa in italiano. Ho scelto di tradurre più o meno quando si è rotta la maniglia, come dire “le disgrazie non vengono mai sole” (già ci avevo dei problemi, e ora vieni anche a disturbarmi con la tua lettera). Ma about significa anche a proposito di, quindi potrebbe intendere la tua lettera, che mi parla di quando si è rotta la maniglia. Come dire: “mi scrivi solo per parlarmi di queste cavolate di cui non può fregarmi di meno?”. Da notare che, al contrario della più letterale TSJ – che ho sostanzialmente seguito – le altre due traduzioni si sbilanciano a dare un sesso al mittente della lettera: per la DADG (ma non essere ridicola) è una donna, mentre per la RDG (ma per favore non essere ridicolo) è un uomo.

NOTA: La traduzione dei brani della Lettera e delle dichiarazioni di Silber è di Seba Pezzani ed è tratta dal libro di Mike Marqusee Wicked Messenger. Bob Dylan e gli anni sessanta, Il Saggiatore, 2010, del quale consiglio vivamente la lettura.

5-8. Tutte queste persone che nomini, sì, le conosco, sono piuttosto noiose. Ho dovuto rimettere a posto le loro facce e dargli degli altri nomi.

L’aggettivo originale lame significa letteralmente zoppo debole. Nel linguaggio politico USA, lame duck (anatra zoppa) è il Presidente negli ultimi mesi del suo secondo mandato, dopo il quale non può essere rieletto. Ma nel linguaggio popolare significa anche noioso o addirittura conformista. La lettera di Silber non nomina persone viventi, ma solo due miti defunti (Woody Guthrie e James Dean, che neanche il Dylan più iconoclasta avrebbe mai osato definire lame),. Quindi  – se non stessimo parlando di Bob Dylan, notoriamente poco sottomesso al principio di non contraddiziione – potremmo escludere la prima delle tre interpretazioni presentate sopra. Allora la lettera, o è di una ex (che parla di comuni amici o conoscenti) o è del conformista Mr Jones (che magari si richiama a qualche Autorità o Padre Fondatore). In ogni caso, Dylan sente il bisogno di dare nuovi nomi e facce alle persone di cui parla il suo interlocutore, quindi tutti i personaggi nominati nelle strofe precedenti (da Cenerentola alle sirene) non sarebbero altro che trasfigurazioni di persone conosciute. Come scrive un commentatore, “come Fellini in 8 e 1/2, Dylan ha popolato la canzone di doppelgaenger”, di alter ego di persone della sua vita, esagerate grottescamente. Diversa l’interpretazione delle due cover italiane: De André canta questa gente di cui mi vai parlando / è gente come tutti noi / non mi sembra che siano mostri / non mi sembra che siano eroi; De Gregori questa gente di cui mi vai parlando / non ha carattere non ha fisionomia / ho dato a tutti quanti un’altra faccia / e ho usato nomi di fantasia. A quanto pare, i conoscenti di Dylan hanno solo da guadagnarci a essere trasformati in freaks.

9-12. Ora come ora, non riesco a leggere molto bene. Non mandarmi più lettere, no. A meno che tu non me le spedisca dal Vicolo della Desolazione. Brutale congedo: adducendo come scusa difficoltà di lettura (stanchezza?) Dylan invita esplicitamente il suo interlocutore a non interpellarlo più. A meno che (c’è sempre un a meno che) tu non mi scriva dal Vicolo della Desolazione, cioè a meno che tu non raggiunga una consapevolezza superiore, a meno che tu non faccia in prima persona l’esperienza dell’emarginazione: solo allora mi degnerò di ascoltarti. Il senso si inverte completamente nella DADG: non mandarmi ancora tue notizie / nessuno ti risponderà / se insisti a spedirmi le tue lettere / da via della Povertà. Fortunatamente, l’ultima revisione di De Gregori rimette le cose a posto: d’ora in avanti ti prego non insistere (…) sempre che non mi mandi le tue lettere / da via della Povertà. Un insegnamento conclusivo che potremmo trarne: non è importante solo cosa dici, ma anche da dove lo dici. Un messaggio in astratto “giusto” e “corretto”, ma pronunciato dall’alto, da una situazione di privilegio o di estraneità, risulta meno efficace e incisivo di un messaggio rozzo e sbagliato, ma che viene da dove le cose succedono, da dove le persone in carne e ossa lottano e soffrono. Qui Dylan, di certo inconsapevolmente, riecheggia il frammento di Bonhoeffer (probabilmente del 1942) sullo “sguardo dal basso”. “Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti”. Per dirla con Robert Allen Zimmermann in arte Dylan, solo se scritte dal Vicolo della Desolazione le nostre epistole troveranno ascolto e acquisiranno rilevanza.

That’s all, folks!

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Posted by on domenica, maggio 30, 2021 in Midrash |

Omaggio a Bob Dylan – Desolation Row (nona strofa)

Coraggio, siamo quasi alla fine! Penultima strofa della leggendaria Desolation Row di Bob Dylan, pignolamente commentata da Giorgio Guelmani. 

1   Praise be to Nero’s Neptune
The Titanic sails at dawn
And everybody’s shouting
“Which Side Are You On?”
5   And Ezra Pound and T.S.Eliot
Fighting in the captain’s tower
While calypso singers laugh at them
And fishermen hold flowers
Between the windows of the sea
10  Where lovely mermaids flow
And nobody has to think too much
About Desolation Row

1-2. Sia lode al Nettuno di Nerone, il Titanic salpa all’alba.  Curiosamente, la versione italiana di De André (DADG) inverte l’ordine delle strofe mettendo questa prima, e non dopo, l’ottava (che abbiamo esaminato nel post precedente). Scelta che, a mio parere, depotenzia l’impianto complessivo della canzone e il suo crescendo di disastri. Non a caso, la Revisione De Gregori (RDG) rimette le cose a posto. Nerone è, ovviamente, il quinto imperatore romano (37-68). Non è molto chiaro chi sia “il Nettuno di Nerone”, tanto che la DADG e la RDG rimuovono il problema interpretativo eliminando Nerone (traducendo rispettivamente E bravo nettuno mattacchione Sia lode a Nettuno imperatore). “Il Nettuno” potrebbe essere la polena della nave, “il Nettuno di Nerone” vorrebbe dire che la nave appartiene a Nerone, cioè a un potere folle e incontrollabile, mutevole come il mare.  Wikipedia informa che una delle opere pubbliche completate da Nerone fu Portus Augustus (nell’attuale comune di Fiumicino). Un sesterzio dell’epoca ci mostra da un lato la testa di Nerone cinta di lauri, dall’altro sette navi e un faro sormontato da una statua di Nettuno (ecco un possibile legame!). Il porto era molto esposto alle tempeste, e già nel 62 – riporta Tacito – affondarono 200 navi in una volta. Si spiegherebbe, quindi, perché l’immagine di Nettuno richiami quella del Titanic, il ben noto transatlantico britannico che, durante il viaggio inaugurale da Southampton a New York, entrò in collisione con un iceberg a mezzanotte del 14 aprile 1912 e s’inabissò causando la morte di 1.518 persone. Inutile ricordare la potenza simbolica del disastro del Titanic, assurto nell’immaginario collettivo a simbolo della hubris umana punita dal Destino, della fine della belle époque e della prima globalizzazione e così via. Superfluo elencarne le trasfigurazioni artistiche, da Enzensberger a De Gregori (arieccolo!) a James Cameron. Ricordiamo solo che Dylan scriveva nel 1965 e non aveva in mente nessuna di queste rivisitazioni del Mito, apparse dopo. Piuttosto, è probabile che avesse negli occhi i più recenti prodotti cinematografici ispirati alla tragedia: il melodramma Titanic (1953) di Jean Negulesco (con Barbara Stanwyck e Clifton Webb), o il più accurato A Night to Remember (1958), del regista inglese Roy Ward Baker. Sia come sia, la parola “Titanic” fa subito pensare a un disastro annunciato, anche se non è chiaro chi stia salpando a bordo. Forse (come suggerirebbero gli ultimi due versi) gente che vuol fuggire dal Vicolo della Desolazione e dalla sua realtà dura e spietata, cercando un’America oltre l’America. Forse profughi pronti a rischiare la morte in mare pur di lasciare fame, guerre e torture.

3-4. E tutti quanti gridano “Da Che Parte Stai?” Anche qui ci sono varie possibili interpretazioni. Chi sono i “tutti quanti” che gridano “Da che parte stai”?. Potrebbero essere i residenti del Vicolo della Desolazione, che vedono salpare la nave dei fuggitivi, e chiedono loro di prendere posizione, invece di scappare (non dimentichiamo che, nella strofa precedente, c’è stata una retata ai danni dei dissidenti). O potrebbero essere i passeggeri del Titanic, in riferimento alla lotta tra Pound ed Eliot (di cui al verso 5). Per una traduzione consapevole occorre soffermarsi su questo grido Da Che Parte Stai? – tutto con iniziali maiuscole nel testo. Non si tratta di un generico invito a schierarsi, ma è il titolo di una famosissima canzone (Which Side Are You On, appunto), che per la sinistra sociale americana è un marchio identitario, un misto tra Bella Ciao Sebben che siamo donne. Fu scritta nel 1931 – sull’aria di un inno battista “Lay the Lily Low” – da Florence Reece, moglie di un minatore di Harlan County (Kentucky) e attivista sindacale. Era in corso una durissima vertenza – con caratteri di vera e propria guerra civile –  durante la quale le autorità locali (con in prima fila lo sceriffo J.H.Blair) erano smaccatamente dalla parte dei proprietari delle miniere. La canzone fu scritta a caldo, sul retro del calendario che stava in cucina, proprio dopo un’irruzione intimidatoria e illegale degli uomini dello sceriffo in casa Reece. Le parole della canzone rendono l’idea di una lotta dura, senza la possibilità di “zoppicare dai due lati” (cfr I Re 18:21): Dicono che a Harlan County non ci sono neutrali / o sei un uomo del sindacato o sei uno scagnozzo di J.H.Blair. La citazione della canzone è particolarmente significativa in Desolation Row, dove Dylan (come vedremo anche nell’ultima strofa) mostra un rapporto conflittuale con la sinistra americana di cui era una delle voci di punta.

5-6. Ed Ezra Pound e T.S.Eliot lottano nella torre del capitano.  L’accostamento tra Pound (1885-1972) ed Eliot (1888-1965) non è bizzarro o anacronistico come altri nelle strofe precedenti (Romeo e Cenerentola, Casanova e il Fantasma dell’Opera): i due (entrambi nati negli USA, li abbandonarono a favore rispettivamente di Gran Bretagna e Italia) si conoscevano, si frequentavano, si stimavano (Eliot dedicò il poema The Waste Land a Pound, che l’aveva aiutato nell’editing, chiamandolo – in italiano, con reminiscenza dantesca –il miglior fabbro). Ebbero traiettorie politiche divergenti: Pound, ispirato da un confuso anticapitalismo che ricorda certi “sovranisti” odierni e ossessionato dall’”usura”, aderì al nazifascismo, compromettendosi con scritti e trasmissioni radio, tanto da essere imprigionato alla fine della guerra. Eliot divenne un tranquillo conservatore all’inglese (famosa la sua autodefinizione del 1929 come classicista in letteratura, monarchico in politica e anglocattolico in religione). Entrambi, in modo diverso, erano antisemiti. L’antisemitismo di Pound è quello di Hitler e dei Protocolli dei Savi di Sion, secondo cui gli ebrei dominano e corrompono il mondo con la potenza del denaro. L’antisemitismo di Eliot – che si manifesta in poesie degli anni Venti, come Gerontion Burbank with a Baedeker, dove gli ebrei sono paragonati indirettamente a ratti (The rats are underneath the piles. / The jew is underneath the lot. / Money in furs), o etichettati come avidi proprietari immobiliari, è più stereotipato e moderato. Bisogna ricordare che – prima della Shoah – nella buona società borghese e “cristiana” una modica quantità di antisemitismo era considerata tollerabile. Più inquietante, semmai, è che in una conferenza tenuta all’Università della Virginia nel 1933 (quando Hitler era già al potere in Germania), Eliot abbia sostenuto che, per la stabilità sociale, What is still more important is unity of religious background, and reasons of race and religion combine to make any large number of free-thinking Jews undesirable (pubblicato nella raccolta di scritti del 1934 After Strange Gods: A Primer of Modern Heresy). Sembra che, a proposito, Bob Dylan abbia dichiarato: Quello che so di Ezra Pound è che aveva simpatizzato per i nazisti durante la seconda guerra mondiale e che aveva fatto trasmissioni antiamericane alla radio italiana, quel che basta per mandarlo affanculo. Non l’avevo mai letto, mentre mi piaceva quel tanto che appena basta, Thomas Eliot, lui sì che si poteva leggere. Molti commentatori, del resto, si sono esercitati a rintracciare citazioni e rimandi di The Waste Land in Desolation Row. Eliot e Pound rappresentano, comunque, due destre distinte e contrapposte. In lotta tra loro, lotta vera, non simulata o per finta (DADG traduce fanno a pugni nella torre di comando, stranamente RDG attenua l’effetto con un anodino discutono nella torre di comando). Due destre si combattono sanguinosamente, una tradizionalmente conservatrice, l’altra nazifascista: e la sinistra, dov’è? Due destre combattono per comandare una nave destinata a inabissarsi (è la nave del Sistema diretta verso la crisi, verso quella che Marx chiamava la rovina comune delle classi in lotta?): e la sinistra, dando per assodato che sia rappresentata da quelli che gridano Da che parte stai, che fa? Sta sulla nave, ridotta a parteggiare per uno dei due contendenti (“voto utile” pro Eliot, “tanto peggio tanto meglio” pro Pound, astensione) e incapace di esprimere un capitano proprio? O sta a terra, non coinvolta nel disastro del Sistema? Oppure Dylan scarta di lato e ci propone una terza via?

7-10. Mentre i cantanti di calypso li deridono, e i pescatori reggono fiori tra le finestre del mare, dove belle sirene galleggiano. Ecco, infatti, l’evocazione di un “nuovo soggetto politico” (e poetico): pescatori, cantanti di calypso, sirene. Con ogni evidenza, non fanno parte dell’equipaggio o dei viaggiatori del Titanic, ma neanche della fauna umana del Vicolo della Desolazione. Non sono personaggi storici o immaginari giunti lì per caso, né emarginati o freaks, né agenti della repressione. Pescatori e cantanti hanno, anzi, precise identità professionali: lavoratori che sudano per procurarsi – e procurare agli altri – il cibo e il piacere artistico. I pescatori possono ricordare i primi cristiani. Il calypso, musica afro-caraibica nata a Trinidad, da sempre con forte connotazione politica e popolare, è stato portato al successo commerciale da Harry Belafonte, militante del movimento per i diritti civili e ben conosciuto da Dylan. Secondo un commentatore, pescatori e cantanti di calypso rappresentano “gli umili e i disprezzati della terra (…) gli unici che sanno veramente cosa sta succedendo, che sono in grado di vedere ed esprimere la bellezza”, ciò che i Poeti Laureati – persi nelle loro lotte di potere – non sono capaci di fare. Il suggerimento di Dylan sarebbe, perciò, cambiare il mondo senza prendere il potere (come recitava il titolo di un libro di Fred Halliday, filosofo filo-zapatista di una quindicina di anni fa). Fiori e sirene rappresenterebbero la bellezza della natura, l’unica cosa che val la pena di cantare e perseguire. Accenti molti simili si trovano in Lay down your weary tune, canzone dylaniana del 1963 dove viene ripetuto l’invito a posare gli affanni e le preoccupazioni e abbandonarsi alla contemplazione della natura e al ritmo della musica. Per questo cantanti e pescatori possono permettersi di deridere l’equipaggio del Titanic e il suo inutile agitarsi nel correre verso la rovina.

11-12. E nessuno deve pensare molto al Vicolo della Desolazione. Sviluppo coerente dell’interpretazione degli ultimi versi: facciamo il nostro lavoro, viviamo in armonia con la natura e con l’arte, pensiamo solo ai piaceri semplici. Forse è questa la via d’uscita dal Vicolo della Desolazione, che nelle prime strofe sembrava un simpatico rifugio per fricchettoni e progressivamente si è rivelato una distopia poliziesca. E che il Titanic se ne vada ad affondare per conto proprio, con Pound, Eliot e compagnia cantante.

Ora, per permetterci di riflettere meglio, e segnare una netta cesura con la strofa finale, Dylan piazza un bell’assolo di armonica. Alla prossima!

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Posted by on sabato, maggio 29, 2021 in Midrash |

Omaggio a Bob Dylan – Desolation Row (ottava strofa)

Ancora una volta, Giorgio Guelmani commenta – strofa per strofa – la canzone Desolation Row di Bob Dylan. 

1   Now at midnight all the agents
And the superhuman crew
Come out and round up everyone
That knows more than they do
5   Then they bring them to the factory
Where the heart -attack machine
Is strapped across their shoulders
And then the kerosene
Is brought down from the castles
10  By insurance men who go
Check to see that nobody is escaping
To Desolation Row

1-4. Ora a mezzanotte gli agenti e la ciurma superumana escono, e fanno la retata di tutti quelli che ne sanno più di loro. Mentre gli ignari abitanti del Vicolo della Desolazione si preparano alla festa (strofa precedente) dall’esterno arrivano, come truppe occupanti in un paese invaso, agenti e “ciurma sovrumana” a fare una retata. Evidente ed esplicito il richiamo all’FBI (il cui programma segreto COINTELPRO – attivo dal 1957 al 1971 – includeva azioni di infiltrazione, sorveglianza, sabotaggio a danno del Movimento in senso lato, da Martin Luther King agli hippies, dalle Pantere Nere ai comunisti). Era anche il periodo della coscrizione forzata per inviare la gente in Vietnam. La “ciurma sovrumana” fa allusione ai supereroi stile Marvel (non ancora approdati al cinema, ma già popolarissimi grazie ai fumetti), ma non è escluso che Dylan pensi anche al Superuomo nietzschiano. Bersaglio della repressione non sono i marginali, ma “quelli che ne sanno di più”, cioè l’intellettualità diffusa: studenti, artisti, creativi, liberi pensatori. Il Potere teme e perseguita chi usa la propria testa. C’è un po’ di paranoia in questa visione, che si ritrova anche in opere coeve di Philip K. Dick e innumerevoli altri? Indubbiamente, ma, come diceva quel tale, “il fatto che tu sia paranoico non implica che non ci sia, là fuori, qualcuno che ce l’ha con te”. E nel 1965 era così.

5-7. Poi li portano alla fabbrica, dove la macchina per l’infarto viene loro applicata alle spalle. I prigionieri sono forzati al lavoro di fabbrica, e sottoposti all’applicazione di una non meglio precisata “macchina per l’infarto”, probabilmente un ulteriore mezzo per controllarli. Forse scatena un infarto a comando appena percepisce un desiderio di ribellione. Un incubo ultra-fordista, con suggestioni dei Tempi Moderni di Chaplin. La traduzione DADG preferisce introdurre riferimenti al Golgota e al nazismo: “I prigionieri vengon trascinati / su un calvario improvvisato lì vicino / e il caporale Adolfo li ha avvisati / che passeranno tutti dal camino”, mentre la più recente RDG è più fedele all’originale. Una particolarità: mentre quasi tutte le altre quartine della canzone sono autonome, in questa il quarto verso (And than the kerosene) è legato alla successiva (tecnicamente, un enjambement).

8-12. E poi il kerosene è portato giù dai castelli, da assicuratori che vanno a controllare che nessuno fugga verso il Vicolo della Desolazione. A cosa servirà mai questo kerosene? A sterminare i prigionieri – che però sono stati messi al lavoro forzato e la cui obbedienza, semmai, è assicurata dal deterrente della macchina per l’infarto? O a distruggere tutto il Vicolo della Desolazione, a far pulizia del ghetto pieno di anomalie sociali e anacronismi? O, più prosaicamente, ad alimentare la fabbrica e la sua insensata produzione? Quel che sappiamo è che il Kerosene viene dai castelli (quelli dove stanno Loro, i potenti, i Masters of War), ed è portato da assicuratori (simbolo di un lavoro burocratico, pienamente integrato nel Sistema, che della vita e della morte fa calcolo matematico e attuariale). Sia il Castello che l’Assicuratore, ovviamente, sono richiami ad un altro famoso ebreo visionario, Franz Kafka, che per sbarcare il lunario lavorava per l’imperialregio equivalente dell’INAIL. Oltre a trasportare il kerosene, gli Assicuratori devono verificare che nessuno dei prigionieri tenti di scappare verso il Vicolo della Desolazione: in senso letterale, di recuperare la libertà perduta. Ma anche in senso metaforico: il Vicolo della Desolazione è duro, inospitale, popolato di gente strana e pericolosa, eppure è più vero e autentico dell’America square e perbenista, quella degli agenti FBI e degli assicuratori. Si tratta di garantire la disciplina produttiva: la macchina del Sistema deve continuare a funzionare e a nessuno è concesso evadere verso altri mondi.

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Posted by on giovedì, maggio 27, 2021 in Midrash |

Omaggio a Bob Dylan – Desolation Row (settima strofa)

Ritorna il commentario – strofa per strofa – di Giorgio Guelmani alla canzone Desolation Row di Bob Dylan. 

1   Across the street they’ve nailed the curtains
They’re getting ready for the feast
The Phantom of the Opera
A perfect image of a priest
5   They’re spoonfeeding Casanova
To get him to feel more assured
Then they’ll kill him with self-confidence
After poisoning him with words
And the Phantom’s shouting to skinny girls
10  “Get Outa Here If You Don’t Know
Casanova is just being punished for going
To Desolation Row”

1-4. Dall’altra parte della strada hanno inchiodato le tende, si stanno preparando per la festa. Il Fantasma dell’Opera è la perfetta immagine di un prete. Particolarità di questa strofa è l’abbondanza di riferimenti e situazioni parallele alla terza. Si parte con un cambiamento di scena: dall’altra parte della strada “essi” (gli stessi che nella terza strofa fanno l’amore o aspettano la pioggia?) si preparano per la festa (lo stesso Carnevale della terza strofa? o un’altra festa?), e lo fanno inchiodando le tende alle pareti. Forse per tenere nascosti i preparativi, o, peggio, per occultare atti innominabili che stanno compiendo. Una frase ellittica (senza verbo) introduce il Fantasma dell’Opera, vestito da prete. Si tratta del personaggio dell’omonimo romanzo di Gaston Leroux (1910). Come il Gobbo di Notre Dame di Hugo (terza strofa), il Fantasma è un essere deforme e in disperata ricerca d’amore. Chiunque abbia messo piede a New York ha presente l’onnipresente logo del musical di Andrew Lloyd Webber The Phantom of the Opera, in programma a Broadway dal 26 gennaio 1988 (sino alla pausa forzata causa pandemia). Trattasi di anacronismo, pertanto scordiamocelo: Dylan ha negli occhi il film muto del 1925, diretto da Rupert Julian e interpretato da Lon Chaney. Lo stesso Lon Chaney che interpretava il Gobbo di Notre Dame nel 1922 (vedi Commentario alla terza strofa). Il Fantasma è presentato come Dylan come “perfetta immagine di un prete”, un po’ per l’ipocrisia e l’untuosità di cui dà prova nei versi successivi, un po’ perché nel film il suo abbigliamento nero ricorda proprio un abito talare (come mostra l’illustrazione).

5-8. Stanno imboccando Casanova, per farlo sentire più sicuro. Poi lo uccideranno a colpi di fiducia, dopo averlo avvelenato con parole. Col Fantasma dell’Opera (personaggio letterario -cinematografico) interagisce un personaggio realmente esistito, Giacomo Casanova (1725-1798). Il complesso e multiforme scrittore, agente segreto, massone, alchimista, diplomatico, poeta, evaso e persino promotore di una Lotteria nazionale, è ridotto da Dylan alla sola dimensione del seduttore. Un terzo personaggio, mai nominato, aleggia come collegamento tra il Fantasma e l’avventuriero veneziano: Don Giovanni. Il Casanova storico era amico di Lorenzo Da Ponte (il librettista del Don Giovanni di Mozart), assisté alla prima dell’opera (Praga 1787) e si vocifera addirittura che abbia collaborato alla stesura del libretto. Nel romanzo di Leroux (come pure nelle versioni cinematografiche e nel musical), il Fantasma è intento alla composizione di un’opera chiamata Don Juan Triumphant. I soliti “essi” (qui il Fantasma e coloro che si preparano alla festa) stanno alimentando a forza Casanova (letteralmente “nutrendo a cucchiaini”), ufficialmente “per farlo sentire più sicuro”. Ma questa sicurezza è un’arma a doppio taglio, visto che l’eccessiva fiducia in sé, alimentata da parole avvelenate, finirà per uccidere il malcapitato. Evidentemente il Fantasma, orribile nell’aspetto fin dalla nascita, vuole torturare sino alla morte un uomo bello per definizione, seduttore patentato e archetipico, come Casanova.

9-12. E il Fantasma grida a ragazze pelle e ossa “Uscite Di Qui Se Non Lo Sapete: Casanova sta semplicemente subendo il castigo, per essere andato nel Vicolo della Desolazione”.
Dopo il Fantasma, i suoi accoliti e Casanova ecco comparire delle non meglio precisate “ragazze pelle e ossa” (il termine skinny copre tutto l’arco tra snelle anoressiche). Probabilmente, le ragazze accorrono in massa, attratte dalla fama di Casanova, ma il Fantasma le respinge urlando a tutte maiuscole (il carattere maiuscolo delle iniziali è riportato in tutte le fonti del testo della canzone, anche se non si nota alcuna enfasi nel canto). La DADG descrive una situazione diversa: tre ragazze si son spogliate già / Casanova sta per essere violentato. Nel testo originale, Casanova sta subendo una punizione, per essersi recato nel Vicolo della Desolazione. Come già accaduto a Romeo nella seconda strofa, il messaggio è: questo non è un paese per seduttori, e chi trasgredisce riceverà un castigo esemplare.

Francamente, questa strofa è un po’ deboluccia e ripetitiva, anche per il suo riprendere motivi della terza (e in parte della seconda). Più che altro, è una transizione verso le prossime due, dove la visione della realtà di Vicolo della Desolazione diventa grandiosa e assai inquietante (e politicamente significativa).

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Posted by on mercoledì, maggio 26, 2021 in Midrash |

Omaggio a Bob Dylan – Desolation Row (sesta strofa)

Poiché il lupo perde il pelo ma non il vizio, Giorgio Guelmani si ostina a commentare la canzone Desolation Row di Bob Dylan, strofa per strofa.

1     Dr. Filth, he keeps his world
Inside a leather cup
But all his sexless patients
They’re trying to blow it up
5     Now his nurse, some local loser
She’s in charge of the cyanide hole
And she also keeps the cards that read
“Have Mercy On His Soul”
They all play on penny whistles
10    You can hear them blow
If you lean your head out far enough
From Desolation Row

1-4. Il Dottor Abominio tiene rinchiuso il suo mondo in una tazza di cuoio. Ma tutti i suoi pazienti asessuati stan cercando di farla saltare. Devo ammettere che, prima di accingermi al gran comento (per dirla con l’Alighieri), ero convinto che il Dr. Filth fosse il personaggio di qualche fumetto, o B-movie, di fantascienza o di horror, tipo L’abominevole dottor Phibes o simili. Invece, un Dr. Filth -nome proprio non esiste. La parola, in inglese, si può rendere con sporcizia, sudiciume, lordura, oscenità, schifezza. Tito Schipa (TSJ) e De Gregori 2015 (RDG), traducono con Dottor Lurido, mentre la prima traduzione di De André (DADG) salta l’intera strofa. Mi sono preso la libertà di tradurre Dottor Abominio, per richiamare la biblica abominazione della desolazione (Matteo 24:15 e Daniele 9:27), e l’atmosfera da distopia post-apocalittica della canzone. Gli interpreti si sono divisi in due sull’identificare il Dottore. Per alcuni si tratta del Dottor Freud, e per estensione della psicanalisi. Lo farebbe pensare il nome Filth (stessa iniziale, e stesso numero di lettere, cinque, di Freud), e la successiva introduzione dei pazienti asessuati. La psicanalisi si sarebbe convertita / pervertita in una dottrina che opprime e sopprime la sessualità delle persone, un tappo che deve essere fatto saltare per raggiungere una liberazione completa. Altri interpreti identificano Filth con il Dottor Mengele, o qualche altro dei medici coinvolti in mostruosi esperimenti sui prigionieri dei campi di sterminio. Nella tazza di cuoio ci sarebbero i resti umani dei “pazienti”, magari pezzi di organi sessuali. Personalmente, darei più credito alla seconda interpretazione per due motivi: 1) in tutta la canzone Dylan è ossessionato da un possibile ritorno o avvento del nazifascismo; 2) al contrario, la psicanalisi non rientra tra le sue tematiche preferite (Dylan non è Woody Allen). Ci può essere anche un richiamo al libro di Ken Kesey One flew over the Cuckoo’s nest, scritto nel 1962 e adattato per il cinema da Milos Forman nel 1975. In effetti, nel libro ci sono una rivolta dei pazienti di un ospedale psichiatrico, e un’infermiera dal pugno di ferro (vedi strofa successiva).

5-8. Ora la sua infermiera, una sfigata del posto, ha la responsabilità della fossa del cianuro. Inoltre, tiene le carte su cui si legge “Abbiate Pietà Della Sua Anima”.  Proprio nel 1965 uscì il libro The nazi seizure of power. Experience of a single German town 1930-1935,  dello storico William Sheridan Allen (traduzione italiana presso Einaudi: Come si diventa nazisti). Parla di una piccola città (Thallburg, nella regione di Hannover, diecimila abitanti circa), tradizionalmente socialdemocratica, dove in pochi anni il partito di Hitler riuscì a penetrare e a divenire egemone, sfruttando la paura della depressione economica, la disoccupazione dilagante, le paure della classe media. Il racconto di come, poco a poco, non per effetto di un colpo di stato improvviso, ma di una lenta disgregazione del legame sociale, i bravi cittadini di Thallburg divennero nazisti, è anche oggi impressionante e ammonitore. Non possiamo sapere se Dylan abbia letto, o sentito parlare del libro di W.S.Allen mentre scriveva la canzone. Ma è così funziona, spesso, il consenso alle dittature: un local loser, una persona qualsiasi della classe media in crisi di status e identità, può trovare una sua rivalsa divenendo una zelante pedina del regime. La sfigata locale si percepisce come una buona cristiana (RDG: recita il rosario), prega per l’anima del Dottore, ma nel contempo ne custodisce le riserve di veleno mortale.

9-12. Tutti quanti suonano fischietti di latta, puoi sentirli soffiare se sporgi la testa abbastanza lontano dal Vicolo della Desolazione. Chi sono “tutti quanti”? Solo i pazienti? La misteriosa musica che suonano potrebbe essere un inno di rivolta? Oppure il Dottor Abominio e la Sfigata Locale sono riusciti a rabbonirli, e a organizzare un’ipocrita festicciola comunitaria, come se ne facevano in certi manicomi e persino in certi lager?  Comunque, il consiglio per l’ascoltatore è di sporgere la testa lontano dal Vicolo della Desolazione, per sentire bene cosa sta accadendo. Potrebbe essere un invito ad abbandonare la propria comoda nicchia (anche vivere tra gli emarginati o gli alternativi può essere un modo di evadere) ed affrontare la realtà, una realtà fatta di orrore e di ribellione all’orrore. Nota: il penny whistle è un flauto a fischietto, a sei fori (appartenente alla stessa famiglia del flauto dolce), largamente usato nella musica celtica. In italiano si chiama anche pemperino o flagioletto.

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Posted by on martedì, maggio 25, 2021 in Midrash |

Omaggio a Bob Dylan – Desolation Row (quinta strofa)

E rieccoci all’appuntamento midrashico, in cui Giorgio Guelmani s’industria a commentare, strofa per strofa, la canzone Desolation Row di Bob Dylan. 

1     Einstein, disguised as Robin Hood
With his memories in a trunk
Passed this way an hour ago
With his friend, a jealous monk
5     He looked so immaculately frightful
As he bummed a cigarette
Then he went off sniffing drainpipes
And reciting the alphabet
Now you would not think to look at him
10    But he was famous long ago
For playing the electric violin
On Desolation Row

1-4. Einstein, travestito da Robin Hood, coi suoi ricordi in un baule, è passato di qui un’ora fa col suo amico, un monaco geloso.

Albert Einstein (1879-1955) è figura notissima anche nell’immaginario popolare come prototipo dello scienziato anticonformista, distratto e un po’ pazzo. Robin Hood è l’altrettanto iconico fuorilegge gentiluomo, protagonista di ballate e racconti popolari fin dal Quattordicesimo secolo. L’uomo di pensiero per antonomasia, quindi, si occulta sotto le vesti dell’uomo d’azione. Perché? Secondo alcuni, potrebbe essere il senso di colpa per avere contribuito (con la famosa lettera a Roosevelt dell’agosto 1939, in cui metteva in guardia sui progressi della Germania nazista nella fisica nucleare) alla scoperta della bomba atomica, con annesso incubo della guerra totale e della mutua distruzione assicurata (assai presente nelle canzoni del primo Dylan). Lo scienziato si mimetizza, ma non può liberarsi dei propri ricordi, che è come condannato a portarsi dietro in un baule (il mio peccato mi sta dinanzi del continuo). L’amico di Einstein è un monaco geloso: c’è un’allusione al difficile rapporto tra scienza e religione, con quest’ultima invidiosa e risentita per avere perso la sua importanza e la sua presa sulla gente a favore della scienza. C’è comunque un rapporto di amicizia, nel caso specifico: Einstein non era un ateo alla Dawkins, ma un agnostico con simpatie panteiste. Nota sulle traduzioni: DADG elimina l’allusione a Robin Hood (“Einstein travestito da ubriacone”) e il monaco (facendo rimare “baule” con “l’ultima Thule”); RDG dà a Einstein “un cappuccio sulla testa”, e attribuisce al monaco “un’aria circospetta”.

5-8. Sembrava così immacolatamente timoroso, mentre elemosinava una sigaretta, poi se n’è andato sniffando i tubi di scarico, e recitando l’alfabeto.

Fa tenerezza questo grande scienziato, ridotto a mendicare sigarette e a sniffare tubi di scarico, no? I commentatori vedono sia un’allusione alla distrazione e alla timidezza dell’uomo Einstein, certificata da numerosi aneddoti, sia alla misera condizione della scienza in generale, ridotta a formule vuote e incomprensibili ai più (la “recita dell’alfabeto” potrebbe alludere alla nota formula E=mc2). Dopo avere soppiantato la religione, la scienza è stata a sua volta sbalzata dal piedistallo – e dire che la canzone è di cinquant’anni fa, quindi Dylan non poteva certo pensare ai deliri contemporanei degli antivaccinisti, o dei credenti nelle scie chimiche …

9-12. Ora, a guardarlo, non lo penseresti, ma era famoso tanto tempo fa, perché suonava il violino elettrico nel Vicolo della Desolazione.

Vedi il vagabondo timido e tossico, e non ti verrebbe mai in mente il grande scienziato che fu: sic transit gloria mundi. E il violino? E’ noto che Einstein iniziò a studiare il violino all’età di sei anni, quando viveva a Monaco di Baviera; che Bach, Brahms e soprattutto Mozart erano i suoi autori preferiti; che aveva soprannominato Lina il suo violino preferito, lasciandolo in eredità al nipote Bernhard Caesar; che amava suonare in pubblico (anche se non esiste, a quanto pare, alcuna testimonianza sonora delle sue esibizioni). Non risulta, però, che Einstein suonasse il violino elettrico, strumento che cominciò a essere usato negli anni Venti, ma non ha mai avuto una grande diffusione commerciale fino agli anni Settanta. Forse qui non si parla più di Einstein e il violino, ma di qualcun altro. Chiunque conosca minimamente Dylan avrà già capito a cosa alludiamo. In effetti, il 25 luglio 1965, appena quattro giorni prima della primissima incisione in studio di Desolation Row, Dylan si esibì al Newport Folk festival (Rhode Island), appuntamento collaudato della scena folk, blues e bluegrass americana. Già da qualche mese aveva pubblicato il suo quinto album, Bringing it All Back Home, dove per la prima volta un intero lato del disco (il primo) lo vedeva accompagnato da una band elettrica (nel Lato B tornava alla sua classica formula voce -chitarra acustica -armonica). La sera del 25 luglio, come dicevamo, Dylan salì sul palco, dove aveva appena finito di esibirsi un gruppo di folk tradizionale, e, accompagnato da Mike Bloomfeld alla chitarra elettrica e Barry Goldberg al piano, interpretò Maggie’s Farm Like a Rolling Stone. Narra la leggenda che il pubblico fischiò sonoramente la performance di Dylan, considerandola un tradimento degli ideali (artistici e anche politici) del folk revival. Il grande Pete Seeger dichiarò: “Se avessi avuto un’ascia, avrei tagliato i cavi personalmente”. Successive rivisitazioni dell’episodio sostengono che in realtà sia il pubblico, che Seeger stesso, disapprovarono l’esibizione soprattutto a causa della pessima qualità del suono. Nel 2005 John Cohen, membro dei New Lost City Ramblers e cognato di Pete Seeger, sostiene che quest’ultimo temeva che i suoni distorti danneggiassero l’udito dell’anziano padre, che portava un apparecchio acustico. Comunque sia, Dylan la prese piuttosto male: quarant’anni dopo avrebbe dichiarato che la reazione negativa di Seeger (che Dylan vedeva come una figura paterna, essendo stato uno dei migliori amici del suo mito Woody Guthrie) era stata come un pugnale nel cuore. Qui si approfondì il solco di rancori e incomprensioni tra Dylan e una buona parte della sinistra musicale americana: ne riparleremo. In conclusione, la “questione elettrica” ci spinge a rileggere l’intera strofa: forse Einstein non rappresenta la Scienza, ma è una trasfigurazione di Dylan stesso, come lui un outsider: ebreo in mezzo ai Gentili, sperimentatore incompreso di nuovi orizzonti, intellettuale costretto a travestirsi da fuorilegge.

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