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Posted by on sabato, marzo 23, 2019 in New York | 0 comments

Extraordinary Aliens – Lo spettacolo

https://www.lavocedinewyork.com/people/nuovo-mondo/2019/03/18/lepopea-di-noi-alieni-straordinari-per-ottenere-un-visto-o-1-per-gli-usa/?fbclid=IwAR2-nVQhW22XkL5VDW4aUFNGfOUAovH6sfB49-DjGEqjXct9iYnBxM5zw3o

Il grande giorno, venerdì 15 marzo, è venuto! Arianna, mia figlia, ha presentato a New York (presso la Casa Italiana Zerilli -Marimò) il suo spettacolo Extraordinary Aliens, scritto e interpretato da lei insieme a Flavia Sgoifo e Bianca Waechter. Tre immigrate “aliene” negli USA (un’italiana, una greca e un’austriaca), accomunate dal sogno americano e dalla dura lotta per conquistare, mantenere e rinnovare lo O-1, il visto per lavoratori del settore “entertainment” (spettacolo). Cito dall’articolo (che è anche nel link) scritto da Chiara Barbo per il sito La Voce di New York:

Tre giovani attrici e autrici hanno quindi deciso di scrivere e interpretare uno spettacolo basato su fatti reali, combinando i fatti che sono capitati a ciascuna di loro nel lungo e doloroso processo di preparazione e richiesta del visto, a partire dalla ricerca dell’avvocato giusto, il famigerato immigration lawyer. E qui, cari amici, si apre un mondo, come raccontano brillantemente Flavia Sgoifo, Arianna Wellmoney e Bianca Waechter nella loro commedia Extraordinary Aliens, che ha avuto la sua premiere alla Casa Italiana Zerilli-Marimò il 15 marzo 2019, in una sala affollatissima ed entusiasta. Sì, perché si ride molto, o meglio, ride molto chi di visti e O-1 non sa nulla, quelli invece che ci sono passati o sanno di doverci passare a breve ridono molto anche loro ma con quel filo di angoscia dentro, che li rimanda alle traversie passate e a quelle a venire (anche perché i visti si devono rinnovare) o al solo pensiero dell’immigration officer che li aspetta ogni volta che atterrano negli Stati Uniti dopo una vacanzina o un viaggio di lavoro o una visita alla famiglia. Ci sono persone che, pur potendolo fare, non escono mai dal paese perché sono terrorizzate all’idea del colloquio con l’immigration officer o di essere spedite nella stanzetta per ulteriori accertamenti!

(…)  le tre attrici/autrici hanno creato un lavoro estremamente intelligente e al tempo stesso esilarante, con quella sensibilità artistica necessaria a trasformare un’esperienza umana in spettacolo, la trivialità dei processi legali e delle traversie quotidiane dei richiedenti il visto – per lo più persone qualunque, magari con un po’ di talento e quanto meno grande determinazione ma ecco, non siamo tutti Sting – in una piccola opera d’arte.

Lo spettacolo avrà altre repliche, e in giugno parteciperà al Fringe Festival di Los Angeles. Impossibile mettere per iscritto tutte le emozioni che mi hanno colpito come mamma a distanza di una delle autrici, impossibilitata a vedere lo spettacolo, dal vivo ma anche a stringere ed abbracciare la mia figlioletta nei momenti di stress, sconforto, scoraggiamento – ma anche di gioia e di eccitazione – che non sono mancati nel corso di quest’avventura artistica.

Su YouTube è disponibile anche il video dello spettacolo: cercate Extraordinary Aliens. Dura un’ora lo spettacolo, più 15 minuti di dibattito. Non il dibattito da cineforum (No, il dibattito no! diceva Nanni Moretti), ma un incontro con Nicola Tegoni, avvocato specialista nei temi dell’immigrazione. Lo spettacolo, con la sua comicità partecipata e “tratta da una storia vera” si intreccia così con le vite reali di molte persone, sul palco e tra il pubblico.

E qui in Italia, paese al crocevia dei flussi mondiali di movimento delle persone in cerca di una vita migliore, dove genitori con figli all’estero incrociano bambini e ragazzi con genitori nati all’estero, dove un bambino di origini egiziane, nato in Italia ma non cittadino italiano salva sé stesso e altri bambini (italiani e no) dalla follia di un cittadino italiano, nato in Francia di origine senegalese, queste cose le dovremmo capire. E non dividere la popolazione in autoctoni e alieni, né fare dell’immigrazione un pretesto per seminare paura e odio. E magari riprendere il discorso, colpevolmente abbandonato, dello Ius Soli: perché la cittadinanza non è un privilegio che si merita con atti eroici o trionfi sportivi, ma un diritto di tutti coloro che vivono, lavorano, studiano, pagano le tasse in un territorio.

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Posted by on domenica, gennaio 13, 2019 in New York |

Hamilton alla riscossa

Succede a New York, come in molte altre grandi città. Nel centro c’è una libreria storica e pluripremiata, minacciata di chiusura dalla gentrificazione e dallo smisurato aumento degli affitti che si porta dietro. La libreria è The Drama Book Shop, specializzata in teatro, dove migliaia di studenti, attori, operatori del settore o semplici appassionati hanno trovato e trovano titoli rari, irreperibili altrove. C’è passata anche mia figlia. Fondata nel 1917 e divenuta negozio indipendente nel 1923, la libreria dal 2001 sta nella centralissima West 40th Street, due minuti a piedi da Times Square. Troppo centrale per non suscitare gli appetiti della speculazione immobiliare. Storia ben nota anche a casa nostra, dove innumerevoli botteghe, negozi, librerie storiche sono scomparsi, sostituiti da McDonald, stilisti, store di marchi globali. L’ultimo è, proprio vicino alla chiesa valdese, in Largo Augusto, il negozio di giocattoli intelligenti Imaginarium, che da un anno circa ha ceduto il posto all’ennesima vetrina di vestiti da uomo.

Per salvare la libreria dalla chiusura definitiva, a New York è intervenuto un insospettabile cavaliere bianco. Si tratta di Lin Manuel Miranda, attore, cantante, compositore, regista e commediografo, non molto noto da noi (lo potete vedere nel seguito di Mary Poppins, uscito da poco). Tra le altre cose, Miranda – nato a New York da antenati portoricani – ha scritto e interpretato Hamilton: An American Musical, che tra il 2015 e il 2016 è stato uno dei maggiori successi di Broadway (questo mese – tra l’11 e il 27 – viene replicato a Porto Rico). Il biglietto costava quanto un mese di stipendio, quindi non abbiamo avuto occasione di vedere il musical durante i nostri viaggi, ma tutti comunque ne parlavano. Alexander Hamilton (1755-1804), meglio noto come “l’uomo che sta sui biglietti da 10 dollari”, è stato uno dei Padri Fondatori degli USA, architetto del sistema finanziario del paese e suo primo Ministro del Tesoro. Morì ucciso in duello dal Vicepresidente Aaron Burr, che aveva preso male alcune sue critiche alla propria figura politica (così si risolvevano, un tempo, le verifiche di maggioranza).

Ebbene, Miranda – insieme al regista e al produttore di Hamilton, e al proprietario del Nederlander Theater (quello dove Hamilton è stato rappresentato) ha rilevato la libreria, impegnadosi a riaprirla in una nuova sede, sempre a Manhattan, in autunno. Intervistato dal New York Times, Miranda ha ricordato quando era uno studente di high school squattrinato e passava i pomeriggi seduto sul pavimento della libreria a leggere a sbafo un’opera teatrale dopo l’altra. Lo stesso articolo paragona questa storia ai film di Frank Capra, come La vita è meravigliosa, dove la solidarietà e la gratitudine popolare – oltre a qualche assegno a più cifre di un riccone dal cuor d’oro – salvano piccole imprese familiari in difficoltà. Una storia tipicamente americana. Vederete che prima o poi ne trarranno anche un film.

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Posted by on domenica, dicembre 23, 2018 in Fede, New York, Politica |

Red Christmas Playlist 1 – Christ for President

La stanchezza esige il suo tributo e, in occasione delle feste natalizie, cedo il timone del blog a mio marito Giorgio Guelmani, che per qualche giorno vi proporrà un canzoniere di Natale alternativo.

A volte ritornano: col Natale riemergono puntuali l’orgia consumistica, le onnipresenti decorazioni, i pranzi stroncastomaco con amici, colleghi e parenti, Babbo Natale e i film dolciastri. Spiacevole novità dell’anno: il blasfemo e osceno accoppiamento tra la retorica di alberelli e presepi e il cattivismo contro migranti e rifugiati, incarnato al suo peggio dal Ministro degli Interni in carica (ma non solo lui, purtroppo). Ai credenti, ma anche a uomini e donne di buona volontà, tocca la fatica di ricercare il nocciolo del Natale: riscoprire Gesù di Nazaret dietro tutti gli orpelli che l’hanno sommerso in duemila anni. La meditazione e la manducazione quotidiana della Bibbia sono, ovviamente, primarie e irrinunciabili. Ma, nello spirito di quella “teologia pop” che ravviva il catalogo dell’editrice Claudiana, voglio proporre l’ascolto di alcuni brani musicali – di area angloamericana (quasi tutti) e di tendenza folk-rock, che ci mostrano la figura di rabbi Yeshua sotto angolazioni un po’ diverse.

Cominciamo con un breve brano, composto dal folksinger statunitense Woody Guthrie, noto ai più come autore di This Land is Your Land, uno dei tantissimi inni non ufficiali degli States. Guthrie lasciò in eredità un enorme taccuino con circa mille testi per ballate mai messe in musica, scritte tra il 1939 e il 1967. Racconta Bob Dylan che Woody Guthrie gli offrì il taccuino sul letto di morte, ma, a causa di beghe di famiglia, non riuscì a metterci mano. Nel 1995 Nora, figlia ed erede di Woody, contattò il folksinger inglese Billy Bragg proponendogli di mettere in musica una selezione di questi testi. Bragg accettò l’offerta e coinvolse il gruyppo folk americano Wilco, con i quali realizzò due album (Mermaid Avenue e Mermaid Avenue vol. II) tra il 1998 e il 2000. Mermaid Avenue (viale della Sirena) è il nome del lungomare di Coney Island (Brooklyn) dove viveva Guthrie. Dal primo album del progetto, uscito giusto 20 anni e mezzo fa (il 23 giugno 1998), propongo questa simpatica ballata dal sapore un po’ “zelota” che invoca Christ for President. La traduzione è mia (come nelle canzoni che verranno proposte nei prossimi giorni).

Let’s have Christ for president.
Let us have him for our king.
Cast your vote for the carpenter
That you call the Nazarene.

The only way we can ever beat
These crooked politician men
Is to run the money changers out of the temple
And put the carpenter in

O it’s Jesus Christ for president
God above our king
With a job and a pension for young and old
We will make hallelujah ring

Every year we waste enough
To feed the ones who starve
We build our civilization up
And we shoot it down with wars

But with the carpenter on the seat
Away up in the capital town
The USA would be on the way prosperity bound!

Facciamo Cristo presidente / facciamolo re. / Date il vostro voto al falegname / chiamato anche il Nazareno. / L’unico modo di battere / questi politicanti corrotti / è cacciare dal Tempio i cambiavalute / e metterci il falegname. / Oh, con Gesù Cristo presidente / e Dio nell’alto dei cieli nostro re / con lavoro e pensione per giovani e vecchi / faremo risuonare gli alleluia./ Ogni anno sprechiamo quel che basterebbe / per nutrire chi muore di fame / costruiamo la nostra civiltà / e poi la uccidiamo con le guerre. / Ma col Falegname al potere / lassù nella città capitale / gli Stati Uniti sarebbero sulla via della prosperità!

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Posted by on domenica, dicembre 16, 2018 in New York |

Vita sotterranea

Ieri sera ho visto alla televisione Facciamo l’amore, film del 1960 con Marilyn Monroe e Yves Montand, ambientato a New York. Più volte ho provato un senso di straniamento sentendo i personaggi parlare della “sotterranea”. Poi ho capito: la sotterranea (subway) non è altro che la metropolitana, che quando è stato girato il film non c’era né a Roma né a Milano, e perciò il termine era tradotto con questa parola, che fa pensare più a una rete di traffici sottobanco che a un mezzo pubblico di uso quotidiano. Chi vive a New York (e anche chi ci va per turismo) finisce per passare ore intere ogni giorno nella sotterranea, sia per le grandi distanze sui tragitti casa – lavoro o per vedere le attrazioni, sia per i guasti, le interruzioni, i cambiamenti e le limitazioni di percorso che sono all’ordine del giorno. Armatevi di pazienza e di una buona App che monitori il traffico in tempo reale (Moovit o MyMTA, ad esempio), se non volete impazzire cercando di decifrare gli annunci all’altoparlante pronunciati in fretta e mangiando le parole. Anche se i viaggi sono lunghi, non ci si annoia mai, sia ammirando la variegata umanità newyorchese (non manca mai il gruppo di musicisti, o il predicatore folle), sia esercitando il proprio inglese nella lettura dei pannelli con annunci e avvisi vari. Mi piacciono in particolare quelli con regole di comportamento e divieti, realizzati con una grafica simpatica e accattivante. Così apprendiamo che in vettura sono severamente vietate le molestie sessuali (ottimo segno di civiltà che se ne parli!), ma anche truccarsi, limarsi le unghie, mangiare, occupare spazio doppio a scapito degli altri utenti, fare la lap dance coi pali o infilarseli tra le chiappe. C’è persino un avviso che vieta di pisciare. Purtroppo non si può mettere avvisi per tutto, e la settimana scorsa mia figlia Arianna, diretta al lavoro, ha assistito allo spettacolo di un distinto signore bianco, vestito da impiegato del terziario, che si è appoggiato alla porta, si è chinato, si è abbassato i pantaloni e ha prodotto un discreto quantitativo di escrementi, depositandoli per terra. Poi, come se niente fosse, si è ricomposto, scendendo alla prossima. Al vedere la scena, e soprattutto a sentire il soave odore, Arianna si è turbata, ma non altrettanto han fatto gli scafati indigeni, che han reagito come se l’amico si fosse limitato a scaccolarsi (altra cosa vietata, tra parentesi), limitandosi a scansare le deiezioni.

If you see something, say something (se vedete qualcosa, dite qualcosa), recita un avviso diffuso ovunque. A quanto pare non esiste il suo corrispondente olfattivo (if you smell something, say something). Così va la vita, nella Sotterranea …

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Posted by on domenica, dicembre 2, 2018 in Fede, New York |

Due cose che non faccio a New York

Avendo la figlia che ci vive, a New York sono stata già nove volte, e ci sono due cose (tra quelle che tutti ritengono irrinunciabili) che non ho mai fatto e non ho intenzione di fare. La prima è fare una fila di ore e spendere cinquantasette dollari a cranio per vedere la città dall’alto del 102° piano dell’Empire State Building. Non sono un’appassionata di viste aeree, ma volendo ci sono un sacco di alternative a prezzo più basso (ad esempio, dal tetto del Whitney Museum, o da qualche rooftop bar), col vantaggio che puoi vedere, se vuoi, anche l’Empire stesso (e poi io preferisco il Chrysler Building, sulla cui cima comunque non si può salire).

La seconda è recarsi a Harlem per assistere a una cosiddetta “messa gospel”. Intendiamoci, sono credente protestante e la domenica non mi dispiace recarmi in chiesa, in qualsiasi parte del mondo, per prendere parte a un buon culto (le mie preferite a New York sono la Sunnyside Reformed Church, vicino a dove vive Arianna e, a Manhattan, la Madison Avenue Baptist Church). Ma un culto è un culto, appunto: un’occasione per lodare il Signore e ascoltare la sua Parola, non un’attrazione turistica per sentire il calore di un’esplosione di fede che si accende in una musica coinvolgente, dove poderose voci e sensazionali armonie sfociano in una frenesia collettiva che incendia le anime e si trasforma in un vero e proprio spettacolo. Più o meno, come nel culto officiato da James Brown nei Blues Brothers (che però stanno a Chicago) durante il quale John Belushi “vede la luce”.

In tutte le chiese protestanti di New York, bianche o nere che siano, la musica di tipo spiritual o gospel ha un suo posto nella liturgia domenicale, maggiore che in Italia: ma se voglio un “vero e proprio spettacolo” me ne vado in un vero e proprio teatro. Non mi vedrete mai, quindi, tra le file di bianchi che sciamano per Harlem ad ammirare i neri e le nere che si esibiscono ad uso dei turisti, o peggio ad ammirare le black ladies con i loro look elegante, acconciature elaborate e imprevedibili cappellini. Tutti questi entusiasti turisti, tornati alla base, non penserebbero mai a varcare le soglie di una chiesa evangelica, protestante o pentecostale di casa propria. Certo, le grandi comunità dove ogni domenica alle undici si replica lo spettacolo non disdegnano le offerte a pagamento dei turisti, e le usano, lodevolmente, per progetti diaconali e di assistenza nel proprio quartiere. Ma anche ai culti domenicali normali c’è la colletta, e per me è un elemento della partecipazione, non il prezzo dello show.

Un’ultima osservazione, che spesso mi fa litigare, specie in Rete, con altri italiani, e che mi ha regalato una fama di rompiscatole. Il termine inglese Gospel service viene tradotto in italiano come Messa gospel, ma ribadisco che questa traduzione è errata e fuorviante. Come dovrebbe sapere ogni cittadino di un paese che si dice cattolico, la Messa è il termine che indica esclusivamente il culto cattolico. Requisiti indispensabili perché un culto sia una Messa sono la celebrazione da parte di un sacerdote regolarmente ordinato da Santa Madre Chiesa e la celebrazione dell’Eucarestia nelle forme dovute (quindi con il rito che trasforma gli elementi, il pane e il vino, nel corpo e sangue di Gesù, la cosiddetta transustanziazione). Non sono elementi essenziali, viceversa, né il sermone o omelia che dir si voglia, né la presenza di una comunità riunita: tant’è vero che i sacerdoti cattolici celebrano anche messe private. Le celebrazioni a Harlem, o in qualsiasi chiesa protestante, quindi non sono messe in quanto il celebrante (che talora – orrore – può anche essere una donna) non è un ministro ordinato da una chiesa con regolare successione episcopale; e, inoltre, pane e vino restano quel che sono e non diventano corpo e sangue di Gesù: il sacrificio di Cristo non viene riprodotto o ripetuto; gli elementi rappresentano o commemorano. Sarebbe meglio, ma molto meglio, dire (con termine genericio che va bene per qualsiasi cerimonia religiosa, anche non cristiana), culto.

Proponetemi pure, se volete, un culto gospel a Harlem. Tanto non ci verrò lo stesso.

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Posted by on sabato, ottobre 20, 2018 in New York, Scuola e dintorni |

Cose turche (e americane)

Da qualche giorno mi riecheggia in testa la canzonetta Istanbul (Not Costantinople), che qualcuno ricorderà anche per averla ascoltata nella colonna sonora del film Mona Lisa Smile. Si tratta di un mambo, lanciato nel 1953 dal gruppo canadese The Four Lads (in coincidenza con il Cinquecentesimo anniversario della fine dell’Impero romano d’oriente), e tornato agli onori delle classifiche con la versione del 1990 dei They Might Be Giants. La canzone gioca sulla doppia identità Istanbul – Costantinopoli, con i suoi effetti surreali, tipo Every gal in Constantinople / Lives in Istanbul, not Constantinople / So if you’ve a date in Constantinople / She’ll be waiting in Istanbul.

Tra l’altro, la canzone dice anche:  Even old New York was once New Amsterdam / Why they changed it I can’t say / People just liked it better that way.
Mi ha sempre fatto un po’ specie che degli anglosassoni (l’autore del testo, Jimmy Kennedy, era nordirlandese) dichiarino disinvoltamente di “non sapere perché” New Amsterdam sia divenuta New York. Conferma l’idea che gli americani – in particolare gli statunitensi – non conoscano bene neanche la poca storia che hanno.
A mia figlia è capitato di gettare un occhio sul libro di testo di Storia della sua coinquilina più giovane – diciassettenne. I capitoli sono estremamente brevi (in confronto i nostri Bignami sono enciclopedie) e le verifiche vengono fatte esclusivamente con quiz a risposta multipla, senza indagare su tutti quei rapporti causa – effetto che sono l’essenza dello studio della storia.
Un esempio che mi ha colpito: a un certo punto si vede un disegno d’epoca rappresentante gli Stati Generali tenutisi in Francia poco prima della Rivoluzione del 1789, e viene chiesto: Di cosa stanno discutendo queste persone? Le tre risposte alternative sono: 1) dei dogmi della chiesa cattolica; 2) della moda femminile; 3) del sistema fiscale.
Questi sono i risultati a cui vorrebbero farci arrivare gli ultimi decenni di “riforme” della scuola italiana. Ciliegina sulla torta, la proposta del governo attuale di togliere dalla prova di maturità il tema di Storia. Si sa che si comanda meglio su un popolo ignorante e senza memoria.
Come disse George Santayana, Chi non conosce il passato è condannato a ripeterlo.
 
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