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Posted by on domenica, dicembre 16, 2018 in New York | 0 comments

Vita sotterranea

Ieri sera ho visto alla televisione Facciamo l’amore, film del 1960 con Marilyn Monroe e Yves Montand, ambientato a New York. Più volte ho provato un senso di straniamento sentendo i personaggi parlare della “sotterranea”. Poi ho capito: la sotterranea (subway) non è altro che la metropolitana, che quando è stato girato il film non c’era né a Roma né a Milano, e perciò il termine era tradotto con questa parola, che fa pensare più a una rete di traffici sottobanco che a un mezzo pubblico di uso quotidiano. Chi vive a New York (e anche chi ci va per turismo) finisce per passare ore intere ogni giorno nella sotterranea, sia per le grandi distanze sui tragitti casa – lavoro o per vedere le attrazioni, sia per i guasti, le interruzioni, i cambiamenti e le limitazioni di percorso che sono all’ordine del giorno. Armatevi di pazienza e di una buona App che monitori il traffico in tempo reale (Moovit o MyMTA, ad esempio), se non volete impazzire cercando di decifrare gli annunci all’altoparlante pronunciati in fretta e mangiando le parole. Anche se i viaggi sono lunghi, non ci si annoia mai, sia ammirando la variegata umanità newyorchese (non manca mai il gruppo di musicisti, o il predicatore folle), sia esercitando il proprio inglese nella lettura dei pannelli con annunci e avvisi vari. Mi piacciono in particolare quelli con regole di comportamento e divieti, realizzati con una grafica simpatica e accattivante. Così apprendiamo che in vettura sono severamente vietate le molestie sessuali (ottimo segno di civiltà che se ne parli!), ma anche truccarsi, limarsi le unghie, mangiare, occupare spazio doppio a scapito degli altri utenti, fare la lap dance coi pali o infilarseli tra le chiappe. C’è persino un avviso che vieta di pisciare. Purtroppo non si può mettere avvisi per tutto, e la settimana scorsa mia figlia Arianna, diretta al lavoro, ha assistito allo spettacolo di un distinto signore bianco, vestito da impiegato del terziario, che si è appoggiato alla porta, si è chinato, si è abbassato i pantaloni e ha prodotto un discreto quantitativo di escrementi, depositandoli per terra. Poi, come se niente fosse, si è ricomposto, scendendo alla prossima. Al vedere la scena, e soprattutto a sentire il soave odore, Arianna si è turbata, ma non altrettanto han fatto gli scafati indigeni, che han reagito come se l’amico si fosse limitato a scaccolarsi (altra cosa vietata, tra parentesi), limitandosi a scansare le deiezioni.

If you see something, say something (se vedete qualcosa, dite qualcosa), recita un avviso diffuso ovunque. A quanto pare non esiste il suo corrispondente olfattivo (if you smell something, say something). Così va la vita, nella Sotterranea …

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Posted by on domenica, dicembre 2, 2018 in Fede, New York | 0 comments

Due cose che non faccio a New York

Avendo la figlia che ci vive, a New York sono stata già nove volte, e ci sono due cose (tra quelle che tutti ritengono irrinunciabili) che non ho mai fatto e non ho intenzione di fare. La prima è fare una fila di ore e spendere cinquantasette dollari a cranio per vedere la città dall’alto del 102° piano dell’Empire State Building. Non sono un’appassionata di viste aeree, ma volendo ci sono un sacco di alternative a prezzo più basso (ad esempio, dal tetto del Whitney Museum, o da qualche rooftop bar), col vantaggio che puoi vedere, se vuoi, anche l’Empire stesso (e poi io preferisco il Chrysler Building, sulla cui cima comunque non si può salire).

La seconda è recarsi a Harlem per assistere a una cosiddetta “messa gospel”. Intendiamoci, sono credente protestante e la domenica non mi dispiace recarmi in chiesa, in qualsiasi parte del mondo, per prendere parte a un buon culto (le mie preferite a New York sono la Sunnyside Reformed Church, vicino a dove vive Arianna e, a Manhattan, la Madison Avenue Baptist Church). Ma un culto è un culto, appunto: un’occasione per lodare il Signore e ascoltare la sua Parola, non un’attrazione turistica per sentire il calore di un’esplosione di fede che si accende in una musica coinvolgente, dove poderose voci e sensazionali armonie sfociano in una frenesia collettiva che incendia le anime e si trasforma in un vero e proprio spettacolo. Più o meno, come nel culto officiato da James Brown nei Blues Brothers (che però stanno a Chicago) durante il quale John Belushi “vede la luce”.

In tutte le chiese protestanti di New York, bianche o nere che siano, la musica di tipo spiritual o gospel ha un suo posto nella liturgia domenicale, maggiore che in Italia: ma se voglio un “vero e proprio spettacolo” me ne vado in un vero e proprio teatro. Non mi vedrete mai, quindi, tra le file di bianchi che sciamano per Harlem ad ammirare i neri e le nere che si esibiscono ad uso dei turisti, o peggio ad ammirare le black ladies con i loro look elegante, acconciature elaborate e imprevedibili cappellini. Tutti questi entusiasti turisti, tornati alla base, non penserebbero mai a varcare le soglie di una chiesa evangelica, protestante o pentecostale di casa propria. Certo, le grandi comunità dove ogni domenica alle undici si replica lo spettacolo non disdegnano le offerte a pagamento dei turisti, e le usano, lodevolmente, per progetti diaconali e di assistenza nel proprio quartiere. Ma anche ai culti domenicali normali c’è la colletta, e per me è un elemento della partecipazione, non il prezzo dello show.

Un’ultima osservazione, che spesso mi fa litigare, specie in Rete, con altri italiani, e che mi ha regalato una fama di rompiscatole. Il termine inglese Gospel service viene tradotto in italiano come Messa gospel, ma ribadisco che questa traduzione è errata e fuorviante. Come dovrebbe sapere ogni cittadino di un paese che si dice cattolico, la Messa è il termine che indica esclusivamente il culto cattolico. Requisiti indispensabili perché un culto sia una Messa sono la celebrazione da parte di un sacerdote regolarmente ordinato da Santa Madre Chiesa e la celebrazione dell’Eucarestia nelle forme dovute (quindi con il rito che trasforma gli elementi, il pane e il vino, nel corpo e sangue di Gesù, la cosiddetta transustanziazione). Non sono elementi essenziali, viceversa, né il sermone o omelia che dir si voglia, né la presenza di una comunità riunita: tant’è vero che i sacerdoti cattolici celebrano anche messe private. Le celebrazioni a Harlem, o in qualsiasi chiesa protestante, quindi non sono messe in quanto il celebrante (che talora – orrore – può anche essere una donna) non è un ministro ordinato da una chiesa con regolare successione episcopale; e, inoltre, pane e vino restano quel che sono e non diventano corpo e sangue di Gesù: il sacrificio di Cristo non viene riprodotto o ripetuto; gli elementi rappresentano o commemorano. Sarebbe meglio, ma molto meglio, dire (con termine genericio che va bene per qualsiasi cerimonia religiosa, anche non cristiana), culto.

Proponetemi pure, se volete, un culto gospel a Harlem. Tanto non ci verrò lo stesso.

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Posted by on sabato, ottobre 20, 2018 in New York, Scuola e dintorni |

Cose turche (e americane)

Da qualche giorno mi riecheggia in testa la canzonetta Istanbul (Not Costantinople), che qualcuno ricorderà anche per averla ascoltata nella colonna sonora del film Mona Lisa Smile. Si tratta di un mambo, lanciato nel 1953 dal gruppo canadese The Four Lads (in coincidenza con il Cinquecentesimo anniversario della fine dell’Impero romano d’oriente), e tornato agli onori delle classifiche con la versione del 1990 dei They Might Be Giants. La canzone gioca sulla doppia identità Istanbul – Costantinopoli, con i suoi effetti surreali, tipo Every gal in Constantinople / Lives in Istanbul, not Constantinople / So if you’ve a date in Constantinople / She’ll be waiting in Istanbul.

Tra l’altro, la canzone dice anche:  Even old New York was once New Amsterdam / Why they changed it I can’t say / People just liked it better that way.
Mi ha sempre fatto un po’ specie che degli anglosassoni (l’autore del testo, Jimmy Kennedy, era nordirlandese) dichiarino disinvoltamente di “non sapere perché” New Amsterdam sia divenuta New York. Conferma l’idea che gli americani – in particolare gli statunitensi – non conoscano bene neanche la poca storia che hanno.
A mia figlia è capitato di gettare un occhio sul libro di testo di Storia della sua coinquilina più giovane – diciassettenne. I capitoli sono estremamente brevi (in confronto i nostri Bignami sono enciclopedie) e le verifiche vengono fatte esclusivamente con quiz a risposta multipla, senza indagare su tutti quei rapporti causa – effetto che sono l’essenza dello studio della storia.
Un esempio che mi ha colpito: a un certo punto si vede un disegno d’epoca rappresentante gli Stati Generali tenutisi in Francia poco prima della Rivoluzione del 1789, e viene chiesto: Di cosa stanno discutendo queste persone? Le tre risposte alternative sono: 1) dei dogmi della chiesa cattolica; 2) della moda femminile; 3) del sistema fiscale.
Questi sono i risultati a cui vorrebbero farci arrivare gli ultimi decenni di “riforme” della scuola italiana. Ciliegina sulla torta, la proposta del governo attuale di togliere dalla prova di maturità il tema di Storia. Si sa che si comanda meglio su un popolo ignorante e senza memoria.
Come disse George Santayana, Chi non conosce il passato è condannato a ripeterlo.
 
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Posted by on sabato, ottobre 6, 2018 in New York |

Una giornata al Comic Con

Il Comic Con è una grande fiera, kermesse, evento, festa dedicato agli appasionati, ai maniaci, ai dopati di fumetti, manga, serie televisive e simili. Negli USA se ne tengono vari: quello di New York è ancora in corso (dal 4 al 7 ottobre). Arianna, grazie a un amico che aveva un biglietto in più (i biglietti costano dai 200 dollari in su) è riuscita a entrare e ci è andata giovedì, giorno dell’inaugurazione, nel pomeriggio. L’evento si tiene al Javits Center, il più grande Centro congressi di Manhattan. Terminato nel 1986 e dedicato al senatore Jacob Javits, deceduto pochi mesi prima, raro esempio di repubblicano progressista (si oppose al maccartismo e alla segregazione razziale), il Centro si trova sulla Eleventh Avenue, quasi sulla riva dell’Hudson. Da pochi anni vi arriva il capoliea del 7 – la linea che passa anche vicino a casa di Arianna – alla fermata di Hudson Yards.

Come si può immaginare, il Comic Con è un paradiso per i fan e un inferno per chiunque altro. Nominate un supereroe, una saga fantasy, un cartone animato, una serie televisiva, e troverete il suo stand, i suoi gadget e memorabilia, le sue sagome a grandezza naturale o i suoi pupazzetti da acquistare. Popolato, come si può immaginare, di nerd (soprattutto maschi, ma anche molte donne), ci si sente come in una puntata di Big Bang Theory. L’ingresso è caro, ma il cibo è abbastanza a buon mercato. Una forte minoranza di persone (circa un 40%) è in tenuta da cosplayer, cioè vestita, in una smania di identificazione, come il proprio eroe preferito. Peggio che a Times Square (dove si travestono per guadagnarci qualcosa) ti muovi in una folla di SpiderMan, Pikachu, Batman, Sailor Moon, Wonder Woman e simili. Chi si accontenta di essere se stesso, come Arianna, ha comunque almeno una T-shirt in tema, tanto tutto fa brodo e non c’è saga o sitcom che sia così di nicchia da non avere almeno quattro appassionati pronti a inscenare un dibattito su qualche strana fan theory. Per non parlare di tutti gli interessanti incontri che si possono fare: chi non ha mai sognato di vedere dal vivo Voice of Vegeta (non è un periodico di qualche oscura contea dell’Iowa, ma il doppiatore del noto Sayan – bello e dannato – di Dragon Ball)?

Insomma, un bel modo di evadere per un pomeriggio dai problemi della vita quotidiana e rifugiarsi in un universo parallelo e mitologico. Un po’ di foto che Arianna ha fatto aiuteranno a rendere l’idea.

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Posted by on domenica, settembre 16, 2018 in New York |

Gatti virtuali e topi reali

Mentre nei condomini di lusso di New York lo Sterminatore (di topi, scarafaggi, scardafelle e infestazioni varie) viene a scadenze regolari (vedi il post del 26 maggio), in quelli più popolari arriva solo se chiamato, e si fa spesso aspettare a lungo. Così è anche a Sunnyside, nell’appartamento che Arianna condivide con tre donne ecuaderegne (che per brevità chiameremo Abuela, Media e Hija). Il mese scorso, un topone si è fatto vedere in salotto, così ognuna delle residenti ha fatto di necessità virtù. Arianna ha comprato cinque o sei trappolette a scatto con la colla, sperando di imprigionare la malefica creatura. La Media, invece, si è fatta incantare dall’alta tecnologia, e ha acquistato uno strano altoparlante da muro. Accendendolo, si sente dapprima una voce femminile che dice in inglese qualcosa tipo Grazie per avere acquistato il nostro sistema Home di trappola per topi. Poi si sente un miagolio disperato per alcuni minuti. Il miagolio diventa sempre più straziante, fino a sembrare il lamento di un povero micio schiacciato da un’automobile. Infine, si sentono dei gargarismi, tipo quando uno prende il colluttorio – secondo certe scuole di pensiero, si tratta di ultrasuoni riservati all’orecchio murino. Poi la sequenza si ripete. Topi non ne sono ricomparsi, quindi la Media ha decretato che il metodo aveva avuto successo (del resto, la solita Amica – chi non ha un’Amica che si fa garante del funzionamento delle idee più strane? – gliel’aveva assicurato). Ad ogni buon conto, con la saggezza dell’età, la Abuela ha deciso di aggiungere al tutto anche un po’ di pelo di gatto. Non si sa mai …

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Posted by on sabato, maggio 26, 2018 in New York |

Arriva lo Sterminatore

L’inglese (britannico) è la lingua dell’understatement, si dice comunemente. L’inglese americano, al contrario, è molto più brutale, usa termini espliciti dove noi pratichiamo l’eufemismo. Ad esempio, l’espulsione degli immigrati viene chiamata a chiare lettere DEPORTATION (il nostro “foglio di via” è un deportation order).  Dove il termine italiano fa pensare a un arbitro che estrae il cartellino rosso, quello americano rende meglio quanto sia devastante e crudele tale misura per chi la subisce.

Inquietante è vedere, poi, nei condomini (anche quelli di lusso con tanto di portiere gallonato all’ingresso), avvisi che annunciano l’arrivo dello STERMINATORE (The Exterminator, con tanto di maiuscola) ogni seconda domenica del mese, come quello che vedete qui sotto. Facile pensare all’infinita catena di stermini di cui è fatta la storia umana, a pulizie etniche o linciaggi. I più dotti visualizzeranno un Angelo Sterminatore stile strage dei primogeniti, pronto a colpire con la spada di fuoco i reprobi che non sono in regola con le spese condominiali.

Niente di tutto ciò: come precisa il nome della compagnia (Bug-off Exterminating Co), vittime designate dello sterminio sono scarafaggi, ratti e altri spiacevoli animaletti che infestano le case newyorkesi (come pure le nostre), e che si incontrano anche nei giardini e nella metropolitana. Circonlocuzioni come disinfestazione derattizzazione non sono gradite allo sbrigativo pragmatismo statunitense. Tranquilli: nonostante Trump alla Casa Bianca e i suprematisti che rialzano la testa, non è ancora tempo di pogrom.

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