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Posted by on sabato, settembre 15, 2018 in Pillole di Blog | 0 comments

La rosa di Guadalupe

Mia figlia Arianna vive a Sunnyside (Queens, New York) in un appartamento condiviso con tre donne ecuadoregne (nonna, madre e figlia) tra i sedici e sessant’anni. Mentre Arianna vede le serie su Hulu o Netflix dal computer, le altre tre hanno un televisiore tradizionale in camera, con cui vedono programmi in spagnolo.  I loro preferiti sono Caso cerrado (una variante di Forum di Retequattro, prodotto in Florida dal lontano 2001) e soprattutto La Rosa de Guadalupe. Si tratta di una serie messicana (risale al 2008) fatta di episodi autoconclusivi di una cinquantina di minuti. In tutti gli episodi c’è una situazione drammaticamente conflittuale, poi a un certo punto un personaggio prega di fronte a un’immagine della Vergine di Guadalupe, e in quel momento una rosa bianca (simbolo di purezza) si materializza davanti a lui/lei. Quando il personaggio ha preso coscienza degli errori della propria condotta, c’è una specie di vento, una musica stile coro angelico, e la rosa scompare, indicando che la preghiera è stata ascoltata e il caso risolto. Non c’è bisogno di dire che si tratta di un prodotto fortemente cattolico e devozionale. Le prime volte, Arianna non ne sapeva niente e si stupiva sentendo questo coro proveninte dall’altra stanza: pensava addirittura di avere allucinazioni sonore. Poi le è stato sommariamente spiegato l’intreccio e ha cominciato a guardarne certi episodi con approccio professionale. Gli episodi sono rintracciabili in lingua originale su YouTube. Anche chi non capisce lo spagnolo si accorgerà che la qualità della recitazione è pessima, peggio ancora che nelle peggiori fiction italiane, il che è tutto dire. Anche le storie sono piuttosto improbabili: fino all’intervento risolutore della Madonna, tutti i personaggi – anche e soprattutto la polizia, quando i casi hanno valenza criminale – fanno la figura dei babbioni. C’è persino una puntata in cui la Madonna guarisce un adolescente dalla dipendenza da un videogioco chiamato Monsterball Go (trasparente allusione a Pokémon Go).

Speriamo solo che a nessun funzionario Rai o Mediaset venga in mente di importare il programma, magari mettendoci, al posto della Madonna, Padre Pio, che – a quanto assicura il Venerdì di Repubblica del 7 settembre – è pur sempre il più amato dagli italiani.

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Posted by on domenica, agosto 26, 2018 in Pillole di Blog | 0 comments

La fame e le pertiche

Poretto, batte la fame co’ la pertica! Si diceva a Terni di qualcuno che voleva far vedere di essere ricco di mezzi, pieno di promesse, e poi in realtà non aveva risorse. Diffuso anche nel viterbese, il proverbio ha le sue radici nella vita contadina.  Quando, a fine stagione, il raccolto era stato molto scarso, si pensava alle pertiche, ovvero i lunghi bastoni con cui si battevano le messi prima di portarle nel granaio. L’amara previsione era che, con le pertiche, si sarebbe dovuta battere la fame.

Oggi il pensiero va a quei governanti che promettono di tutto e di più, poi si trovano a dover fare i conti con la scarsità di risorse. Solo che le pertiche le battono sulla schiena di esseri umani di colore più scuro, tanto per distrarre l’attenzione del popolo dalla propria incapacità.

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Posted by on sabato, giugno 16, 2018 in Pillole di Blog |

Inglese ternano

Ho sempre detestato (uso questo verbo perché in Rete si odia già abbastanza) i logorroici. Quelle persone che parlano e parlano e, a conti fatti, non dicono niente – o poco – di significativo, e di solito fanno anche pochissimo. Sono nata in una città di provincia industrializzata, ma con molti legami ancora col mondo contadino (molti operai delle Acciaierie avevano l’orto da coltivare). I fatti contavano molto più delle parole. Per indicare l’opposto del logorroico, c’è un’espressione greve ma pregnante: Parla poco, ma ficca bene. Qui ficca si richiama all’inglese fuck. Strana assonanza tra lingue molto diverse.

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Posted by on giovedì, giugno 7, 2018 in Pillole di Blog |

Il pranzo transitivo

Prima domenica di giugno a Milano, fa caldo. Il self service abituale è chiuso, e non è facile trovare qualcosa aperto, in centro, per un pasto rapido senza spendere una fortuna. Ci soccorre il Panino Giusto. Sulla vetrata, uno slogan anglofono: We Lunch You. Un audace utilizzo transitivo del verbo, inusitato in inglese come in italiano. Traduzione letterale: noi vi pranziamo. A mio marito, milanese, evoca pratiche cannibaliche. Io, da brava ternana, ricordo che nel mio dialetto natale si usa dire Tizio pranza Caia (o si pranza Caia), per dire che se la fa, nell’ovvio significato sessuale del termine. Non particolarmente volgare o maschilista: anche Caia, se vuole, può pranzare Tizio. Ma questo, penso che il creativo del Panino Giusto lo ignorasse del tutto, non sarebbe la prima volta nella storia della pubblicità. Si porranno il problema quando – o se – apriranno una succursale in Umbria.

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Posted by on domenica, maggio 20, 2018 in Pillole di Blog, Politica |

Paranoid

Per paranoia si intende una psicosi caratterizzata da un delirio cronico, basato su un sistema di convinzioni, principalmente a tema persecutorio, non corrispondenti alla realtà. Questo sistema di convinzioni si manifesta sovente nel contesto di capacità cognitive e razionali altrimenti integre. (Tra l’altro, in greco si pronuncia parànoia).

Fin qui la definizione di Wikipedia: nella mia generazione, il termine aveva altre accezioni. Poteva essere legato all’uso di droghe, o era legato a uno stato depressivo conflitttuale. Indimenticabile Eptadone, la canzone degli Skiantos dove il solista esordisce dicendo Ragazzi, sono in para dura. Si diceva anche Quest’esame è stato una paranoia dall’inizio alla fine. Risalgono agli anni Ottanta, invece, due episodi gustosi.

Il primo era successo a una mia coinquilina, ai tempi del precariato, Cettina, che l’anno prima aveva condiviso lo spazio e l’affitto con una laureata in Lettere classiche, ragazza raffinata che usava solo termini dotti. Insegnava alle serali e si lamentava perché sul percorso casa -scuola incontrava sempre una “peripatetica” (non nel senso di seguace di Aristotele). La mia amica Cettina era passata da quelle parti pure lei, una sera, e aveva visto la peripatetica. Ma, non avendo fatto il Classico, non padroneggiava altrettanto bene i termini greci, e mi aveva raccontato così: Sai, l’ho vista anch’io la paranoica.

Sempre in quegli anni, ricordo una vecchia signora “bene”che mi capitava di frequentare, molto benestante ma dalla cultura parecchio approssimativa. Una sera si era lamentata con me perché non funzionava più l’antenna paranoica. A me scappò detto: La prossima volta, invece del tecnico della TV, chiamiamo lo psichiatra. La signora non capì.

Wikipedia ci ricorda che anche le persone che aderiscono alle cosiddette “teorie del complotto” sono definibili come paranoiche. Se nel mitico Sessantotto volevamo l’immaginazione al potere, pazientiamo pochi giorni e avremo la paranoia al potere.

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Posted by on martedì, maggio 15, 2018 in Pillole di Blog |

Stampatori e Visconti

Qualche mese fa ho rivisto uno sceneggiato della mia gioventù, Marco Visconti, di Antongiulio Majano, tratto da un romanzo dell’Ottocento di Tommaso Grossi. Tra i motivi di fascino dello sceneggiato c’era anche l’ambientazione, in un vero castello medievale. Questo castello si trova in provincia di Cremona, a Soncino (una settantina di chilometri da Milano), una buona tappa per una gita fuori porta: ci sono stata sabato scorso con mio marito e due amiche (tra l’altro, nello stesso castello hanno girato un altro film affascinante, Ladyhawke). La cittadina è proprio piccola: oltre alla rocca ci sono due – tre belle chiese. Soprattutto, a Soncino, alla fine del XV secolo, venne realizzata la prima Bibbia ebraica completa a stampa. Una vecchia casa trecentesca, dove, secondo la tradizione, viveva una famiglia di stampatori ebrei aschenaziti, ora ospita un piccolo museo. Qui un simpatico custode vi accoglie ripercorrendo la storia della stampa e degli ebrei soncinesi: nel prezzo del biglietto è compresa una pagina incisa col torchio, che riporta la prima pagina della Genesi col racconto della Creazione. Un comodo biglietto cumulativo di 5 euro consente di vedere la rocca, la casa degli stampatori e altro. Direi che sono cinque euro ben spesi: nella zona, poi, si mangia anche bene.

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