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Posted by on sabato, novembre 9, 2019 in Politica, Streghe | 0 comments

L’invasione dei MelonTubbies

Teletubbies, serie della BBC per bambini (1997-2001, ripresa e rinnovata dopo il 2015). In Italia trasmessa dalla RAI a partire dal 1999. Mostra le avventure di quattro pupazzi parlanti (Tinky-Winky, Dipsy, Laalaa e Po) in un contesto bucolico – collinare.

Giorgia Meloni (Roma, 15 gennaio 1977), donna politica italiana, già Ministro per la gioventù nel quarto governo Berlusconi, poi fondatrice e oggi presidente del partito di destra Fratelli d’Italia.

Mai avrei immaginato di vedere accomunati nello stesso post una delle tante serie della TV per bambini (mia figlia fece in tempo a vederla per qualche mese, prima di passare ai cartoni giapponesi), e la donna al cui confronto Salvini appare un innocuo gradasso amante di felpe e sagre.

Eppure, l’insano connubio, degno di Lautréamont (l’incontro fortuito sul tavolo da dissez<ione di una macchina da cucire e di un ombrello), si verifica, in Rete, da ormai due settimane, ed è ormai diventato, come si suol dire, virale.

Tutto è cominciato sabato 19 ottobre, quando la destra italiana ha riempito Piazza San Giovanni a Roma con una grande manifestazione. Più della patetica esibizione di un mummificato Berlusconi, o dell’ormai classica ostentazione muscolare di Salvini, quel che ha colpito l’immaginario collettivo è stato il veemente grido della leader di Fd’I: “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana!!!”.

Grido che ci rivela molto della retorica della destra contemporanea: il puntare sull’identità e sulla sua affermazione violenta e sputata in faccia agli altri, come se qualcuno la volesse minacciare (chi è che vorrebbe impedire a “Giorgia” di essere “donna, madre, italiana, cristiana”? Forse gli Immigrati, gli Islamici, la Lobby Gay, le Famiglie Arcobaleno?). Una perversione del vecchio “partire da sé” del femminismo: si parte da sé per rinchiudersi in sé, si parte da cose ovvie e condivise da molti (anch’io, che non sono Giorgia, sono donna, madre, italiana e cristiana – seppure non cattolica), per arrivare a posizioni di chiusura che ovvie non sono.

Sta di fatto che, pochi giorni dopo, un tale MEM & J ha remixato queste parole di Meloni su una base di musica elettronica, ottenenedo rapidamente due milioni di visualizzazioni su YouTube. Il video mostra solo l’oratrice che parla, dando l’impresssione che stia accennando qualche passo di danza mentre grida Vogliono che siamo genitore 1, genitore 2 (altro cavallo di battaglia della destra omofoba). A partire da questo primo video, la creatività della Rete si è scatenata: i miei campionamenti preferiti sono quelli che accoppiano il comizio alla break-dance di Will Smith nel Principe di Bel Air e, soprattutto, quello coi Teletubbies. Vedere i quattro attori-pupazzi multicolori sculettare nel verde al ritmo di Io sono Giorgia… non ha prezzo (per questo ve lo ripropongo qui sotto).

A dire il vero, non è la prima volta che i Teletubbies incrociano la strada della destra sovranista e omofoba. Nel febbraio del 1999, il famigerato telepredicatore fondamentalista USA Jerry Falwell si premurò di avvertire gli ignari genitori che Tinky Winky era un covert homosexual symbol, visto che è viola e ha un triangolo sulla testa (allusioni al Gay Pride). Il folksinger Tom Paxton dedicò all’episodio una mini-ballata che così recita:

Tinky Winky must be gay / I heard Jerry Falwell say / He is purple and what’s worse / Tinky Winky’s got a purse / The triangle on his head / is a sign, so Jerry said/ But for me, it’s just a sign / that Jerry has too much free time.

(Se avessimo più spazio potremmo anche parlare delle interpretazioni psichedeliche dei Teletubbies, secondo cui essi vivono in una sorta di “utopia lisergica postatomica”, come si dedurrebbe dal paesaggio privo di umani che li circonda, o in una “distopia alla Brave New World“, come si evincerebbe dal loro stato di perenne e quasi ebete felicità).

Com’è come non è, da destra o da sinistra, in queste settimane il campionamento di Giorgia Meloni è diventato ossessivo, peggio dei tormentoni latinoamericani estivi. Mi sveglio la mattina con quel ritmo in testa, e i miei studenti – pur completamente digiuni di politica – lo conoscono a memoria in tutte le sue varianti (conterà anche il fatto che in una mia classe su quindici studentesse ben quattro si chiamano Giorgia?). La mia paura è che quando, presto o tardi, verrà il momento di votare, quello di “Giorgia” sarà l’unico nome o volto di politico che questi ragazzi si ricorderanno. E con questo timore non riesco più neanche a godermi i Teletubbies. Già i fascisti sono viriloidi e virulenti: se poi diventano anche virali, non ce n’è più per nessuno.

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Posted by on domenica, settembre 15, 2019 in Casoretto e dintorni, Politica |

Il Ritorno del Giustiziere

Werner Fugazza dormiva saporitamente. Grazie a una leggera cena a base di zampetti di rana fritti al tamarindo, stava facendo splendidi sogni. Si trovava al Papeete Beach di Milano Marittima ed era Giudice Unico con Privilegio di Manomorta al Concorso Miss Chiappe Sode 2019. La fila delle aspiranti era lunghissima, e tutte offrivano generosamente il fondoschiena alle esperte mani di Werner. Quando ebbe finito di tastare l’ultima concorrente, costei si voltò improvvisamente. Werner sbiancò: la ragazza era un uomo robusto con barba e baffi, peli in abbondanza, un vistoso crocifisso al collo.

“Cos’ho fatto?!? Ho tastato il culo a un uomo sessuale! Sono contaminato, devo andare a lavarmi le mani!”, gridò Werner disperato, come cercando di uscire dal sogno che si stava trasformando in un incubo.

“Bacioni, Werner! Non mi riconosci? Sono il tuo Capitano!” disse l’uomo sorridendo.

“Sei Javier Zanetti???” si stupì Werner, “ti ricordavo più magro e quella barbetta non ti dona, si vede che stare alla scrivania ti fa male”.

“Ma che Javier! Sono Matteo …”

“Politano??? E da quando Conte ti ha dato la fascia?'”

A sentire quell’infausto cognome di cinque lettere, l’uomo divenne viola con sfumature marroni. Poi si calmò. “Macché Politano, sono milanista!” E girò su sé stesso vorticosamente. Ora non era più in costume da bagno, ma indossava una felpa verde con la scritta GENIO GUASTATORI.

Werner si inginocchiò. “Ora ti riconosco! O Capitano! Mio Capitano!”.

Capitan Matteo rifilò a Werner un’affettuosa pacca sul coppino. “Mi hanno riferito che hai battuto la fiacca ultimamente, Fugazza. Il blog che racconta le tue imprese tace da poco più di un anno”.

“Chiedo venia, Capitano, ma sapendo che Tu vegli sui tuoi sessanta milioni di figli, instancabile come un mediano di spinta, avevo pensato di riposarmi un po’ e godermi i semplici piaceri del pettegolezzo di quartiere e della buona tavola”.

“Non ti rimprovero per questo, ma ora sai che le Forze Oscure del Buonismo in Agguato mi hanno fatto le scarpe. Coloro che intingevano con me il pane nella Nutella mi hanno tradito e mi costringono a una lunga traversata nel Deserto dell’Opposizione”.

“E io che c’entro? Non vado neanche a votare, ho bruciato il certificato elettorale più di vent’anni fa, dandone da mangiare le ceneri al mio cagnetto di allora, l’indimenticabile Pistone.”

Ma Capitan Matteo non lo ascoltava. “Non ho più il Viminale e i corpi di polizia a disposizione, Fugazza. Devi essere tu – e quelli come te, dal Casoretto al Pigneto, dal Manzanarre al Reno, ad assicurare la giustizia e il decoro, difendendo gli italiani dal degrado, dagli zingari, dai culattoni, dai musulmani, dai negri e dai centri sociali.”

“Anche dai terùn?”

“Massì, anche dai terùn”, concesse il Capitano, “fino a nuovo ordine.”

Werner Fugazza si drizzò in tutta la sua possanza. “Sono pronto! Da domattina il Casoretto tornerà a conoscere il Giustiziere di via Falloppio, da troppo tempo inattivo! Non ti deluderò, Capitano!”

“Ritornerò!” promise solennemente il Capitano stendendo la sua mano benedicente. Poi scomparve, circonfuso in un alone di luce, mentre nell’aria si dispiegava il soave odore dell’ossobuco al mojito.

Tutto emozionato, Werner Fugazza tornò a dormire e ben presto si riaddormentò, sognando eroiche imprese e sublimi pulizie etniche.

Nell’appartamento accanto, improvvisamente, l’ansible dell’ingegner Scannabue si mise a lampeggiare, segnalando un’Interferenza nella Forza …

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Posted by on sabato, giugno 29, 2019 in Politica |

Il pennello olimpico

Quando ero piccolina, nell’Umbria ancora rurale, la colla non si comprava dal cartolaio, ma si faceva in casa con acqua e farina. E per maneggiarla si usava un pennellino, tenuto da parte apposta, chiamato in dialetto lu pignoluccio. Poiché la corruzione esisteva già, ogni volta che scoppiava uno scandalo di tangenti (allora si chiamavano bustarelle), mio padre, alludendo ai politici colti con le mani nel sacco, commentava Se so’ magnati pure lu pignoluccio de la colla. Come per alludere a un’avidità portata alle estreme conseguenze, sino al papparsi anche un oggetto povero e senza valore.

Sono passati un po’ di decenni, ma l’avidità della nostra classe politica e imprenditoriale resta ancora a quei livelli. Il detto mi è tornato in mente vedendo foto come quella sotto riportata. Le Olimpiadi invernali del 2026 sono state assegnate all’Italia (Milano – Cortina), superando la non irresistibile concorrenza svedese. Come vedete, personaggi come il sindaco di Milano, i presidenti delle Regioni Lombardia e Veneto, il capoccia del CONI e altri esultano in modo sobrio e composto. Probabile che stiano pregustando il sapore di nuovi appalti, cementificazioni, Grandi opere inutili, deroghe ai vincoli ambientali, per ripetere i fasti di Italia 1990, Torino 2006, Expo 2015 e simili. Quando si tratta di affari, si può lavorare allegramente anche con razzisti, leghisti e omofobi: la comune fede nella trinità Cemento – Mattone – Quattrino unisce tutti insieme appassionatamente. E che importa se un mese fa eravamo tutti a osannare Greta (a proposito di svedesi) che ci ricordava come il tempo sia poco per fermare il cambiamento climatico? Abbiamo dieci anni davanti, ci dicono: possiamo ben sprecarne sette per nuovo consumo di suolo tra Milano e le Dolomiti. Poi ci penseremo e ci riconvertiremo ecologicamente, promesso. Sempre che nel frattempo non capiti la ghiotta occasione di qualche altro Grande Evento.

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Posted by on domenica, giugno 9, 2019 in Politica |

Peripatetismo e puttanesimo

Una delle più sgradevoli parole della neolingua metropolitana, specialmente a Milano, è apericena, ircocervo tra aperitivo e cena. Ma, se possibile, peggio ancora è il diminutivo apericenetta, non ancora registrato nello Zingarelli ma già usato e strausato. A me l’apericena ha sempre richiamato assonanze pericolose con la peripatetica, forse perché ci sono inquietanti parentele tra il presenzialismo ostentato ai ritrovi aziendali e le varie forme di vendità di sé.

Il vocabolario riporta il termine peripatetismo, ma il termine è raro e si usa solo come sinonimo di aristotelismo. Nella letteratura italiana, viceversa, c’è un’insospettata presenza (un po’ carsica, perché riemerge a tratti) del dotto e sdrucciolo puttanesimo. Parlava diffusamente di puttanesimo Pietro Aretino. Nei Ragionamenti (prima giornata) c’è il dialogo nel quale La Nanna insegna a la sua figliuola Pippa l’arte puttanesca: lascio il contenuto alla vostra immaginazione.  Nel Beccaria il termine ritorna col semplice significato di “esercizio della prostituzione”: sembrerebbe opportuno di castigare il puttanesimo quando questo sia accompagnato da scandalosa e formale seduzione fatta in vista di guadagno. Più vicino a noi, Primo Levi, nel racconto Piombo contenuto nella raccolta Il sistema periodico, parla di un’Isola dei Metalli detta anche Icnusa: su quest’isola si raccontavano le storie più strane, che era abitata da giganti, ma che i cavalli, i buoi, perfino i conigli e i polli, erano invece minuscoli; che comandavano le donne e facevano la guerra, mentre gli uomini guardavano le bestie e filavano la lana; che questi giganti erano divoratori d’uomini, e in specie di stranieri; che era una terra di puttanesimo, dove i mariti si scambiavano le mogli, ed anche gli animali si accoppiavano a casaccio, i lupi con le gatte, gli orsi con le vacche. […]. Quest’isola sarebbe la Sardegna, in particolare il Sulcis.

Sarda è Michela Murgia, l’ultima scrittrice a me nota ad avere rimesso in auge la locuzione. In un articolo del suo blog del 2010 parla di Berlusconi, scaricato dalla seconda moglie per comprovato puttanesimo. Dello stesso anno è il suo romanzo Il mondo deve sapere, ispirato a un’esperienza personale di lavoro, è uno dei primi ad avere descritto il mondo del precariato, dei call center, delle televendite (o per meglio dire telemarchètting). Un mondo dove le generazioni dei nostri figli sembrano irrimediabilmente intrappolate, e le cui logiche si infiltrano pericolosamente anche nei lavori apparentemente più sicuri e garantiti. La vendita di forza-lavoro alla quale siamo assoggettate/i non è un semplice (per quanto alienante) affitto di forza fisica e sforzo intellettuali per tot ore al giorno, terminate le quali siamo libere/i di vivere davvero. Si tratta ormai di vendere tutto, corpo e anima, affettività e seduttività, con dedizione e mobilitazione totale, allo scopo di Conseguire gli Obiettivi. Ecco perché Murgia dice La filosofia del prezzo io la chiamo puttanesimo. È uno stile di vita, non un mestiere che si fa per strada.

La locuzione, quindi, nell’accezione murgiana, acquista una valenza duplice: puttanesimo è il comportamento di chi acquista, e di chi è costretto a vendersi. Riserviamo, per favore, la riprovazione moralista al primo tipo di comportamento.

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Posted by on domenica, maggio 26, 2019 in Politica |

Al voto!

Io mi sveglio presto e sono già andata a votare (chi mi conosce sa per chi). C’è tempo sino alle 23, tranne che per gli elettori di Casapound e dei partiti di Governo, ai quali è riservato il turno di notte. Approfittatene!

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