Crea sito
Pages Menu
RssFacebook
Categories Menu

Posted by on domenica, marzo 17, 2019 in Racconti | 0 comments

Stagioni – Autunno

Quarto e ultimo racconto della serie dedicata alle stagioni da Carla Manci, dello storico gruppo di scrittura La Pluma. I precedenti sono stati pubblicati il 17 febbraio (Inverno), il 24 febbraio (Primavera) e il 3 marzo (Estate). Buona lettura!

Autunno

Arriverò dal mare su una macchina volante come un pirata del tempo, guarda si sta alzando il vento. No, non conosco la direzione, sono uno strano viaggiatore posso solo risplendere per farti luce evitando di prendere fuoco. Tu contienimi, rimani acqua intorno a me, con il suo scendere e salire mi aiuterai a respirare. Così quando dovrò correre a perdifiato avrò pieni i polmoni e ricolmo il cuore di qualcosa che fino ad allora non avrò mai chiamato ma era il futuro, ed era magnifico.

Dopo che sarai arrivata saprai restare? Saprai guardare il vento tra i capelli senza volerlo toccare?  Rimarrai a debita distanza accettando che non bisogna fondere due luci per farne una. Ho sonno, sono stanca, non chiedere parole che non ho voglia di dire. Quante cose ancora da capire perché capire è la colla che ci tiene vicine. Ben venga un mare indifferente davanti agli eccessi del cuore, ben venga un mare che ci bagna senza restare che un attimo. Vederlo tornare dentro sé, restituirci altro. Il vento si posa nel sole del mattino, torna la calma.

Nel frattempo, il tempo del viaggio, ti manderò cartoline dai paesaggi della mia anima non avendo altro modo di portarti con me. Quantomeno, saprai sempre dove sono. E in qualunque abisso mi trovi, a qualsiasi rimorso o rimpianto appeso, mentre scalo le vette del destino basterà un telegramma per informarmi del tuo arrivo. Io sarò li.

Sarai l’aviatore che sorvola le guglie, sarai sotto nuvole candide. Degli abissi che sfiori saprai dare precisa descrizione e sarà fatta con parole insolite, smuoverà l’immagine nel registro della mente,  sveglierà la fantasia di luoghi mai visti ma di cui per mistero conosciamo tutto. Se alzo gli occhi al cielo o li abbasso sulle mie dita non vedo rimorsi o rimpianti, non più. Forse prima o poi arrivo.

Se non verrai, se non verrai non mi fermerò a contare i vagoni, le nuvole, le onde, viaggerò lo stesso. Conosco le stelle e i cicli delle maree. Se non entrassi, se non entrassi non riterrò perdute le chiavi che ho lasciato sotto lo zerbino, spero non le trovi un ladro o un assassino. Ma se verrai, se tu verrai troverai ogni cosa dove tu sai ed io non dovrei più partire perché sarebbe come tornare a casa.

Che peso ha la mia volontà? Il nostro è un vagare di onde che vanno ognuna nella propria direzione ma tu prova a stringermi lo stesso anche se mi difendono sbavature di ghiaccio, anche se sembrerà uno scontro il nostro più che un incontro. C’è strada davanti a me, questo è l’importante. Le tue chiavi le ho qui tra le mie dita, le userò quando il vento è propizio altrimenti non riesco a volare fino a te. La mia timidezza sfiora tutto ciò di cui conosco il posto. Non hai toccato niente, lo so. Perché così ti potrò ritrovare in ogni cosa che abbiamo guardato assieme. Vieni con me quando dovrò ripartire, fammi compagnia nelle mattine nebbiose. Così saremo sempre a casa.

Il vento? Sentissi come soffia in questo momento, impietoso e avido come un inquisitore, mi sta spogliando come questi pochi alberi di tutte le inutili parole che riesco sempre a dire. Io sto qui inerme, sotto i suoi colpi feroci, vuole che ammetta che non sono un eroe che non c’è niente di divino in me solo carne e vertigine.

Ti scuote il vento, ti percuote come un amante tradito vuole la verità e insieme non la vuole sentire. Apri il recinto, lascia fuggire il bestiame, che ci resti dentro la terra smossa, che ci resti il letame. Sui capelli ti piove un’acqua acida, un’acqua fredda e con il freddo senti di nuovo la differenza. La pelle freme. Ha bisogno di dei e d’eroi. Della somiglianza si nutre e si fa grande nel suo piccolo. E nel suo piccolo al pari diventa feroce poi… poi fugge via.

Read More

Posted by on domenica, marzo 3, 2019 in Racconti | 0 comments

Stagioni – Estate

Continuiamo a ospitare nel blog i contributi delle amiche dello storico gruppo di scrittura La Pluma. Carla Manci ci propone il terzo racconto della sua serie dedicata alle stagioni (il primo, Inverno, pubblicato il 17 febbraio; il secondo, Primavera, il 24 febbraio). Buona lettura!

Estate

Sandali lasciati al sole, mezzo insabbiati, corrosi dal sale, senza più una definizione di colore. O luce o ombra. O sonno o sogno. Nelle mezze misure non ci entri. Tra le dita hai il piombo del cuore. L’hai levigato per farlo splendente, che non si dica che in qualche modo anche il buio non brilli…

Certe notti abbagliano, soprattutto d’estate fra il caldo, il sudore e un pensiero che non muore. Come faccio a perdonare se ho tradito me stessa, le mie convinzioni, le certezze, la risoluzione piegata da tanta fragilità, da un sottile stato di necessità. Le mezze misure mi spezzano a metà, come i compromessi. Ma ora non so più cosa è giusto o sbagliato, chi ha commesso il peggiore reato, l’altrui istinto o il mio cuore spezzato dall’aver perso me stessa.

Gli occhi, li socchiudo per vedere meglio, per sopportare la luce. Mi sono fatta il processo, ero giudice e giuria, non mi sono difesa perché costava troppo un avvocato che potesse sposare la mia causa. Avevo torto, avevo ragione. Erano dettagli che non avrebbero cambiato il corso della storia. La condanna è stata guardare in faccia la realtà per una settimana intera senza pubblicità, senza televendite, senza interruzioni. Mi addormentai per noia…

Per questo poi gli occhi me li hanno fatti tenere bene aperti per completare a dovere la condanna.

A me bastavano i sussurri del mio cuore perché è li che sono scritti i codici dell’onore ma questo processo si basa su ragioni oggettive, fatti che in realtà neanche conosco, storie per cui mi è proibito immaginare qualunque finale, pena altra e ancora realtà. Non posso neanche appellarmi alla clemenza della corte perché ho perso la bellezza, il coraggio, la compassione… ma signor Giudice quella era la mia vita, l’unica che al momento avevo a disposizione.

Resto a guardare il mio paese fatto di vene, di palpiti, di starnuti, di cose da niente, di cose di vita, di cuore, di fegato, sentimento e coraggio… Restare a guardarlo mentre un evento qualunque lo scuote, lo minaccia, lo brucia, lo riduce in cenere. Ma anche da lì ripianto quei codici d’onore che non invecchiano mai, lo faccio per automatismo e un po’ per scelta, per abitudine e convinzione. Forse il finale lo ricordo, lo riconosco, devo averlo già visto su qualche giornale.

Ma il giornale ahimè, è finito in cenere come il paese così riarso che alla mia memoria appariva un impero. Era solo un crocevia con un accampamento di poche persone che ho provato a conoscere, costruire e demolire perché semplicemente volevano andare per altre strade, che importa che io le avessi messe sul mio cammino fino a perdere l’orientamento, dimenticare la destinazione. Dove volevo andare, era scritto da qualche parte, avevo magnifiche mappe ma l’incendio la ha bruciate
e in fondo ho viaggiato, ho corso così forte che ora mi devo fermare. Signor Giudice lo vuoi proprio sapere, è stata una gran vita la mia ultima vita. Passerò l’estate a fantasticare su cosa posso diventare senza aspettarmi che nessuno poi ci voglia abitare… nelle tasche porto solo cenere, le mie tasche sono sempre bucate e quando il cerchio si chiude mi ritrovo sempre a casa.

Forse la gente se n’era andata ai primi colpi di arma da fuoco… Eppure la coda dell’occhio non aveva visto né crinoline in fuga né uomini urlanti. Mi giro, guardo meglio, e le case non sono più case ma quinte, scenografie per un vecchio film americano. Vedo adesso che il mio valoroso opponente era solo un bersaglio di cartone e la mia pistola con il manico in madreperla solo il sogno di una comparsa buffone. Getto la maschera per il mio addio, sono lo scherno di dio. Fai di me il tuo rimpianto e lascia che l’esercito e i suoi più umili servitori possano rimpatriare, in fondo i cinici lo ripetono al vento che niente dura. Ti regalerò un libro con immagini di dei, potrai così appagare il tuo desiderio d’infinito. E adesso lasciami piangere questo pungere del vento. Il dolore ci rinnova la vita come la gioia la colora.

Read More

Posted by on domenica, febbraio 24, 2019 in Racconti | 0 comments

Stagioni – Primavera

Continuiamo a ospitare nel blog i contributi delle amiche dello storico gruppo di scrittura La Pluma. Carla Manci ci propone il secondo racconto della sua serie dedicata alle stagioni (il primo, Inverno, pubblicato il 17 febbraio). Buona lettura!

Primavera

Che stupido, stavo guardando i miei libri e ne ho notati due o tre non perfettamente allineati. Erano spinti leggermente in avanti, con intenzione. E ho pensato fossi stata tu, per farmi un dispetto o per vedere quanto ci avrei messo ad accorgermene. Me ne sono accorto adesso. E ho riso molto di me e del fatto che faccia così fatica a infilarmi nel cervello qualcosa di diverso da te. Vaneggio, fisso il soffitto per ore come in un cinematografo incantato…

 

Certe sere vengo a prenderti con il cuore in mano come un mazzo di fiori e l’anima piegata sul braccio come un cappotto da mezza stagione. Dopo cena, indugio con finta galanteria sul tuo portone aspettando che l’aria si faccia fresca solo per poggiarti quell’anima sulle spalle e farti sentire che è su misura per te. Una volta una persona mi disse “l’amore non si prova, s’indossa direttamente e non sai mai come ti starà addosso”. Quanto è vero.

 

Ecco, sono il sarto di Panama, nascondo mille segreti sotto il cappello. Prendo le misure a gentiluomini di fortuna e carpisco loro informazioni. Sono una spia e tu un’avventuriera di passaggio che sta solo da una parte: la sua. Io prendo le misure, cerco la giusta distanza ma per quanto ci siano strappi dappertutto, sulla pelle, negli sguardi, le nostre anime restano cucite insieme. Chiudimi gli occhi, non posso guardare tutta questa tristezza.

 

Bisognerebbe spogliarsi dei sogni sempre sul far della primavera perché tutta quella bellezza li renderà insopportabili. Ma ho ancora qualche giorno, qualche scena da rivedere. Potessi fermarmi a quand’eri il mio ospite d’inverno, quando tutto era così furiosamente composto, misurato. Ogni giorno scendevi per pranzo e che gioia mangiare e bere insieme, oppure per l’ora del te, parlando di tutto tranne che di noi. Chiudimi gli occhi, non posso guardare.

 

Appoggerò le mie dita sui tuoi occhi per non farti vedere il lato scuro del futuro. La primavera ti farà dimenticare che i bordi delle nostre vite resteranno uniti per sempre. È così che vedrò il tuo domani anche quando non vorrei assistere a niente che non riguardi anche me. Avevo bisogno di sentire le tue risate, di voltarmi nel letto e sentire il tuo profumo. Tu che riaccendi la luce nell’inverno che finisce, che sei il lampionaio dei vicoli più stretti, tu l’amante insolita che bussa sul mio collo. Io sono un cinico, un egoista, uno che non crede alle parole. Allora se puoi incantami con altre cose… Aspetto fino alle sei.

 

Troppo presto, sai che non arrivo mai prima della mezzanotte. Sono il re dei vampiri e vedi, sto attraversando gli oceani del tempo per te, riavvolgendo le scene, la vita a riflettori spenti. La mia anima l’ho perduta per arrivare a te e ora del resto poco m’importa. Vago nella notte ma non cerco prede, non mangio più, non bevo più, mi sto lasciando morire, deliberatamente, perché non voglio esistere senza di te. Non più. Dovremmo essere felici, dovremmo essere fra amici.

 

Che ci facciamo qui sul ciglio di un perdono, davanti al plotone di un addio. Quante volte ci siamo detti addio, quante volte ci siamo perdonati. Che ci facciamo in un film di guerra, non siamo eroi. Ci sono molti inferni da superare e un solo improbabile paradiso che di certo non ci attende. Come si fa a restare così, con una lama nel cuore, senza morire. E giornate che si allungano solo per avere più tempo per soffrire. Chiudimi gli occhi, non voglio guardare.

 

A che serve questa primavera piovosa se non passi da qui a riportarmi i colori che piano piano, matita dopo matita ti avevo chiesto di conservare per me, rendendoti con l’amore della fiducia il custode del Bene? Non dirmi che serve veramente la tranquillità che porta la ragione, che tutto passerà e che ci sono all’orizzonte buone promesse. Queste son cose che so, son esperienze che conserva la mente, come certe giornate che sembrano non finire mai e finiscono comunque.

 

Ma cosa racconto alla voglia di voltarmi e vederti che ridi, al senso di malinconia che mi da sapere di non riabbracciarti, per consapevole nostra scelta. Forse ti ho preparato per il grande amore e capirai, come ho capito io, che non ti ho dato niente pur volendo darti molto. E avrai pena di me. Continua ad amarmi mentre te ne vai… continua ad amarmi.

 

Smettere di amarti? Come potrei. Sono un esploratore alla ricerca di qualcosa di perduto. Ho un abisso da visitare con la mia anima. Non ne ho mai avuto il coraggio. L’ho visitato con la ragione e sono impazzito. L’ho visitato col cuore e ha smesso di battere per l’orrore. Forse solo guardandolo con la mia anima smetterà di inghiottirmi, di chiamarmi. Solo allora sarò reale, tienimi la mano mentre apro gli occhi, devo guardare.

 

Sono un lord d’altri tempi. Compassato, distaccato. Non mi avvicino mai troppo, non faccio mai una piega. Ho un rammendo qui sul cuore, ma è invisibile, me l’ha fatto il sarto di Panama. Porto un fularino per coprire un piccolo segno che mi ha lasciato un’avventuriera mordendomi sul collo una notte. Verrò a prenderti una sera con l’anima piegata sul braccio come un cappotto da mezza stagione e lo spettacolo di una vita che non ammette altro finale.

Read More

Posted by on domenica, febbraio 17, 2019 in Racconti |

Stagioni – Inverno

Continuiamo a ospitare nel blog i contributi delle amiche dello storico gruppo di scrittura La Pluma. Carla Manci ci propone una serie di brevi racconti, ognuno dedicato ad una stagione. Buona lettura!

Inverno

Alcuni cuori, il mio cuore, è una conchiglia. Ma solo se appoggiato ad alcune anime e alcune soltanto, io sento il mare e posso viaggiare. Per poi raccontare storie di nebbie, vuoti e abissi che casualmente incontro e poi passo una vita a cercare d’incontrare di nuovo, invano. Sono anime speciali quelle che si perdono, se no non ci sentirei il mare. Ma io so soltanto navigare. Di tutto il resto poco m’importa, lo posso comprare, fabbricare, inventare.

 

Il mare no, come l’anima, è l’unica cosa che si da sola, quando vuole. Anche il cuore, ma lui si rompe, si gonfia, scoppia, trema. La testa mormora, brontola, grida. Il corpo vuole, reclama, scalpita. Per questo prediligo l’anima. È l’unica cosa che può farti stare immobile sull’orlo di un baratro senza paura di cadere. L’anima non esita, non vacilla, sussurra. Regala una fierezza e una forza che null’altro può dare. La mia anima spesso mi lascia perché è facile ad offendersi. Ma quando mi abita fa del mio cuore una conchiglia e posso sentire e sapere all’unisono.

 

Da tempo ho rinunciato a trovarle un compagno, a volte spontaneamente lei si accompagna perché sente il mare. E allora, allora soltanto non mi sento solo. E me ne vado in giro per il mondo ascoltando, predando appunti, a tracciare rotte per il prossimo ritorno perché già so che presto si perderà di nuovo. La vita offende l’anima ogni giorno. Ma i giorni con l’anima rendono sopportabile la vita. Senza ordini di nessuno sono sopravvissuto dove altri non hanno saputo. Ho resistito a condizioni estreme. Questo ha fatto di me un marinaio. Questo ha fatto del mio cuore una conchiglia. Devo appoggiarlo alla tua anima per sentire.

 

Tu sei la mia marea. Persa come pagine slegate dal vento che gioca. È il destino che ride, è il destino che si diverte. Resta a bocca aperta, lungamente, come un bambino che crea dispetti. Sono gli scherzi del destino che risvegliano la memoria. Sono due soli giorni lontani che bastano per cedere. Così tingo il vestito e lo indosso fingendo che sia un’altra cosa. Il destino, lui ride. Come un bambino è felice. Come un bambino non conosce se stesso, semplicemente accade. Come tu non sai quanto assomigli all’abisso che una volta mi ha già inghiottito.

 

Ora il cielo è beffardo, vedi? Fa i suoi commenti e devi guardarlo bene per capire che parla con te, perché magari pensi parli col tuo vicino e perdi qualche precisazione sui fatti accaduti. Se tu fossi rimasta un po’ di meno al limite della scogliera avresti cancellato la paura dai sorrisi che escono asimmetrici dallo sforzo dei muscoli sul tuo viso. Chi ti conosce bene lo vede che non sorridi. Se tu fossi rimasta un po’ di più sull’orlo del precipizio avresti visto che in fondo non è così terribile il vuoto che c’è sotto, il tempo l’ha riempito di terra e alberi, di funghi e muschi. Se tu fossi rimasta il tempo giusto, quello che era stato deciso dalla tua vita stessa, avresti fatto pace col dolore, con l’amore e li avresti presi a braccetto entrambi come vecchi amici. Sareste andati in buona compagnia a bere qualcosa. Non piangere, non maledire né questo né quello, non spengere, non infiammare. Parla con me… il giorno viene.

 

Poi un altro giorno, uno dopo l’altro, come una collana di perle, magnifiche, che non posso indossare. Che ne posso fare di tutte queste perle che solitarie s’induriscono nei miei giorni,

intorno alla mia gola che respira. Parla con me, raccontami ogni cosa, terrò tutto in uno scrigno,

come le più preziose delle gemme. Mio sconosciuto tesoro, ti ho trovato, non ti posso aprire, non posso forzare, non sono un pirata, solo un marinaio. Me ne sto qui, sulla mia barca rovesciata, inaspettatamente, tranquillamente, come avessi sempre saputo che doveva andare così. Non ho paura, non ho ansia, guardo il cielo, lui mi parla dell’abisso, delle perle che vi ho già perduto. Accosto la conchiglia, da lontano, molta acqua verrà dai ghiacciai del cuore che si sciolgono in un canto muto. Parla con me.

 

Come passi le giornate? Guarda l’orizzonte accanto alla mia barca rovesciata, anche lui è fermo, terso, è già inverno. Alzo il bavero della giacca e mi pulisco le unghie con un pezzo di mare. Quel mare che ci chiama ma non vogliamo rispondere, quel mare che ci vuole, a cui ci neghiamo. Non sopportiamo più la paura di non avere remi, non ci lasceremmo mai portare dove lui vuole. Eppure guarda, il mare ci ha regalato quelle perle che sul filo ci fanno soffocare, forse non ha calcolato bene la misura del collo, ma si sa, è maldestro il mare.
Dimmi, come resisti all’onda che ti strappa l’anima? Racconto le mie favole a te che te ne stai seduta tra le tue nostalgie, che tremi di caldo e di solitudini, solo perché so che ogni mia parola è una mano tesa. Lontana. Poi mi dici che porrai rimedio, rimedio a ogni cosa. Ne sono lieto. Come pensi di porre rimedio a tutto questo mare? Davvero credi basti qualche giorno di bassa marea, questi finti divieti? È già passato il momento in cui me ne potevo andare, in cui mi potevo salvare. Non ho voluto. Ho scelto di rimanere per il tuo canto muto. Perché diversamente mi sentivo già perduto e intorno a te ho visto scendere il buio. Come sarei potuto partire?

 

Mio padre era un marinaio, mia madre una sirena. Sono un bastardo del mare, anche io so cantare. Dentro. Perché me ne sarei dovuto andare da un posto in cui mi sento così perfettamente amato. Tu chiamalo bene se fa meno male, passami la conchiglia, lasciami annegare. Davanti a questo vento impazzito mi ripiego come una bandiera. Forse il momento perfetto per partire insieme è andato perduto. Per ora. Ma io mi fido dell’istinto e del coraggio delle onde. Molte cose succederanno. Non andare a cercare rimedi per questa mia vita da spiaggia. Sono stanco, voglio riposare accanto a te, alla mia barca rovesciata. L’ho rovesciata di proposito. Ero venuto per andarmene e invece guarda, mi sono fermato qui, per te. È già inverno. Se avremo freddo legna ne ho, ci scalderà entrambi.

Read More

Posted by on domenica, febbraio 10, 2019 in Racconti |

Il mare dentro

Come promesso nel post del 3 febbraio, cominciamo ad aprire il blog ai contributi delle amiche dello storico gruppo di scrittura La Pluma. Oggi propongo questo breve racconto di Carla Manci, che ringrazio di cuore. Buona lettura!

Non tanto tempo fa mi raccontarono una storia. Un uomo di buon cuore dedicava le sue domeniche pomeriggio a un bambino in orfanotrofio. Verificata la sua attitudine gli fu concesso di portarlo a spasso. Dopo aver scoperto che il piccolo non aveva mai visto il mare, ottenne il permesso di portarvelo. La domenica successiva l’uomo si trovò davanti tre pargoli raggianti, tutti pettinati e lucidati a festa, con lo zainetto e il mondo negli occhi. All’uomo non fu concesso di portare tutti e tre i bambini al mare e per non fare torto ad alcuno, non ne portò nessuno. Dal dispiacere, non ebbe più il coraggio di dedicare le sue domeniche per lungo tempo. Probabilmente a quei bambini il mare resterà dentro tutta la vita, sopravvivranno, ma con un senso di deriva costante. Avranno sogni piccoli e paure grandi, naufragheranno spesso… inutilmente. Lasciate a chi ne ha cuore e possibilità l’opportunità di portare i bambini al mare. Lasciate che mantengano promesse, insegnino e diano certezze. La genitorialità non è un diritto: non quella naturale. Semplificate le leggi, aprite le menti, non sarà certo la donna pipistrello – con le tette e con l’uccello – a deturpare la sensibilità di un bambino in istituto. Se un single ne ha mezzi e privilegi, lasciate che prenda con sé un’anima persa. Smettete di indagare le coppie che fanno richiesta di adozione come potenziali mostri, alla stregua di una donna che ha subito violenza poiché indossava jeans aderenti. Finché non verranno spezzate le catene del dolore, che passano inesorabilmente di generazione in generazione, non dureremo a lungo. Fanculo uteri in affitto, in prestito, a chilometro 0. Se tramandare i vostri geni è la priorità, non avete capito molto. Lasciate a chi ne ha privilegio e fortuna la possibilità di portare i bambini al mare. Lasciate che due padri, due madri, single o coppie classiche che hanno amore da dare e promesse da mantenere lo facciano. Adesso, sempre, perché così deve essere. Perché questo è quello che ho avuto dal mio papà e la mia mamma.

Read More

Posted by on sabato, ottobre 13, 2018 in Racconti, Streghe |

Prima di me

Ricevo, e volentieri pubblico, un racconto della mia amica (e sorella di chiesa) Alessandra Gatti, già autrice dei racconti Sugar Devil (qui pubblicato il 19 e 20 giugno 2016), Il testamento di Tara (15 novembre 2016), La tessitrice di soldatini (27 gennaio 2018), Tre doni d’amore (31 maggio 2018). Il racconto è lungo, ma vi assicuro che ne vale la pena. Buona lettura!

PRIMA DI ME

  1. Abigail Mirren – il prologo

Hereford, Regno Unito, ottobre 1868

Non sento più le gambe. Quando ho messo il piede sul predellino per scendere dal treno, ho sentito il ginocchio destro pesante e il piede instabile, poi ho piegato il ginocchio sinistro e cercato di appoggiare il tallone sinistro sul prato e sono capitombolata nell’erba fresca. Nessun dolore, il mio corpo è leggero, solo le gambe sono immobili. La mia mano è bianca, piccola e lucida, come quella di una ragazzina e una treccia color grano spento sfiora il terreno con me. Cerco di tirare su il busto e mi siedo con le gambe dritte e inerti davanti a me. Nessun dolore nelle mie gambe di pezza, solo il fresco umido dell’erba, lo scroscio del ruscello, la gonna macchiata dalla caduta e l’aria fresca. E’ stata l’ultima volta che ho visto il ruscello.

“E’ stato solo un sogno, Abigail” mormora la voce della mamma, premendomi la pezzuola umida sulla fronte, “E’ il terzo giorno che ha la febbre, se non le passa abbiamo ben poche speranze”, la sento dire a papà Jon. Papà Jon, il reverendo Jonathan Mirren, il secondo marito della mia mamma, l’unico papà che io ricordi. Quello che si è preso cura della giovane vedova Bloom e di me, una bimba già consunta da un male ancora senza nome e ci ha accolte nella sua casa e nella sua chiesa come due uccellini smarriti, quello a cui devo la spensieratezza di questi sedici anni vissuti tra il cottage di pietra e lo stagno, tra i suoi sermoni e la panna con le fragole, tra le risa degli altri bambini e la quiete del mio albero preferito, dove ho trascorso intere estati a ricamare appoggiata al suo alto fusto.

Questa è la mia ultima sera nella casa di mamma Bloom e papà Jon, che non si sono mai arresi. Che si sono aperti alla vita, in barba ai maldicenti e hanno rischiato a mettere al mondo un’altra figlia come me. E che la vita ha premiato con la biondissima e paffuta Jaelle, la mia bambola dagli occhi di cielo, il dispetto alla morte che la vita ha voluto giocare, che vivrà per me e attraverso cui vivrò sotto il sole della Terra. Questa è la mia ultima sera e non mi verrà dato sapere che quel turbine di energia sarà chiamata al cielo poco dopo di me, destino, dalla sua sete di conoscenza, che la spingerà su un ramo troppo alto proprio dell’albero che ha sostenuto la mia breve esistenza. Non ora, lo saprò quando sarò pronta, quando sarò grande e la vita mi avrà già insegnato che nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

È passata l’ultima notte, ora i miei occhi sono chiusi e le mie braccia conserte sul petto. Il mio corpo indossa la gonna di velluto bordeaux con la cuffietta in tinta e il busto stringe i miei muscoli consumati ed un cuore che non batte più. Sono ormai leggerissima, cammino accanto a tutti loro, sollevandomi di tanto in tanto da terra. Mamma non piange, forse neanche capisce e suoi occhi neri come carboni continuano a fissare il vuoto. Papà, rigando di lacrime i suoi occhiali dorati, chiede aiuto al suo Dio, lo supplica di non abbandonarlo e di dargli una ragione per continuare a testimoniare la sua parola. Jaelle canta “Amazing Grace” perché lei sa che sto solo riposando e  presto mi rivedrà. A te lascio la mia vita, saggia Jaelle e ti confesso di essere stata tremendamente felice in questo piccolo spazio di tempo di questo minuscolo mondo. Sei stata sorella, ma anche figlia, una bimba che non ha partorito la mia pancia, ma la mia forza vitale. Ti amerò sempre e ti ritroverò, promesso! Mamma non cercare di capire, prendilo come un buffo mistero, come quello che dai tuoi capelli corvini siano nate le mie trecce color grano e i boccoli quasi bianchi di Jaelle. Niente di più. Papà credimi, la vita ci farà incontrare ancora e, fidati, non mi riconoscerai e sarà meglio così. Sono felice, tremendamente felice.

 

 

  1. Wanda Enriquez – la storia

Cleveland (Ohio, USA), maggio 1967

Sento di nuovo le gambe. Piego il ginocchio sinistro e metto il piede sul predellino e i muscoli riprendono a contrarsi. Con un balzo, appoggio il tallone destro sul pavimento del treno, giusto un secondo prima che le porte si chiudano e si riparta.

“Al tre, quando sarà risalita sul treno. si risveglierà perfettamente cosciente e riposata”, mi accarezza la voce dell’ipnotista e, dolcemente, ritorno allo stato di coscienza. Poi mi risveglio di nuovo, questa volta di botto, il sogno nel sogno, come lo chiamano gli psicanalisti. Ritrovo la mia mano, magra e nodosa, ma liscia come seta, le mie braccia e il mio viso perfettamente glabri e sfioro con le dita le ciglia finte, che domani l’infermiera mi dovrà togliere prima dell’intervento. Hugo si era premurato di informare tutto il personale di chiamarmi “signora Wanda”, a prescindere dai dati sulla cartella perché mi ero conquistata quel nome con le unghie e con i denti, così come che mi sottoponessi a questa bizzarra seduta ipnotica. Domani Hugo accarezzerà per l’ultima volta il mio cuore, poi compirà l’azione che chiuderà il nostro cerchio con l’umanità.

“Recluta Heinrich Wander a rapporto!”. Dio, fa’ che sia un sogno, ma non che sia l’ultimo di questa ultima notte della mia vita. Fai che quel viso allo specchio non sia l’ultima immagine dei miei occhi, che il mio ultimo ricordo sia la mia adorata Perla, il mio amato Hugo o anche quell’improbabile ragazzina inglese che l’ipnotista ha tirato fuori dal cilindro del mio subconscio.

Lo specchio, impietoso, sembrò non udire i miei lamenti e mi restituì l’immagine di un ventenne efebico, lungo e magro, con i capelli color grano. La divisa grigio fumo, che mi calzava perfettamente sulla spalla destra, mi cadeva sul braccio sinistro volutamente inerte, mentre la mano destra tentava di coprire il “sole malato” cucito appena sotto il bicipite del braccio che rifiutava di muoversi. “Recluta Wander!” tuonò di nuovo la voce e in pochi secondi dovetti nascondere Perla tra la rete e il materasso, indossare il berretto e lasciare in bella mostra quell’orrendo simbolo sulla mia spalla sinistra. Quella sarebbe stata la notte della fuga da Monaco, io e Perla avremmo viaggiato sotto copertura fino a Porto e poi preso una nave per Buenos Aires. Ce l’avremmo fatta, solo io e lei. Ora dovevo andare, giurare fedeltà a Satana ancora una volta, una volta e mai più.

Perla era ebrea. Perla mi amava, anch’io l’amavo, ma non allo stesso modo. Perla aveva accettato il fatto che io non fossi un vero uomo, non come lo intendeva lei. Io amavo – e invidiavo – i suoi capelli corvini e compatti, le sue ciglia folte, i carboni ardenti dei suoi occhi, la sua pelle color bronzo e le sue lunghe gambe. Non potevo sopportare che i commilitoni approfittassero di lei, perdendosi nelle sue carni per poi definire il suo essere “discendente dei topi”. Lei ha sempre saputo che io non avrei potuto amarla “in quel modo”. Aveva capito fin da subito che ero una fragile ragazza sbagliata, perché nata nel corpo di un giovane soldato ariano. Un giovane, soldato e ariano. Tutto sbagliato. Ma aveva accettato la sincera amicizia che le avevo offerto e, mentre i commilitoni mi immaginavano a nutrirmi del suo corpo per poi sputare sulla sua anima, lei mi truccava e mi vestiva con i suoi abiti, complimentandosi poi per il risultato con il suo buffo accento polacco. Era l’unica vera amica che avevo, l’unica che potessi desiderare.

Quel giorno non era il mio turno per i suoi servizi e la sua presenza in camera mia avrebbe destato sospetti. L’incavo che la rete, che aveva ormai perso elasticità, creava nel centro del materasso era un ottimo nascondiglio. Andai a rapporto, tornai e la ritrovai sotto il materasso come l’avevo lasciata. Però si era addormentata. Per sempre. Con il collo spezzato. Fuggii quella notte stessa, con lei e la morte nel cuore.

L’ultima notte della mia vita avrei però voluto sognarla viva, mentre ridevamo, truccate con il suo rossetto vermiglio e la polvere per le guance e le raccontavo che un giorno sarei stata una donna vera, avremmo trovato due meravigliosi mariti argentini e avremmo dimenticato il freddo del cuore e l’inverno della ragione che aveva avvolto l’Europa.

A Buenos Aires ottenni un inquietante passaporto che riportava il nome di Mr. Henry Wonder, assurda trascrizione anglosassone del mio nome di nascita, nato a Hereford, Regno Unito, nel 1925 e la foto di un’efebica creatura ventenne – ne avevo in realtà quasi 25 – abbastanza credibile da presentarsi come Miss Wanda Enriquez quando i documenti non erano richiesti. E neanche ciò di cui la natura mi aveva indebitamente dotato non costituì quasi mai un problema per i pochi uomini a cui mi avvicinai senza eccessivo calore umano, finché nella mia vita fu recapitato un secondo immenso dono: Hugo.

Il dottor Hugo Romero Blanco era un medico visionario, nato in una famiglia poverissima e voracemente appassionato di scienza, che aveva intrapreso gli studi di medicina, specializzandosi in cardiochirurgia contando solo sulle proprie forze, quando il “mal di cuore”, qualunque cosa significasse, era ancora presagio di morte e incurabilità. Aveva commesso delle impudenze, mai imprudenze, tuttavia sufficienti a renderlo inviso alla comunità medica argentina, ancora agli albori per le sue teorie pionieristiche. Aveva invece, proprio in virtù della sua audacia, attirato l’attenzione di un notorio centro cardiologico statunitense, che aveva iniziato ad avvalersi della sua collaborazione agli inizi degli anni ’60.

Non so come, ma s’innamorò follemente di me, lui che, pur non brillando di avvenenza, aveva conquistato donne ben più titolate di questo appellativo – solo ai miei occhi, mi rassicurava lui – grazie al fascino indiscutibile di una mente eccelsa.  Io lo amavo con tutta me stessa, ma neanche questa benedizione della vita – ormai avevo passato i quaranta – riusciva a togliermi il germe di morte che avevo involontariamente seminato in gioventù. E fu proprio quel seme maledetto a suggerirmi come avrei potuto restituire il maltolto all’umanità.

Hugo mi parlava con grande eccitazione del fatto che un giorno sarebbe stato possibile trapiantare il cuore di una persona, purché fosse appena deceduta, su un’altra persona il cui cuore funzionava male. Gli Stati Uniti erano in corsa contro il tempo con il Sudafrica per la cardiochirurgia, esattamente come lo erano con la Russia per la conquista dello spazio. Ma ci voleva un candidato donatore. Sano, morto da pochissimo senza danni cardiaci e compatibile con la candidata ricevente, che l’equipe di Cleveland aveva appena individuato.

Il mio cuore in una donna vera, pensavo e il pensiero si faceva sempre più persistente. Tentai di convincere me stessa che era assurdo. Poi che era assurdo il contrario. E, ultimo, ma non ultimo, avrei dovuto convincere Hugo. Non fu un’impresa semplice, ma alla fine fece sua l’idea che questa folle azione dell’uomo che ancora una volta stava tentando di sostituirsi a Dio fosse l’unica che mi avrebbe permesso di pagare il mio debito con l’umanità. L’equipe di Cleveland non si lasciò scappare l’occasione: un medico avrebbe dichiarato la mia morte accidentale e il mio cuore sarebbe stato trapiantato nel petto della sconosciuta, una giovane donna sbirciata inopinatamente da dietro una tenda, le occhiaie bluastre che celavano due occhi di cielo e la cuffietta da cui spuntavano ciuffi bianchissimi e sottili, come quelli di una bambina, a cui, anche se per un tempo brevissimo, avrei donato la vita. La vita che avevo sottratto a Perla. E a milioni di donne come lei, figlie che non avevo mai partorito, ma di cui finalmente sarei stata madre.

Sappi che ti ho amato, Hugo e ti amerò oltre la mia vita. Guardo la cartella clinica con il nome Wonder, H. Forse non è un caso e domani compirai il miracolo. Come mi dici tu, guardandomi da dietro i tuoi occhiali dorati: “I love you, my wonder girl”. Yo también te quiero, mio milagro.

  1. Alberta Tremaine – l’epilogo

Milano, ottobre 2018

“Al tre, salirà l’ultimo gradino e si risveglierà perfettamente cosciente e riposata”. Col cazzo. Ottanta euro per una seduta in cui il cosiddetto ipnotista regressivo ha voluto farmi credere di essere la reincarnazione di un’adolescente inglese moribonda e poi di una psicopatica argentina di mezz’età. Un’altra delle bizzarre idee di Leo, dopo che mi ha sorpresa una volta di troppo a svegliarmi di soprassalto per un sogno turbolento. Ma anche no, potevo andare a mangiare il sushi con Leo e Sharon per la stessa cifra e sicuramente ci divertivamo molto di più. Pago e ringrazio, tenendo già il pollice sul pulsante automatico dell’ombrello in vista della strada da attraversare sotto la pioggia battente.

Sharon fa tintinnare le chiavi dell’auto e mi strappa un sorriso: ha passato anche l’esame della patente! Sharon Tremaine, incredibile creatura! Nei tuoi diciannove anni e nel tuo metro e ventotto per ventisei chili hai scalato vette insospettabili, a cui altre persone, nate con molte più frecce al loro arco, possono solo sognare di avvicinarsi in una vita intera. Entro di corsa sul sedile posteriore dal lato del guidatore e la guardo infilare la chiave nel cruscotto con la sua mano bianchissima e minuscola, sfiorando poi gli altri comandi al volante con la delicatezza di un pianista sui tasti preziosi di un antico strumento. Il sedile rialzato la fa percepire come un’adolescente, come del resto tutto di lei trae sorprendentemente in inganno: l’aspetto minutissimo, la vocina flebile e acuta, i capelli sottili e i tratti del viso da bambola di porcellana. E il suo dono è proprio quello di stupire del fatto che, sotto quelle apparenze, si celi una donna forte e straordinariamente intelligente.

Ripenso all’incontro con lei e Leo, nove anni prima, in un giorno altrettanto piovoso, nei trafficati corridoi dell’aeroporto di Amsterdam. Ero seduta in uno dei tanti caffè, non ricordo neanche quale e lei mi rovesciò sulla borsa un cono gelato troppo grande per le sue manine, e mi colpì il suo “I apologize, madam”, fin troppo sobrio e forbito per la bimba di forse cinque anni che appariva, nonostante ne avesse appena compiuti il doppio. Leonard Tremaine, geologo canadese e padre single per una vedovanza precoce, stava raggiungendo Paestum per uno scavo e sarebbe transitato da Milano per conto della ditta che lo aveva ingaggiato. Rise quando mi presentai perché mi chiamavo Alberta, come lo Stato in cui lui era cresciuto e il mio cognome di nascita, Gatti, era esilarante per un anglofono: spergiurò che nel suo paese nessuno si sarebbe mai chiamato Cats e la cosa, non so perché, ma non mi stupì. Da quel giorno non ci lasciammo più e neanche il fatto che mi portò in dote il cognome Tremaine, matrigna e una figlia non nata da me, mi stupì.

L’auto è riscaldata e Leo mi accoglie in un abbraccio e il suo “Weilà bela toosa” nel suo inquietante accento milanese condito in salsa d’acero. Dal sedile accanto al guidatore fa capolino Mila, la bella Milagros, con la sua lunga chioma nera e compatta, a volte talmente folta che deve scostarsela dal viso per mostrare i suoi profondi occhi neri. Non avrebbe potuto essere più diversa da Sharon, con le sue gambe lunghe e la sua pelle di bronzo, la voce calda dall’accento latino e i colori intensi dei suoi abiti. Ma sono due piccoli geni dei numeri, che si sono scoperti a vicenda sui banchi dell’università un anno prima e da allora si amano come poche altre coppie che io abbia mai conosciuto. Eppure oggi c’è qualcosa che non avevo mai notato prima. I boccoli leggeri e biondissimi di Sharon e la sua sorprendente vitalità, le iridi color carbone di Mila e l’intensità malinconica del suo sguardo mi sono familiari, troppo familiari per essere mere coincidenze.

Leo coglie il mio turbamento e mi volta delicatamente il viso per baciarmi, passando la mano tra i miei capelli dritti e forti, un tempo color grano e ora striati di grigio. Per un attimo, i miei occhi incrociano i suoi dietro gli occhiali dorati che gli scivolano dal naso. E’ tutto assurdo, penso, mentre sento le sue labbra sfiorare le mie e scorgo la mano bruna, lunga e affusolata di Mila con le unghie smaltate di fucsia posarsi delicatamente su quella piccola e bianca di Sharon con le minuscole unghie azzurro perlato.

“Vamos, mio amor” echeggia la voce di Mila. Sharon mette in moto e, tutto d’un tratto, comprendo che, anche se tutto avesse un senso, niente avrebbe motivo di legarci al passato.

Io e Leo, a Dio piacendo, avremo ancora molti anni davanti a noi. Sharon è ormai una donna, si sta facendo largo nella strada della vita e un giorno diventerà madre anche lei, ci scommetto. Magari di figli con le gambe lunghe e la pelle color bronzo, che non saranno nati dalla sua pancia, come lei non è nata dalla mia, ma che la chiameranno mamma Sharon in tre lingue e che lei farà filare ancor più severamente di mamma Mila.

Il cerchio, ovunque si sia aperto, può considerarsi chiuso. Ora inizia la nostra vera vita, senza debiti, né crediti. Da oggi, si paga in contanti.

Read More