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Posted by on giovedì, maggio 31, 2018 in Racconti |

Tre doni d’amore

Ricevo, e volentieri pubblico, un racconto della mia amica (e sorella di chiesa) Alessandra Gatti, già autrice dei racconti Sugar Devil (qui pubblicato il 19 e 20 giugno 2016), Il testamento di Tara (pubblicato il 15 novembre 2016) e La tessitrice di soldatini (pubblivcato il 27 gennaio 2018) . Buona lettura!

In un tempo lontano, quando gli animali erano dei, alcuni di loro sceglievano di dimorare sulla Terra in sembianze antropomorfe, confondendosi volutamente tra gli umani.

Non avevano l’aspetto glorioso delle divinità mitologiche, né i loro vistosi poteri, né tantomeno la temuta hybris dei poemi omerici o delle saghe norrene. Nascevano, crescevano, amavano, soffrivano e morivano esattamente come i loro fratelli sapiens, anche se si dice che scegliessero prevalentemente di restare in disparte, solidarizzando con gli umani per il tempo necessario a compiere una missione e, ancor più raramente, rivelandosi e unendosi ai pochissimi che, per ragioni note solo a loro, avrebbero meritato di condividere uno sprazzo del loro infinito. Apparentemente identici agli abitanti terrestri, si distinguevano ad un occhio attento solo per lo sguardo vigile e benevolo, depositario di una saggezza millenaria e di una bontà non di questo mondo.

La leonessa avanzava incerta sulle gambe di una quieta donna di mezza età, chiedendosi ad ogni passo se il suo amato avesse fatto la scelta giusta riguardo a lei. Il suo amato era ormai vecchio e stanco, si sorreggeva a lei rivolgendole, di tanto in tanto, sguardi di devozione fedele, anche se l’età e la malattia l’avevano portato a fare affidamento a lei più come ad una dea madre che come la ninfa che lei avrebbe desiderato. Lei, per contro, aveva vissuto lustri di vita terrestre senza neanche immaginare l’esistenza di queste creature, scoprendosi una di loro solo grazie all’incontro con il canuto leone dagli occhi di smeraldo, ormai in età matura. In pubblico si mostravano come una riservata coppia di eccentrici e, solo nel giardino della loro anima, si prendevano la libertà di tornare felicemente felini.

Il leone glielo aveva preannunciato: sarebbero stati insieme per poco, poi sarebbe giunto il giorno in cui il suo corpo materiale sarebbe collassato e di lui sarebbe rimasto solo il cuore azzurro. La leonessa ne era cosciente, ma sperava, ad ogni risveglio, di non cogliere sfumature di cielo nella chioma candida del suo amato, né di intravvedere venuzze sospette che, diramandosi come rivoli fuori argine sulla pelle, rivelassero l’imminente dipartita dell’unica creatura che avesse mai veramente amato.

Quel giorno arrivò all’improvviso, al culmine di una passeggiata nella vecchia città, al cui confine sorgeva il Mondo Futuro. Non fu un processo graduale: nello spazio di un attimo, il leone assunse la magnifica sembianza felina della sua anima, il suo pelo candido si tinse d’azzurro e il suo corpo iniziò ad apparire sempre più fragile. La donna, d’istinto, infranse ogni regola concordata, attraversò il confine con il Mondo Futuro e si lanciò alla richiesta di aiuto ad un riparatore di droni, mettendo a rischio la propria anima e quella dell’amato. Il leone aveva però previsto anche questo, arruolando un Guardiano di Anime, un giovane lupo incarnato in un mastodontico uomo con capelli e baffi biondissimi, che la bloccò all’ingresso dell’officina con la proposta di un patto: “Se il seme nella terra non muore, non darà frutto. A te la scelta: salvare il corpo del tuo amato fino alla fine della vita terrena o lasciarlo andare e accedere alla vita eterna”. La donna non ebbe dubbi: avvolse il corpo dell’amato in una candida tela, cantando per lui le canzoni d’amore più struggenti e lo lasciò dissolversi in una chiazza blu.

Stava ancora asciugandosi gli occhi dalle lacrime, quando sentì il cuore scalpitare in modo aritmico e violento, come se un altro avesse iniziato a battergli accanto e faticasse a sincronizzarsi con il suo. Guardò l’involto, la chiazza azzurra era sparita e, al suo posto, qualcosa si muoveva dentro: lo aprì vide e tre leonesse bianche in miniatura con gli occhi azzurro chiarissimo, che si dimenavano e miagolavano rumorosamente, calmandosi solo al tocco delle sue mani.

Le leonesse erano tre copie quasi identiche del suo amato, non nelle spoglie dell’anziano signore che il mondo conosceva, ma in quelle gloriose di candido leone. Poi scomparvero, così com’erano apparse.

Una voce interiore le parlò: “hai scelto col cuore e il tuo cuore sarà ricompensato”. Per diciassette giorni, la leonessa non percepì più traccia della voce e si lasciò andare alla disperazione. Smise di mangiare, di dormire e vagò senza meta e senza rivolgere la parola ad alcuno, finché, al diciassettesimo giorno, la donna percepì di nuovo il cuore dell’amato battere nel petto, questa volta all’unisono con il suo. Il cuore azzurro le suggerì di lasciare il luogo senza tempo e trasferirsi nel Mondo Futuro, non facendo parola con alcuno del proprio passato. Appena giunta, rivide l’immagine di una delle leonesse in quello che a lei appariva uno schermo magico. Notò subito che un occhio era di un celeste quasi trasparente, come i suoi e l’altro color smeraldo, come quelli del suo amato. Fu solo a questo punto che, nell’anima, udì di nuovo l’adorata voce del leone: “Mia amata, hai accettato la strada che ti ho indicato e ora non potrai più tornare indietro. Prima di lasciare questa terra, vi ho piantato i semi di tre doni, che dovrai trovare, coltivare e difendere a costo della vita. il primo dono è il cuore di smeraldo del conforto divino, che spanderai a piene mani con chi soffre nel corpo e nell’anima. Pochi capiranno, i più prenderanno la tua energia e ti abbandoneranno quando l’avrai esaurita. Il secondo è il cuore d’oro della gioia: so già che vorrai profonderla incondizionatamente e, per questo, la tua sofferenza sarà tanto grande quanto la tua generosità. Ti derideranno e tenteranno di farti passare per folle, perché, credimi, l’uomo è in grado di tollerare qualsiasi cosa, tranne la felicità. Per un attimo ci riusciranno e ruberanno un pezzo della tua anima. Lasciala loro, quando avrai completato la missione, quel pezzo non ti servirà più. Il terzo dono è il cuore di porpora della rinascita e della vita eterna. Lo riceverai al decimo lustro, quando sarai pronta di comprenderlo e usare tutto il suo potere senza più bruciarti. Fino ad allora, io sarò con te.”

La donna accolse il primo dono, recato dalla leonessa con l’occhio di smeraldo. Profuse energia, regalando conforto ad ogni creatura in difficoltà, finché perse il sonno, il suo corpo si riempì di dolore fino a deformarsi e, quando ogni energia fu esaurita, si chiuse nel buio del giardino, ormai vuoto e appassito. Arrivò il momento del secondo dono, questa volta dalle mani di una vivace felina dagli occhi di ghiaccio. Rivide il giardino fiorire, e le sembrò perfino troppo bello che una missione consistesse nel dispensare felicità. Ma, come preannunciato,  pochi furono in grado di tollerarla, i più l’additarono come pazza e lei finì, forse per debolezza, forse per non tradire la propria missione, per lasciarsi rubare l’anima.  Fu allora che la terza leonessa, un essere apparentemente fragile con gli occhi azzurro intenso, bussò alla porta di quello che restava del suo spirito con il dono ristoratore di ogni perdita. All’inizio quasi non la riconobbe. Poi, lentamente, tornarono i ricordi e vide che il giardino dell’anima non era mai appassito, ma erano i suoi sensi che avevano, per un tratto, perso la capacità di vedere i colori e sentire i profumi dei fiori. Il leone le parlò per un’ultima volta: era fiero di lei e, da quel giorno, non avrebbero più avuto bisogno di comunicare, perché erano finalmente diventati una cosa sola. Non sarebbe più stato con lei, ma in lei e lei in lui. L’anima che gli umani le avevano rubato in Terra sarebbe diventata immortale e avrebbe dimorato in lui nel tempo dell’eternità. E lui avrebbe lavorato nel Mondo Futuro nel corpo risanato di lei.

Molte tranquille e anonime signore vivono oggi tra gli umani del Mondo Futuro con i loro amati felini e questa potrebbe essere una delle tante leggende dall’origine perduta. Ma se un giorno incontrerete una donna solitaria e schiva con tre grandi gatte bianche, abbiate la curiosità di guardarle negli occhi: il vostro cuore potrebbe riconoscervi il conforto, la gioia e la vita che rinasce in un mare di sguardi azzurri. Con l’eccezione di un’iride verde smeraldo: i più la vedranno come un’affascinante eterocromia; qualcuno, magari, scoverà la porta in cui ogni umano, se lo desidera, può ritrovare la propria anima divina.

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Posted by on domenica, gennaio 28, 2018 in Racconti | 1 comment

Lettera a una soprano

Cara Giacinta, ti dico “cara” anche se tu sarai incazzata fradicia con me, perché ti ho fatto il bidone al nostro appuntamento. Mi sono nascosta e ti ho osservata alzare il tuo nasino alla francese con aria seccata, mentre i minuti scorrevano e io non arrivavo. Invece ero lì, acquattata dietro l’angolo, ed è stato divertente vederti diventare prima nervosa e alla fine furiosa. Hai resistito mezz’ora prima di andartene, è stata la mia rivincita dopo mesi di inutili promesse di rimpatriate scambiate su Messenger. Occhèi: al liceo eravamo migliori amiche, ma poi abbiamo imboccato strade diverse. Tu hai scelto di stare a casa, te lo potevi permettere. Io ho dovuto lavorare, perché soldi non ce n’erano e addio università. Non mi è parso vero vincere il concorso in banca, anche perché mi sarebbe stato impossibile studiare Fisica. Pazienza, sono diventata un’ottima contabile, e quindi le scienze “dure” alla fine non sono servite. Tu invece l’università l’hai frequentata: due anni di Lingue ma era troppo difficile, e sei passata a Lettere. Ma alla fine ti sei stancata lo stesso. Ti sei sposata con marcello, con cui stavi insieme da una vita, e tanto valeva cominciare a fare la moglie e la madre. Io sono stata più inquieta: d’inverno in banca, nelle ferie in Inghilterra e in America per imparare l’inglese e fare una carriere che mi sono meritata. Tu hai avuto due belle bambine, io un figlio maschio dopo i trent’anni. Ho sempre seguito il tuo percorso di cantante lirica: leggevo sui giornali locali dei tuoi recital e me ne compiacevo. Mi sono detta: “ecco Giacinta finalmente realizzata, sta facendo una cosa in cui crede”. Quando timidamente, un anno fa, mi hai chiesto l’amicizia su Facebook, sono stata contenta. Avevamo fatto vite diverse, e abbiamo sempre avuto caratteri opposti. ma non scorderò mai quanto mi sei stata vicina a diciassette anni, quando mio padre è morto e mia madre, insieme ai miei due fratelli, ha dovuto tirare avanti la baracca vendendo biancheria di lusso nei mercatini rionali. Ma la Giacinta e la Manuela di un tempo non ci sono più. Ho cercato di rincontrarti in questo anno, combinando mille appuntamenti. Quando finalmente avremmo potuto incontrarci tiravi fuori un evento di beneficenza, una zia da andare a trovare, una cena di lavoro di tuo marito. Il colmo è stato quando mi hai proposto di vederci a un tuo recital. Mi hai scritto: “Senti, vieni al concerto. Costa solo venti euro, ma possiamo parlare cinque minuti prima che inizi, se riesci ad arrivare in anticipo.” Ti meriti un bel vaffa, Giacinta, se è questo ciò che mi proponi dopo dieci anni, è l’unica risposta. meno male che alla fine sono riuscita a strapparti l’appuntamento davanti al Caffè Azalea per l’altro giorno, facendoti aspettare invano. Anche perché, a dirla tutta, a me della musica lirica non me ne è mai fregato niente, tanto meno di andare ad ascolarla in teatrini situati in culo al mondo, e se pensi di poterti comportare con me con un tale distacco dopo dieci anni di assenza, hai sbagliato di grosso. Ti auguro comunque ogni bene in nome di quello che siamo state,

Manuela

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Posted by on sabato, gennaio 27, 2018 in Racconti, Streghe |

La tessitrice di soldatini

Ricevo, e volentieri pubblico, un racconto della mia amica (e sorella di chiesa) Alessandra Gatti, già autrice del racconto Sugar Devil (qui pubblicato il 19 e 20 giugno 2016) e di Il testamento di Tara (pubblicato il 15 novembre 2016) . Buona lettura!

Ti vidi vicino al muro, attorniata dai tuoi soldatini, le lacrime di ghiaccio nell’ardore del fuoco e il mio cuore si gelò come neve.

Tuo marito era bellissimo, osannato da donne e uomini. Mi attendeva in cucina, appoggiato al lavandino e, quando mi avvicinai abbastanza per incontrare il suo sguardo mesmerico, mi sfiorò la spalla con un braccio, come se sapesse che il suo tocco era grazia concessa a pochi e un abbraccio intero troppo intenso da reggere per un mortale. Lui era il dio di quel set surreale, la star incontrastata e tu, tra il muro e il divano, vivevi per i tuoi soldatini, prevenivi ogni loro gesto, ti premuravi che non restassero mai senza cibo, conforto e calore. Ma io vedevo te.

Nero è il primo colore che mi riempì gli occhi di te, il velluto morbido che scalda il cuore e ti fa sentire in un caldo nido, il buio ovattato del sonno ristoratore, il cielo in attesa delle stelle e dei sogni. Allungai una mano e tu accettasti una carezza, sottraendoti all’abbraccio. Quello no, era per i soldatini. Io ti guardavo, mi specchiavo in te, in qualche modo ti amavo già come una figlia tessuta per me. Non mi aveva ancora colpita la tua bellezza, per quanto fosse insolito il bruno del tuo viso circondato dalla tua chioma di seta castana striata di biondo naturale, frutto di chissà quale amore così libero in natura e così condannato tra gli uomini. Mi aveva stregata la consapevole bontà del tuo animo, la dedizione ai tuoi adorati soldatini, l’abnegazione ad ogni parte di te che non fosse in funzione dei loro bisogni e desideri. “Se riuscissi a farmi amare da te” pensai “forse riuscirei a farmi amare anche da me stessa”. Ma la vita doveva ancora proseguire senza che potessi esprimere il mio contorto istinto materno e, come da copione, contrattai col tuo abbagliante marito l’addestramento di una cadetta silenziosa, candida e mesmerica come lui, ma con i tuoi stessi indimenticabili tratti. Sarei venuta a prenderla da lì a due mesi.

La seconda volta t’incontrai d’estate, il muro di casa aveva lasciato spazio al muretto del giardino, il divano di pelle mora a quello di erba arsa, i soldatini alle tue sorelle di sangue e di ventura. Distese al sole, in attesa di un pensiero d’amore che occupasse le vostre giornate, d’estate tornavate bambine ed era una gioia vedervi rincorrere su e giù per i pendii, arrampicarvi sugli alberi, litigare per un filo d’erba e poi addormentarvi alla luce di velluto della luna. Tuo marito mi consegnò la prima cadetta, cui sarebbe seguita un’altra, che continuai a crescere nell’amore nel tuo nome. Erano cadette speciali, mi disse, comprendevano il cuore altrui senza bisogno di parlare. Quanto promesso, non venne mai meno.

Tu continuavi a dar luce a meravigliosi soldatini di candido cotone, di seta rossa, di velluto nero, li tessevi finché non erano perfetti per partire e qualche volta li affidavi a me per condurli oltre il giardino, oltre il confine, oltre l’oceano, ma mai oltre il bene che avevano sperimentato tra le tue braccia. E io pensavo a te ogni volta, chiedendomi se avessi potuto ricambiare il tuo dono della vita, donandoti vita per te.

Finché venne l’ultimo degli inverni, il ghiaccio si fece più fitto, il mio cuore più fragile, il tuo velluto più rado. Il momento era arrivato. Gli ultimi soldatini erano partiti, tu sapevi che non ce ne sarebbero stati altri e attendevi sul divano di pelle mora. Avevi sistemato tutto, trovato nuove giovani mogli per il tuo amato marito e riposto il telaio nelle loro mani, consegnando loro ogni gesto d’amore per i futuri soldatini. Avremmo preso un’astronave color fuoco e un sottomarino giallo sole. Poi saremmo arrivate nel resto della tua vita terrena. Ti attendevano tutti da tempo: la casetta color legno, gli alberi sotto il tetto, un divano rosso come un cadetto di seta, due delle tue candide soldatesse e una mamma senza telaio. Che tesseva parole con le dita per loro e avrebbe imparato a lasciar tracciare la trama dal cuore. Per te.

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Posted by on domenica, gennaio 21, 2018 in Racconti |

Lettera di un amministratore delegato

Cara Giorgia, non ti scrivo in veste di amministratore delegato, né di vecchio amico di famiglia, ma in veste di amante. Platonicissimo amante, seguace di Pascal e della raison du coeur. Non ce lo siamo mai detto quest’amore, ce lo siamo scambiato con gli sguardi. Il primo è stato il tuo, ed era implorante. Sei venuta da me in un grigio pomeriggio di novembre a dirmi che tuo marito, quello con cui giocavo a tennis tutti i sabati, stava definitivamente affossando l’azienda di famiglia con scelte sbagliate e decisioni scriteriate del suo cervello bacato. Proprio così. Tu che sei una persona raffinata per natura, senza affettazione, hai usato quest’espressione, che in bocca a un’altra donna sarebbe sembrata volgare. E mentre parlavi, io immaginavo le cose alla lettera: il cervello di Francesco ripieno di vermi schifosi, bacato e bucato, visto che non lo utilizzava. Io ho sollevato il telefono e ho parlato con tuo padre, che mi ha dato la conferma di quello che succedeva con aperta disperazione. Poi ho fatto un’altra telefonata, per me molto rischiosa. Ho parlato col capo del mio studio, e ho chiesto un anno di aspettativa. Temevo il licenziamento o una porta in faccia, invece ha capito e me l’ha concesso. Poi è stato un anno di registri contabili, di riunioni frenetiche fino a mezzanotte. Ci sono stati anche un paio di viaggi all’estero, per tentare una mediazione con chi, alla fine e per fortuna, ci ha dato credito. A chi pensa che tutto sia stato dovuto alla mia bravura vorrei dire che non è così. Io, che sono profondamente credente, ma non ho il tempo materiale di andare in chiesa, confesso che ho pregato e sperato che andasse tutto bene per Francesco, per i tuoi figli, per tuo padre, per i vostri dipendenti, ma soprattutto per te, che stai al centro del mio cuore. Per quegli sguardi fiduciosi che ci lanciavamo quando tornavi dal tuo lavoro part-time in quella piccola casa editrice, e di cui chiacchierano molto le signore della nostra cerchia di amicizie. Per quelle pause del tè delle cinque, mentre lavoravo nello studio di casa tua, e per i biscotti che dividevamo insieme, parlando amabilmente di cultura e di arte. Eri una boccata di aria fresca, Giorgia. Facevi risplendere la parte migliore di me. E quelle mezz’ore divise ad amarci con gli occhi, interrotte a volte dai tuoi figli che volevano un aiuto nei compiti, sono la cosa più preziosa di questo faticosissimo anno di lavoro. Lavoro che, per fortuna, ha risollevato le sorte della tua azienda e ha riscaldato, con la tua presenza, il mio cuore di filosofo mancato. Ti amo, Giorgia, e continuerò ad amrti per il resto dei miei giorni. Ma non farò nessun gesto, non voglio rovinare questo amore purissimo, in questa crisi morale da basso impero che ci travolge tutti.

Sempre tuo nel cuore,

Raffaele

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Posted by on domenica, dicembre 17, 2017 in Racconti, Streghe |

Lettera di Grimilde

Cara ragazza, non scrivo nemmeno il tuo nome: questo ti dà la misura di quanto poco ti considero. Non ti nascondo tutto il rancore che ho provato nei tuoi confronti, quando sei riuscita ad andare a convivere con Filippo.

“Beh,” dirai, “che ti aspettavi? Hai più di cinquant’anni, sposata più o meno felicemente, con un figlio che sta per convolare a nozze e un’altra già sposata. Cosa potevi pretendere da Filippo?”.

E invece pretendevo, e tanto. Lui mi ha sempre considerato una vecchia amica, una con cui dividere chiacchere e confidenze ai mercatini domenicali dell’artigianato, il nostro hobby, o secondo lavoro, se preferisci. Lui fabbro medievale, io creatrice di braccialetti e collane di pietre dure e conchiglie. Lui che una volta ha pure esposto sulla sua bancarella una cintura di castità, messa lì per stupire e scandalizzare. Le ragazze ridevano e arrossivano, gli uomini si davano di gomito. Mi è sempre piaciuto questo lato volgare di Filippo, io che sono abituata a stare tra gente corretta ed educata. Come te, mia cara, con quel faccino da educanda e i capelli raccolti a crocchia come un’istitutrice d’altri tempi. Ma che ci ha trovato Filippo in una come te?

Tu non lo sai, ma ci siamo conosciute. Un giorno in cui in ufficio c’era poco da fare, mi sono presa una mezza giornata e sono venuta al tuo paese sul lago. Sono entrata nella tua profumeria e ti ho fatto impazzire alla ricerca di un’essenza particolare. Che cosa avrai pensato di quella donna attraente e un po’ snob che ti ha tenuto occupata per un’ora? Che era una stronza, e infatti lo sono, specialmente con te. Io Filippo me lo volevo portare a letto, volevo farne il mio amante, e invece tre anni fa scopro su Facebook il vostro fidanzamento, qualche giorno prima di Natale. Mi è salita la rabbia, e sono diventata paonazza, tanto che Giulio, mio marito, mi ha chiesto se stavo bene e mi sono dovuta inventare uno sbalzo di pressione, mettendomi a letto. Almeno una volta al giorno spiavo le foto dei vostri viaggi, dei momenti lieti con le vostre famiglie, delle gite con gli amici. Mi alzavo con questa ossessione, e cercavo di capire qualcosa di te. Ma tu, di te, scrivevi poco. Quando incontravo Filippo ai mercatini, facevo con lui la compagnona, la sorella maggiore. Ma le trentenni come te sono delle ingenue, se pensano di poter accalappiare uno come lui andandoci a convivere, senza garanzie e senza obblighi. Quelli come lui rimangono legati all’idea tradizionale della moglie e dell’amante. Avresti dovuto fargliela annusare a lungo, prima, strappargli la promessa e poi, a nozze fissate, concederti. Invece, da brava provinciale, hai sbagliato tutto. Ben ti sta.

Poi è inutile che scrivi cose sull’importanza della solitudine e dell’autonomia, per consolarti del fatto che lui ti ha mollata. Che stupida, non hai capito che scrivere i cavoli tuoi su Facebook significa gridarli al mondo. E infatti sono stati letti da chi, alla faccia tua, si accinge a sedurlo. Tra pochi giorni sarà di passaggio a Milano, e l’ho invitato a prendere un caffè, poi, come si dice, da cosa nasce cosa. Non ti auguro niente di buono, non te lo meriti. Una volta tanto, Biancaneve è stata sconfitta.

Con tutto il rancore,

Grimilde

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Posted by on giovedì, dicembre 14, 2017 in Racconti |

Lettera di un medico

Cara Laura, mi ricordo quando in quarta liceo, al Leonardo da Vinci, siamo usciti dalla classe, dopo l’interrogazione di matematica, e tu mi hai detto “Voglio avere tre figli”. Eravamo amici anche allora, quell’amicizia tra uomo e donna che qui in Italia la maggior parte della gente non capisce, e che commenta con sorrisetti e allusioni. E tu, invece, sei stata la mia migliore amica, sempre, quella che ascoltava tutte le mie lamentele e asciugava le mie lacrime quando le donne mi mollavano. Quella che mi ha fatto accettare la mia singletudine, alla fine. Io sono stato invece molto felice della tua storia e del tuo matrimonio con Riccardo. E’ stata un’emozione farti da testimone. Sono contento di essere anche il tuo ginecologo, e di aver capito subito che c’era un problema, e di averle provate tutte, in tre anni di tentativi. La sterilità di tuo marito (ormai conclamata dopo gli ultimi sofisticati accertamenti) non ci lascia dubbi. Io non ho dubbi nemmeno sul vostro amore, e so che lui accetterà l’inseminazione eterologa, nella clinica di Nizza dove ho colleghi di cui mi fido. La France, toujours la France! In questo Bel Paese, le cose girano sempre nello stesso modo. Non dare ascolto alle beghine, che ti sussurrano che è da sfacciate, che è una cosa che fanno le puttane. Ascolta il tuo corpo di donna e sorridi alla vita.

Il tuo amico di sempre, Nicola.

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