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Posted by on sabato, dicembre 1, 2018 in Scuola e dintorni, Wurstel | 0 comments

La scopa del Capitano

Mi porto avanti con gli anniversari del 2019: l’anno prossimo ricorre il trentennale del film di Peter Weir Dead poets’ society, distribuito in Italia come L’attimo fuggente. I nostri distributori sono notoriamente superstiziosi, e preferiscono non mettere la parola “morte” in film che non siano horror o splatter (fosse stato per loro, il viscontiano Morte a Venezia si sarebbe chiamato Pruriti peccaminosi in Laguna). Il film ebbe una grande risonanza, commosse un’intera generazione (noi allora trentenni, ma anche quelli un po’ più giovani), grazie soprattutto alla magnifica interpretazione di Robin Williams nella parte del carismatico e iconoclasta professor Keating. La ventata di ribellione portata dal protagonista nel sonnacchioso college di Walton nel 1959 è stata letta come un preludio al Sessantotto e ai movimenti di cui ci sentivamo tutte figlie ed eredi. Rimane nella mente e nel cuore di tutti lo struggente finale, con gli studenti che, uno a uno, salgono sui banchi in solidarietà a Keating, recitando O Capitano, mio capitano, la poesia che lo stesso professore aveva insegnato loro ad amare. Memorabile anche la lezione inaugurale, in cui il docente straccia il poderoso manuale Understanding Poetry di tale Pritchard, simbolo di un approccio “quantitativo” alla letteratura e alla poesia che anche oggi va, purtroppo, per la maggiore.

Scritta nel 1865 da Walt Whitman (1819-1892), O Captain! My Captain! è un’ode dedicata al presidente Abraham Lincoln, assassinato poco dopo la vittoriosa Guerra di Secessione.  Eccone il testo integrale:

O Captain! My Captain! our fearful trip is done;
The ship has weather’d every rack, the prize we sought is won;
The port is near, the bells I hear, the people all exulting,
While follow eyes the steady keel, the vessel grim and daring

But O heart! heart! heart!
O the bleeding drops of red,
Where on the deck my Captain lies,
Fallen cold and dead.

O Captain! My Captain! rise up and hear the bells;
Rise up-for you the flag is flung-for you the bugle trills;
For you bouquets and ribbon’d wreaths-for you the shores a-crowding;
For you they call, the swaying mass, their eager faces turning

Here Captain! dear father!
This arm beneath your head;
It is some dream that on the deck,
You’ve fallen cold and dead.

My Captain does not answer, his lips are pale and still;
My father does not feel my arm, he has no pulse nor will;
The ship is anchor’d safe and sound, its voyage closed and done;
From fearful trip the victor ship comes in with object won

Exult, O shores, and ring, O bells!
But I with mournful tread,
Walk the deck my Captain lies,
Fallen cold and dead.

Purtroppo, a distanza di trent’anni, ci ricordiamo solo il fulminante avvio: O capitano, mio capitano! A forza di vedere e rivedere il film, mio marito, che sotto le vesti dell’Intellettuale nasconde uno spirito perverso di Spoetizzatore Seriale, cominciò a cercare (e purtroppo a trovare) i modi per trasformare l’incipit dell’ode in un tormentone demenziale e vagamente osceno. Così, una bella sera, se ne uscì con la strofetta O Capitano, mio Capitano / Perché ti spunta una scopa dall’ano? (recitata, oltretutto, con accento caricaturalmente centroitaliano). Da allora si aprirono le cataratte e non ci fu più modo, per la nostra famiglia, di rivedere, citare o rievocare il film senza inciampare nella fatale strofetta. Ne fu contagiata anche nostra figlia Arianna, sempre pronta a ereditare i tratti di demenziale presenti in entrambi i rami della sua ascendenza.

Così sono venuta a sapere, che, rivedendo il film a New York con amici americani, Arianna ha citato la strofetta (intraducibile in inglese, in quanto Captain non rima con quasi niente, e sicuramente non con anus o i suoi sinonimi), e non è riuscita a evitare di ridere, anche durante le scene più commoventi. Guadagnandosi il rimprovero di un amico: You have no soul!

Trent’anni dopo, passato il lungo interregno del romanista Totti, il Capitano per antonomasia è il nostro Ministro dell’Interno, così appellato dai suoi entusiasti ammiratori. Direi che l’ode di Whitman, sia nella versione seria (in cui comunque il Capitano muore), che in quella demenziale (dove se ne va in giro con un oggetto incongruo ficcato in un orifizio sensibile) gli si attaglia benissimo.

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Posted by on sabato, ottobre 20, 2018 in New York, Scuola e dintorni |

Cose turche (e americane)

Da qualche giorno mi riecheggia in testa la canzonetta Istanbul (Not Costantinople), che qualcuno ricorderà anche per averla ascoltata nella colonna sonora del film Mona Lisa Smile. Si tratta di un mambo, lanciato nel 1953 dal gruppo canadese The Four Lads (in coincidenza con il Cinquecentesimo anniversario della fine dell’Impero romano d’oriente), e tornato agli onori delle classifiche con la versione del 1990 dei They Might Be Giants. La canzone gioca sulla doppia identità Istanbul – Costantinopoli, con i suoi effetti surreali, tipo Every gal in Constantinople / Lives in Istanbul, not Constantinople / So if you’ve a date in Constantinople / She’ll be waiting in Istanbul.

Tra l’altro, la canzone dice anche:  Even old New York was once New Amsterdam / Why they changed it I can’t say / People just liked it better that way.
Mi ha sempre fatto un po’ specie che degli anglosassoni (l’autore del testo, Jimmy Kennedy, era nordirlandese) dichiarino disinvoltamente di “non sapere perché” New Amsterdam sia divenuta New York. Conferma l’idea che gli americani – in particolare gli statunitensi – non conoscano bene neanche la poca storia che hanno.
A mia figlia è capitato di gettare un occhio sul libro di testo di Storia della sua coinquilina più giovane – diciassettenne. I capitoli sono estremamente brevi (in confronto i nostri Bignami sono enciclopedie) e le verifiche vengono fatte esclusivamente con quiz a risposta multipla, senza indagare su tutti quei rapporti causa – effetto che sono l’essenza dello studio della storia.
Un esempio che mi ha colpito: a un certo punto si vede un disegno d’epoca rappresentante gli Stati Generali tenutisi in Francia poco prima della Rivoluzione del 1789, e viene chiesto: Di cosa stanno discutendo queste persone? Le tre risposte alternative sono: 1) dei dogmi della chiesa cattolica; 2) della moda femminile; 3) del sistema fiscale.
Questi sono i risultati a cui vorrebbero farci arrivare gli ultimi decenni di “riforme” della scuola italiana. Ciliegina sulla torta, la proposta del governo attuale di togliere dalla prova di maturità il tema di Storia. Si sa che si comanda meglio su un popolo ignorante e senza memoria.
Come disse George Santayana, Chi non conosce il passato è condannato a ripeterlo.
 
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Posted by on domenica, settembre 9, 2018 in Scuola e dintorni |

Ci ha rovinato Ungaretti

Io – disse a un tratto lo sconosciuto – sono anche un poeta disgraziato.

– Un poeta disgraziato? E come mai?

– Non so fare le rime.

– Poco male. Faccia versi sciolti.

– Non so fare neppure i versi sciolti.

– Non fa niente. Quando ci sono i concetti poetici, si può fare anche della poesia in prosa.

– Purtroppo a me mancano i concetti poetici.

(Achille Campanile, Ma che cosa è quest’amore?).

Il libro da cui è tratta questa citazione è del 1927. Secondo alcuni si tratterebbe di un omaggio ad Aldo Palazzeschi, come dimostrerebbe la poesia che il “poeta disgraziato” recita, su invito del proprio interlocutore:

L’Amore è una gran commedia

che si recita in due o tre personaggi,

i quali sono contemporaneamente attori e spettatori

parapà, parapà, parapà!

Tarzùn, tarazùn, tiritò

piricòccolo, trallallà

tiritì, tiritì, biribò,

parapà, parapà, parapà! … e così via. (Confronta Lasciatemi divertire!, di Palazzeschi appunto, coi suoi Cucù rurù, rurù cucù, cuccuccurucù).

Mi vien da pensare che, quel che nel 1927 era un paradosso comico, oggi è la norma: quel che passa per “poesia” è il più delle volte senza rima, senza ritmo e senza concetti poetici. Non sono un’esperta, ma leggendo su certi settimanali “L’angolo della poesia”, i contributi inviati da lettori (e soprattutto lettrici) mi paiono, al meglio, pensierini in prosa ritagliati andando a capo a casaccio, del tipo Da quando mi hai lasciato / mi sento come / un rubinetto / che perde. Se penso che, secoli fa, il popolino del contado, nel centro Italia ma non solo, sapeva improvvisare endecasillabi e si cimentava in dispute in ottava rima, mi pare che abbiamo perso molto, come una capacità che si sia atrofizzata.

E Ungaretti che c’entra? Solo una mia esagerazione, ma mi pare che siano stati lui (e soprattutto i suoi epigoni e imitatori) a dare cittadinanza a una poesia troppo sciolta da qualunque regola e vincolo, regole e vincoli che sono gabbie da rompere ma anche strutture che dànno forma a un’opera. Giocando senza regole all’inizio ci si diverte, ma prima o poi finisce che tutti si buttano addosso alla stessa palla e vince chi tira più calci.

Insomma, Ungaretti se lo poteva permettere di fare versi sciolti perché gli venivano perle come M’illumino / d’immenso oppure Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro / Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto. Altro conto è scrivere liste della spesa o vaghe descrizioni della natura. Almeno ci provassero con gli haiku, che hanno il vincolo del numero delle sillabe (cinque – sette – cinque).  Dice mio marito che la bandiera della rima e del ritmo, gettata nel fango dalla poesia ufficiale, è stata raccolta dai cantautori e dai rapper. Per lui, Guccini è il nuovo Carducci, e Caparezza il Baudelaire di oggi. Mah!

 

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Posted by on venerdì, agosto 31, 2018 in Scuola e dintorni |

Le grandi domande di Google Maps

Ci stiamo avvicinando ad un altro anno scolastico, con il suo codazzo di riunioni, collegi, consigli, adempimenti burocratici, correzioni, interrogazioni, somministrazioni e altre attività ansiogene. Entriamoci con un post leggero, e facciamoci due innocue risate alle spalle di Google Maps.

Chiunque ha un cellulare Android prima o poi lo usa, per trovare un indirizzo, per orientarsi in una città sconosciuta (o anche nella propria), per sapere se un dato bar o ristorante vale la pena, o gli orari di apertura di un negozio. Qualcuno, come mio marito, ci prende gusto, e comincia a interagire dando la valutazione (da 1 a 5) alla propria esperienza, facendo una recensione, caricando una foto. Nella speranza di ottenere l’ambito quanto inutile riconoscimento simbolico di Local Guide. A questo punto, sei entrato nel tunnel da cui non si esce più. Google Maps non si accontenta di darti informazioni quando richiesto, o di recepire i tuoi contributi. Comincia a farsi strada con prepotenza nella tua vita, sotto forma di notifiche che ti chiedono Rispondi ad alcune semplici domande sui posti che hai visitato.

Ed ecco, la diga si è aperta. Si comincia con domande ovvie e facili, tipo In questo luogo il caffè è buono?, Da questo luogo si gode di una bella vista?, E’ obbligatorio prenotare? Poi si passa a domande più insidiose, tipo Lo definiresti un luogo accogliente?, E’ un luogo di tendenza? o la mitica Sceglieresti questo luogo per un pasto salutare? (va bene che negli USA, patria di Google, la gente ama il cibo-spazzatura, ma in genere se mangio fuori lo faccio per star bene …). Non mancano domande come E’ possibile pagare in contanti?, Esiste un ingresso in carrozzella? Le domande si ripetono più e più volte, e quando ti trovi per la decima volta a rispondere se E’ necessario attendere per entrare? alla Tavola Calda Pincopallino, ti assalgono dubbi sull’insensatezza della vita, dell’universo e di tutto quanto …

Ma se resisti allo spleen, allo stadio successivo (come nei videogiochi) arriva il premio. Cominciano ad apparire le Domande Demenziali. Eccone alcuni esempi, senza commento:

Federal Hall (luogo storico di New York): E’ un luogo adatto per andare in bicicletta?

Foresteria Valdese di Torre Pellice: C’è un night club?

Sciuscià Bar Pasticceria: Puoi acquistare Computer qui?

Dom Cafe-Bar: Puoi acquistare qui il prodotto Letti?

Simply Market: Puoi acquistare prodotti da Laffy Taffy qui?

Chimera Caffè: Puoi acquistare Fieno qui?

Fino alla mia preferita. Der Baecker Ruetz: Puoi acquistare Kaiser qui?

E su questa domanda del Kaiser vi lascio: buon primo settembre a tutte e tutti!

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Posted by on giovedì, luglio 5, 2018 in Scuola e dintorni |

Quadri e annessi

Ci sono donne avvenenti che, per qualche recondito motivo, si conciano in modo bislacco e barocco, indossando cose che non donano loro, e che dànno un effetto particolare. Sembrano la fotocopia delle proprie nonne.  C’è un modo di dire umbro anche per l’occasione: Se concia cuscì male che me pare ‘n quadro antico.

Una volta, nella mia scuola, c’era una giovane supplente che incarnava perfettamente questo stereotipo. Pur essendo giovane e bella, bionda con gli occhi azzurri, si conciava come la zia Prysselius di Pippi Calzelunghe. Calzettoni tirolesi al ginocchio, trecce da bimba delle elementari, gonne scozzesi lunghe, improbabili giacchette. Quest’abbigliamento antiquato corrispondeva anche a una certa rigidità di modi e ad un’estrema riservatezza. Una volta, prima di un Collegio docenti, dissi a due colleghe: Dobbiamo fare un’opera buona. Queste pensarono a una borsa di studio o qualche altra iniziativa umanitaria. Io replicai: No, bisogna fare una sottoscrizione per regalare alla Tale un biglietto per andare a vedere i California Dream Men (noto gruppo – a quanto pare tuttora in attività – di spogliarellisti maschi americani). La proposta piacque e permise di affrontare la noiosissima riunione con un po’ di risate.

Certo, bisogna dire che se oggi una si presentasse vestita come la zia Prysselius o la signorina Rottermeier farebbe la figura della cosplayer. Più che un quadro antico, un quadro postmoderno.

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Posted by on domenica, giugno 17, 2018 in Scuola e dintorni |

Emergenze a intermittenza

In questi ultimi mesi sentiamo parlare in continuazione di violenze e intimidazioni contro gli insegnanti, da parte sia di studenti che di genitori. Come spesso succede con i media, sembra un fenomeno inedito e apparso dal nulla. L’informazione funziona così: per giorni o settimane si parla solo di un certo fenomeno – rapine in villa, zingari, stupri, buche per strada – come se non fosse mai accaduto prima e succedesse solo quello. Passano le settimane e non se ne parla più. Ricordo che, più di dieci anni fa, alla consegna delle pagelle, un collega alla vigilia del pensionamento, stava per essere aggredito da un padre bullo, arrabbiato perché la figlioletta (bulla a sua volta, che non aveva studiato per tutto l’anno) era stata bocciata. Il tizio urlava e gesticolava minacciosamente; io, che ero accanto al mio collega, ebbi la netta sensazione che l’energumeno stesse per aggredirlo. Presi una sedia e, come fa il domatore di leoni, la misi tra noi e il padre furioso. Urlando gli dissi Se ci mette le mani addosso, finisce in galera. Quello cominciò a respirare profondamente e piano piano si calmò. Prese la pagella e se ne andò senza chiedere scusa.

Della mia reazione tempestiva ed efficace devo ringraziare i corsi di autodifesa che facevo in quel periodo, affiancati a quelli di Karate. Forse, invece che tanti corsi inutili sulle competenze, converrebbe far fare a tutti gli insegnanti corsi di autodifesa – particolarmente mirati – per imparare a reagire in modo efficace a queste situazioni, senza mettere le mani addosso a genitori e studenti violenti o arrabbiati. All’epoca, di emergenza scuola non ne parlava nessuno.

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