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Posted by on sabato, febbraio 16, 2019 in Politica, Scuola e dintorni | 0 comments

La Settimana Satanica

Il discorso pubblico, almeno come si dipana nella postmoderna agorà delle reti sociali, sembra guidato da dinamiche impazzite, in cui, come nel vecchio gioco del telegrafo senza fili, un tema stempera in un altro, fino a ritrovarsi assai lontani dal punto di partenza. Appena sette giorni fa si era conclusa la maratona del Festival di Sanremo (che non ho visto), vinto dall’outsider Mahmoud a scapito del favorito Ultimo. Premetto che non ho sentito nessuna delle due canzoni in lizza, ma se anche le avessi sentite me le sarei già dimenticate. A smentita del detto evangelico, l’Ultimo non è stato primo ma appena secondo, a causa del voto delle giurie di esperti e giornalisti che ha ribaltato il pronunciamento del televoto. Sistema di voto che, a quanto pare, c’è da diversi anni al Festival, ma solo stavolta è divenuto, grazie ai nostri onnipresenti Vicepremier, il simbolo della prevaricazione delle malvagie Elites Radicalchic (e magari anche un po’ Pluto-Giudaico-Massoniche) ai danni del sano e italico Popolo. Senza soluzione di continuità, mentre il Vicepremier Due si imponeva un inusuale silenzio di quarantott’ore a causa della sconfitta elettorale in Abruzzo, il Vicepremier Uno, ringalluzzito dal trionfo nella stessa consultazione, passava subito a un nuovo argomento. Durante il Festival, infatti, mentre dietro le quinte si consumava il Gombloddo contro il povero Ultimo, un siparietto comico della conduttrice Virginia Raffaele veniva scambiato per un’invocazione a Satana da tale don Aldo Buonaiuto, sacerdote esorcista e “coordinatore del Servizio Nazionale Antisette”, del quale fino a ieri ignoravo l’esistenza. Il grido di dolore del sacerdote “pur non comprendendo quale fosse l’intento, il ridicolizzare o, ancor più grave, inneggiare il nome di Satana in prima serata su Rai Uno, penso sia stato uno scivolone sconcertante” , nonostante la sintassi zoppicante, veniva raccolto dal Capitano, che raccomandava al Popolo, ancora schiumante rabbia verso Soros e i Cosmopoliti, di “non sottovalutare il problema delle sette sataniche, con tutti i problemi connessi.” Puntualmente, si scopriva che su SOFIA (il portale ministeriale della formazione per gli insegnanti) era presente, nel catalogo dell’offerta di corsi a disposizione dei docenti, un Corso di esorcismo e preghiera di liberazione. Destinatari: insegnanti delle medie e delle superiori. Durata: 40 ore. Costo: 400 euro, organizzato dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, che, spiegano al Ministero, in quanto Università, è accreditato automaticamente, e autorizzato a caricare le proprie proposte didattiche in autonomia (il MIUR fa solo controlli periodici a campione, quindi, non è escluso che, con certosine ricerche, si potrebbero trovare altre bizzarrie nel Catalogo). Tra l’altro, come leggiamo su Wikipedia, l’Ateneo in questione è promosso dalla Congregazione dei Legionari di Cristo, più volte coinvolta in scandali a sfondo sessuale (a partire dal suo fondatore, il messicano Marcial Maciel Degollado). A parte l’opportunità di affidare a un’istituzione fondata da un pedofilo la lotta contro il demonio, la faccenda ha trascinato nel ridicolo il ministro leghista Bussetti (già noto per le sue gaffes verso i docenti meridionali) e tutto il MIUR, che nella giornata di oggi, sabato 16, ha comunicato di avere rimosso il corso dalla piattaforma. Sono andata, per scrupolo, a controllare su SOFIA e, in effetti, il corso di esorcismo non c’è più. Il Regina Apostolorum rimane, però, come organizzatore di un più anodino Corso di Perfezionamento in Teologia Spirituale (costo 900 euro, durata 288 ore).

E così si è conclusa la Settimana Satanica. I migranti continuano a morire nel Mediterraneo o a essere respinti nei lager libici, l’economia stagna, la secessione delle regioni ricche avanza, ma per fortuna il Capitano ha sempre in serbo nuovi nemici da additare all’indignazione del Popolo (è un po’ che non si parla degli UFO: sarà la volta buona?). Per noi insegnanti, resta il fatto che – si tratti di corsi di formazione o dei cari vecchi “convegni con esonero MIUR” – è difficilissimo trovare proposte veramente interessanti e utili per la professione: prevalgono iniziative fortemente clericali, o sciacquature di piatti aziendalistiche sulle Competenze Trasversali. Forse un bel corso di esorcismo non sarebbe stato tanto male: poteva servire con certi studenti – e soprattutto certi genitori.

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Posted by on sabato, febbraio 9, 2019 in Scuola e dintorni | 0 comments

La stanchezza dell’inutile

Questa settimana sono stata molto stanca. Rientravo da scuola e mi buttavo giù a dormire in pieno pomeriggio, e la mattina, dopo un lungo sonno, mi alzavo rimbambita e facevo fatica a sintonizzarmi sulla giornata in arrivo. Non era tanto stanchezza fisica – infatti ho fatto regolarmente le mie due serate in palestra con il solito vigore – ma stanchezza intellettuale, estenuazione morale. Cosa c’è stato di diverso questa settimana? Due riunioni pomeridiane, una di Collegio docenti, l’altra di Dipartimento (detta anche “riunione di materia”, anche se sarebbe più appropriato chiamarla “disgregazione di spirito”). Totale 4 ore. Come dico sempre, nel mio lavoro di docente non mi stressa più che tanto la lezione frontale, il lavoro didattico normale, pure con qualche decina di adolescenti indisciplinati e problematici (e le loro famiglie ancora più problematiche), quanto tutto il carico di incombenze burocratiche – moltiplicatosi a ogni Riforma della Scuola, independentemente dal segno politico del Governo – e soprattutto le riunioni.

Pure mio marito, impiegato di banca, regge bene il proprio lavoro quotidiano – anche nei periodi di punta e di picco – e malissimo le riunioni settimanali obbligatorie: 45 minuti ogni lunedì, attorno all’ora di pranzo. Abbiamo calcolato che il totale delle mie riunioni (esclusi gli scrutini, che sono un atto dovuto) in un anno fa 42 ore – praticamente due settimane e mezzo di lavoro extra. Il massimo contrattuale è di 80 ore annue, quindi potrebbe andar peggio. Le riunioni di mio marito sono in orario di lavoro e in un anno lavorativo standard di 48 settimane fanno 2160 minuti, cioè 36 ore. Poco meno di una settimana di lavoro. Tra noi discutiamo – senza arrivare a una conclusione – cosa sia peggio: se riunioni fuori orario, che ti costringono a rimanere a scuola sino al tardo pomeriggio, o riunioni in orario di lavoro, che ti obbligano a recuperare poi il tempo perduto. Tempo che è speso – in massima parte – a sentirsi dire quanto si lavora poco e male, quanto si è indietro rispetto agli “sfidanti” (cioè impossibili) obiettivi posti dalle Direzioni Centrali. Nessuno osa intervenire per fare obiezioni, sia perché non sono gradite dai Superiori, sia perché gli stomaci brontolano e gorgogliano e ognuna/o invoca solo la fine dell’ordalia.

Devo ammettere che – dato il diverso contesto lavorativo – le mie riunioni non sono così umilianti, piuttosto sono inutili e superflue. Molte delle cose che si discutono si potrebbero regolare rapidamente in scambi informale, di persona o via mail o messaggino. Ho la sensazione che molte colleghe le amino perché riempiono loro la vita, dànno loro una scusa per non rientrare presto a casa dove dovrebbero farsi carico – stante la mancanza di parità dei sessi nel nostro Paese – di mariti, figli, genitori, lavatrici, spesa e cena. Così indugiano su ogni tema, raccontano nei dettagli ogni minimo problema della loro classe. Ma noialtre che abbiamo una vita, delle passioni, degli interessi, fuori dal cerchio scuola/famiglia mordiamo il freno e ci logoriamo, fisicamente e psicologicamente, in attesa che la riunione finisca e si possa tornare a respirare lo smog milanese all’aria aperta.

Certo, se dobbiamo dar retta alla letteratura sociologica, la “riunione inutile” è una piaga che non affligge solo l’Italia, né solo gli insegnanti. Il grande economista statunitense John Kenneth Galbraith (1908-2006), nel suo libro sulla Grande Crisi del 1929, ne parla ampiamente:

“[il presidente Hoover] stava compiendo uno dei riti più antichi, più importanti e purtroppo meno compresi della vita americana. E’ il rito della riunione destinata non a produrre delle decisioni, ma a non concludere niente. E’ un rito ancora molto praticato ai nostri giorni. (…) Le riunioni vengono tenute perché gli uomini amano la compagnia (…) aspirano al prestigio che acquista colui che presiede le riunioni (…) perché è necessario creare l’impressione che si sbrighino degli affari …” (John Kenneth Galbraith, Il grande crollo, Boringhieri 1972, pag. 158).

In un inusuale slancio romantico, qualche anno fa Giorgio addirittura mi regalò una T-Shirt con questa citazione. La indosso sempre in settembre, in occasione delle prime riunioni dell’anno, sperando che qualcuna colga il messaggio. Finora non è accaduto, ma sperare non costa niente.

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Posted by on sabato, dicembre 1, 2018 in Scuola e dintorni, Wurstel |

La scopa del Capitano

Mi porto avanti con gli anniversari del 2019: l’anno prossimo ricorre il trentennale del film di Peter Weir Dead poets’ society, distribuito in Italia come L’attimo fuggente. I nostri distributori sono notoriamente superstiziosi, e preferiscono non mettere la parola “morte” in film che non siano horror o splatter (fosse stato per loro, il viscontiano Morte a Venezia si sarebbe chiamato Pruriti peccaminosi in Laguna). Il film ebbe una grande risonanza, commosse un’intera generazione (noi allora trentenni, ma anche quelli un po’ più giovani), grazie soprattutto alla magnifica interpretazione di Robin Williams nella parte del carismatico e iconoclasta professor Keating. La ventata di ribellione portata dal protagonista nel sonnacchioso college di Walton nel 1959 è stata letta come un preludio al Sessantotto e ai movimenti di cui ci sentivamo tutte figlie ed eredi. Rimane nella mente e nel cuore di tutti lo struggente finale, con gli studenti che, uno a uno, salgono sui banchi in solidarietà a Keating, recitando O Capitano, mio capitano, la poesia che lo stesso professore aveva insegnato loro ad amare. Memorabile anche la lezione inaugurale, in cui il docente straccia il poderoso manuale Understanding Poetry di tale Pritchard, simbolo di un approccio “quantitativo” alla letteratura e alla poesia che anche oggi va, purtroppo, per la maggiore.

Scritta nel 1865 da Walt Whitman (1819-1892), O Captain! My Captain! è un’ode dedicata al presidente Abraham Lincoln, assassinato poco dopo la vittoriosa Guerra di Secessione.  Eccone il testo integrale:

O Captain! My Captain! our fearful trip is done;
The ship has weather’d every rack, the prize we sought is won;
The port is near, the bells I hear, the people all exulting,
While follow eyes the steady keel, the vessel grim and daring

But O heart! heart! heart!
O the bleeding drops of red,
Where on the deck my Captain lies,
Fallen cold and dead.

O Captain! My Captain! rise up and hear the bells;
Rise up-for you the flag is flung-for you the bugle trills;
For you bouquets and ribbon’d wreaths-for you the shores a-crowding;
For you they call, the swaying mass, their eager faces turning

Here Captain! dear father!
This arm beneath your head;
It is some dream that on the deck,
You’ve fallen cold and dead.

My Captain does not answer, his lips are pale and still;
My father does not feel my arm, he has no pulse nor will;
The ship is anchor’d safe and sound, its voyage closed and done;
From fearful trip the victor ship comes in with object won

Exult, O shores, and ring, O bells!
But I with mournful tread,
Walk the deck my Captain lies,
Fallen cold and dead.

Purtroppo, a distanza di trent’anni, ci ricordiamo solo il fulminante avvio: O capitano, mio capitano! A forza di vedere e rivedere il film, mio marito, che sotto le vesti dell’Intellettuale nasconde uno spirito perverso di Spoetizzatore Seriale, cominciò a cercare (e purtroppo a trovare) i modi per trasformare l’incipit dell’ode in un tormentone demenziale e vagamente osceno. Così, una bella sera, se ne uscì con la strofetta O Capitano, mio Capitano / Perché ti spunta una scopa dall’ano? (recitata, oltretutto, con accento caricaturalmente centroitaliano). Da allora si aprirono le cataratte e non ci fu più modo, per la nostra famiglia, di rivedere, citare o rievocare il film senza inciampare nella fatale strofetta. Ne fu contagiata anche nostra figlia Arianna, sempre pronta a ereditare i tratti di demenziale presenti in entrambi i rami della sua ascendenza.

Così sono venuta a sapere, che, rivedendo il film a New York con amici americani, Arianna ha citato la strofetta (intraducibile in inglese, in quanto Captain non rima con quasi niente, e sicuramente non con anus o i suoi sinonimi), e non è riuscita a evitare di ridere, anche durante le scene più commoventi. Guadagnandosi il rimprovero di un amico: You have no soul!

Trent’anni dopo, passato il lungo interregno del romanista Totti, il Capitano per antonomasia è il nostro Ministro dell’Interno, così appellato dai suoi entusiasti ammiratori. Direi che l’ode di Whitman, sia nella versione seria (in cui comunque il Capitano muore), che in quella demenziale (dove se ne va in giro con un oggetto incongruo ficcato in un orifizio sensibile) gli si attaglia benissimo.

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Posted by on sabato, ottobre 20, 2018 in New York, Scuola e dintorni |

Cose turche (e americane)

Da qualche giorno mi riecheggia in testa la canzonetta Istanbul (Not Costantinople), che qualcuno ricorderà anche per averla ascoltata nella colonna sonora del film Mona Lisa Smile. Si tratta di un mambo, lanciato nel 1953 dal gruppo canadese The Four Lads (in coincidenza con il Cinquecentesimo anniversario della fine dell’Impero romano d’oriente), e tornato agli onori delle classifiche con la versione del 1990 dei They Might Be Giants. La canzone gioca sulla doppia identità Istanbul – Costantinopoli, con i suoi effetti surreali, tipo Every gal in Constantinople / Lives in Istanbul, not Constantinople / So if you’ve a date in Constantinople / She’ll be waiting in Istanbul.

Tra l’altro, la canzone dice anche:  Even old New York was once New Amsterdam / Why they changed it I can’t say / People just liked it better that way.
Mi ha sempre fatto un po’ specie che degli anglosassoni (l’autore del testo, Jimmy Kennedy, era nordirlandese) dichiarino disinvoltamente di “non sapere perché” New Amsterdam sia divenuta New York. Conferma l’idea che gli americani – in particolare gli statunitensi – non conoscano bene neanche la poca storia che hanno.
A mia figlia è capitato di gettare un occhio sul libro di testo di Storia della sua coinquilina più giovane – diciassettenne. I capitoli sono estremamente brevi (in confronto i nostri Bignami sono enciclopedie) e le verifiche vengono fatte esclusivamente con quiz a risposta multipla, senza indagare su tutti quei rapporti causa – effetto che sono l’essenza dello studio della storia.
Un esempio che mi ha colpito: a un certo punto si vede un disegno d’epoca rappresentante gli Stati Generali tenutisi in Francia poco prima della Rivoluzione del 1789, e viene chiesto: Di cosa stanno discutendo queste persone? Le tre risposte alternative sono: 1) dei dogmi della chiesa cattolica; 2) della moda femminile; 3) del sistema fiscale.
Questi sono i risultati a cui vorrebbero farci arrivare gli ultimi decenni di “riforme” della scuola italiana. Ciliegina sulla torta, la proposta del governo attuale di togliere dalla prova di maturità il tema di Storia. Si sa che si comanda meglio su un popolo ignorante e senza memoria.
Come disse George Santayana, Chi non conosce il passato è condannato a ripeterlo.
 
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Posted by on domenica, settembre 9, 2018 in Scuola e dintorni |

Ci ha rovinato Ungaretti

Io – disse a un tratto lo sconosciuto – sono anche un poeta disgraziato.

– Un poeta disgraziato? E come mai?

– Non so fare le rime.

– Poco male. Faccia versi sciolti.

– Non so fare neppure i versi sciolti.

– Non fa niente. Quando ci sono i concetti poetici, si può fare anche della poesia in prosa.

– Purtroppo a me mancano i concetti poetici.

(Achille Campanile, Ma che cosa è quest’amore?).

Il libro da cui è tratta questa citazione è del 1927. Secondo alcuni si tratterebbe di un omaggio ad Aldo Palazzeschi, come dimostrerebbe la poesia che il “poeta disgraziato” recita, su invito del proprio interlocutore:

L’Amore è una gran commedia

che si recita in due o tre personaggi,

i quali sono contemporaneamente attori e spettatori

parapà, parapà, parapà!

Tarzùn, tarazùn, tiritò

piricòccolo, trallallà

tiritì, tiritì, biribò,

parapà, parapà, parapà! … e così via. (Confronta Lasciatemi divertire!, di Palazzeschi appunto, coi suoi Cucù rurù, rurù cucù, cuccuccurucù).

Mi vien da pensare che, quel che nel 1927 era un paradosso comico, oggi è la norma: quel che passa per “poesia” è il più delle volte senza rima, senza ritmo e senza concetti poetici. Non sono un’esperta, ma leggendo su certi settimanali “L’angolo della poesia”, i contributi inviati da lettori (e soprattutto lettrici) mi paiono, al meglio, pensierini in prosa ritagliati andando a capo a casaccio, del tipo Da quando mi hai lasciato / mi sento come / un rubinetto / che perde. Se penso che, secoli fa, il popolino del contado, nel centro Italia ma non solo, sapeva improvvisare endecasillabi e si cimentava in dispute in ottava rima, mi pare che abbiamo perso molto, come una capacità che si sia atrofizzata.

E Ungaretti che c’entra? Solo una mia esagerazione, ma mi pare che siano stati lui (e soprattutto i suoi epigoni e imitatori) a dare cittadinanza a una poesia troppo sciolta da qualunque regola e vincolo, regole e vincoli che sono gabbie da rompere ma anche strutture che dànno forma a un’opera. Giocando senza regole all’inizio ci si diverte, ma prima o poi finisce che tutti si buttano addosso alla stessa palla e vince chi tira più calci.

Insomma, Ungaretti se lo poteva permettere di fare versi sciolti perché gli venivano perle come M’illumino / d’immenso oppure Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro / Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto. Altro conto è scrivere liste della spesa o vaghe descrizioni della natura. Almeno ci provassero con gli haiku, che hanno il vincolo del numero delle sillabe (cinque – sette – cinque).  Dice mio marito che la bandiera della rima e del ritmo, gettata nel fango dalla poesia ufficiale, è stata raccolta dai cantautori e dai rapper. Per lui, Guccini è il nuovo Carducci, e Caparezza il Baudelaire di oggi. Mah!

 

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Posted by on venerdì, agosto 31, 2018 in Scuola e dintorni |

Le grandi domande di Google Maps

Ci stiamo avvicinando ad un altro anno scolastico, con il suo codazzo di riunioni, collegi, consigli, adempimenti burocratici, correzioni, interrogazioni, somministrazioni e altre attività ansiogene. Entriamoci con un post leggero, e facciamoci due innocue risate alle spalle di Google Maps.

Chiunque ha un cellulare Android prima o poi lo usa, per trovare un indirizzo, per orientarsi in una città sconosciuta (o anche nella propria), per sapere se un dato bar o ristorante vale la pena, o gli orari di apertura di un negozio. Qualcuno, come mio marito, ci prende gusto, e comincia a interagire dando la valutazione (da 1 a 5) alla propria esperienza, facendo una recensione, caricando una foto. Nella speranza di ottenere l’ambito quanto inutile riconoscimento simbolico di Local Guide. A questo punto, sei entrato nel tunnel da cui non si esce più. Google Maps non si accontenta di darti informazioni quando richiesto, o di recepire i tuoi contributi. Comincia a farsi strada con prepotenza nella tua vita, sotto forma di notifiche che ti chiedono Rispondi ad alcune semplici domande sui posti che hai visitato.

Ed ecco, la diga si è aperta. Si comincia con domande ovvie e facili, tipo In questo luogo il caffè è buono?, Da questo luogo si gode di una bella vista?, E’ obbligatorio prenotare? Poi si passa a domande più insidiose, tipo Lo definiresti un luogo accogliente?, E’ un luogo di tendenza? o la mitica Sceglieresti questo luogo per un pasto salutare? (va bene che negli USA, patria di Google, la gente ama il cibo-spazzatura, ma in genere se mangio fuori lo faccio per star bene …). Non mancano domande come E’ possibile pagare in contanti?, Esiste un ingresso in carrozzella? Le domande si ripetono più e più volte, e quando ti trovi per la decima volta a rispondere se E’ necessario attendere per entrare? alla Tavola Calda Pincopallino, ti assalgono dubbi sull’insensatezza della vita, dell’universo e di tutto quanto …

Ma se resisti allo spleen, allo stadio successivo (come nei videogiochi) arriva il premio. Cominciano ad apparire le Domande Demenziali. Eccone alcuni esempi, senza commento:

Federal Hall (luogo storico di New York): E’ un luogo adatto per andare in bicicletta?

Foresteria Valdese di Torre Pellice: C’è un night club?

Sciuscià Bar Pasticceria: Puoi acquistare Computer qui?

Dom Cafe-Bar: Puoi acquistare qui il prodotto Letti?

Simply Market: Puoi acquistare prodotti da Laffy Taffy qui?

Chimera Caffè: Puoi acquistare Fieno qui?

Fino alla mia preferita. Der Baecker Ruetz: Puoi acquistare Kaiser qui?

E su questa domanda del Kaiser vi lascio: buon primo settembre a tutte e tutti!

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