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Posted by on giovedì, settembre 6, 2018 in Streghe | 0 comments

Attenti alla mucca!

Fare le vacanze in montagna significa lunghe passeggiate, in luoghi dove spesso s’incontrano più animali che esseri umani. Nella Stubaital (la valle a sud di Innsbruck), in particolare, è molto frequente incontrare mucche al pascolo. Animali placidi e tranquilli, in circostanze normali: ma è assai consigliabile non disturbarli. Le mucche, specialmente in presenza dei loro vitellini, hanno la tendenza a difendere il territorio in modo assertivo e aggressivo. L’abbiamo sperimentato quando siamo saliti al Muttereralm, una malga soleggiata da cui sono possibili incantevoli passeggiate. Lungo una di queste, a un certo punto ci siamo imbattuti in una formazione compatta di mucche che bloccavano il sentiero, meglio di un picchetto operaio dei bei tempi. Una allattava il vitellino, le altre la circondavano in assetto protettivo (una in particolare pareva pronta alla carica). Nessun essere umano si profilava all’orizzonte. Che fare? Siamo tornati indietro, rinunciando a malincuore alle bellezze paesaggistiche promesse dall’itinerario. Tutti i siti dedicati, del resto, invitano alla prudenza, specie se ci si porta dietro un cane (noi non l’avevamo, ma vaglielo a spiegare alle mucche). Solo tornati a casa abbiamo scoperto che proprio nella stessa, incantevole Stubaital, nel luglio 2014, una malcapitata turista tedesca (con cane) era stata caricata a morte da una mucca. Una statistica del 2013 dice che negli USA 20 persone all’anno muoiono per mano (o zampa) vaccina (più che per squali, coccodrilli e orsi messi insieme). Insomma, anche se non siamo i tipi che si vanno a cercare esperiemze estreme, talvolta sono le esperienze estreme che trovano noi …

In compenso, nel villaggio di Mutters c’è una bella fattoria biologica (Bio-Bauernhof Mesneranderl), che dà proprio sulla piazza principale. Da una porticina aperta si possono ammirare le mucche che ruminano tranquille, ognuna al suo posto. Che dire? Le preferisco così.

 

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Posted by on sabato, luglio 14, 2018 in Arti Marziali, Streghe |

La miracolosa coccinella

Ingredienti: liceali imbranati che si trasformano in supereroi, cattivi sghignazzanti, una metropoli da difendere. Suggerimento: non è Spiderman. Si tratta di Miraculous, serie animata franco-nippo-coreana, che ho scoperto ieri su Netflix e di cui ci siamo sparati cinque puntate (di 22 minuti ciascuna, non esageriamo) di fila. Sia chiaro, non sto parlando di Ingmar Bergman e neanche di Woody Allen, ma di un dignitoso prodotto di intrattenimento per tutte le età. I cartoni animati mi ricordano la giovinezza e le infinite maratone di Pokémon e altre giapponeserie che vedevo con Arianna prima che andasse alle superiori. In Miraculous, gli adolescenti con doppia identità sono due: la timida Marinette, figlia di panettieri, e il belloccio Adrien, figlio di un famoso stilista con tanto di villa superaccessoriata dietro la Tour Eiffel (la saga si svolge a Parigi). I due sono compagni di classe al Collège François Dupont: lei è disperatamente innamorata di lui, e lui, ambito da tutte le ragazze, non se la fila. Entrambi – con l’aiuto di un Kwami (spirito-animale guida: coccinella per lei, gattino per lui) e di un Miraculous, un oggetto prodigioso (orecchino rosso a pallini neri per lei, anello nero per lui) possono diventare supereroi, rispettivamente Ladybug e Chat Noir. I due collaborano amichevolmente quando sono trasformati, ma sono ignari delle rispettive identità segrete, come del resto – secondo classica convenzione del genere supereroico – la città intera le ignora, nonostante l’evidente somiglianza. Fa parte del gioco: sospensione dell’incredulità. Qualcuno ha detto una volta Un popolo che in ottant’anni non ha capito che Bruce Wayne e Batman sono la stessa persona, si merita Donald Trump, e anche peggio. 

C’è ovviamente, anche il Supercattivo. Un uomo tutto in grigio – del quale, almeno in queste prime puntate, si ignora l’identità – che da un laboratorio – lucernario comanda la sua armata di farfalle malvage, le Akuma (la parola significa “demone” in giapponese). Si chiama Papillon, e la sua particolarità è che non agisce in proprio. Piuttosto, scandaglia la città alla ricerca di persone frustrate, arrabbiate, vittime di un’ingiustizia o del destino cinico e baro. Quando ne individua una, manda una delle sue farfalle violacee a possederla. Il povero frustrato (spesso sono amici dei protagonisti) diventa schiavo delle sue emozioni negative e, guidato da Papillon, si trasforma in un Cattivo con superpoteri (esempio: imprigionare persone in bolle, scatenare tempeste di ghiaccio …). L’obiettivo di Papillon è provocare l’intervento di Ladybug e Chat Noir, attirarli in una trappola, sottrarre i loro Miraculous e accrescere il proprio potere con essi. Ovviamente, in ogni puntata, dopo aspra lotta, l’intervento finale di Ladybug (che da trasformata è molto più assertiva ed efficiente della sua versione di tutti i giorni) salva la metropoli catturando le Akuma e “purificandole”, cioè trasformandole in innocue farfalline bianche.

Ho trovato molto interessante il modus operandi di Papillon, perché mi ha ricordato quello della destra populista europea e americana di oggi. Agire sulle emozioni negative, sul senso di frustrazione e ingiustizia (reale), portare la gente alla rabbia e indirizzarne le energie verso falsi bersagli, a vantaggio esclusivo di chi tira i fili nell’ombra. Il compagno di classe timido o il bizzarro ometto che dà da mangiare ai piccioni si trasformano in mostri che creano confusione in città. Così oggi il vicino di casa che ama gli animali, la casalinga tutta santi e madonne, il vecchio compagno tanto di sinistra, dietro la tastiera si trasformano in stalker, in haters, in indignati con la bava alla bocca che invocano lo stupro per l’avversaria politica, i lager per i Rom, l’annegamento ai migranti. Senza che ci sia disponibile un Miraculous per disinnescarli.

La serie – per ora su Netflix c’è solo la prima stagione – ha prodotto, come gustoso sottoprodotto, dei bei video, rintracciabili su YouTube. In essi si vedono spezzoni di scene della serie a commento visivo di noti tormentoni latinoamericani, tipo il mai abbastanza deplorato Despacito o il volgare A mi me gustan Mayores. Non c’è che dire: con le immagini di Marinette e Adrien, diventano assai più sopportabili.

Un unico appunto: la sigla italiana, cantata da una tarda epigona di Cristina D’Avena, sfiora il ridicolo con il ritornello Miraculùs. Così, con l’accento, sulla U. La risata liberatoria parte, inevitabilmente.

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Posted by on domenica, luglio 8, 2018 in Streghe |

La mezza canna

Nel Centro Italia, il termine fregna indica l’organo sessuale femminile. L’etimologia è discussa: per molti, deriva dal latino frangere (rompere), oppure da frendere (stringere), se non addirittura da fringium, da cui anche “fringuello” (vedi il link).

Diversamente da altri termini riferiti al sesso femminile, fregna ha anche il significato traslato di sciocchezza o fandonia (si potrebbe utilizzare come sinonimo di fake news, per chi non ama troppo gli anglicismi). Il che ci porta al proverbio ternano di oggi, che recita La fregna di Susanna è lunga mezza canna, quella della figlia è lunga mezza miglia. Qui non c’è un significato sessuale, a meno che Susanna e sua figlia non siano mostri da circo o protagoniste di fumetti porno e di fantasie di maschietti adolescenti. Si riferisce, piuttosto, a persone estremamente fregnone: più che stupide, lamentose, pronte a ingigantire ogni fregna trasformandola in fregnaccia.

La canna – al di là del suo significato agricolo o ricreativo – è un’antica di misura di lunghezza italiana, che ovviamente era diversa in ogni regione prima del sistema metrico decimale. Corrispondeva più o meno a otto palmi di una mano. A Campobasso, in Molise, l’anno scorso, durante i lavori di ristrutturazione di un vecchio palazzo del cenytro storico, è stata riportata alla luce una striscia di ottone, fin allora coperta da una grondaia. Come si vede nell’illustrazione, rappresentava – con tanto di scritta – la mezza canna, usata per misurare la lunghezza di tele, stoffe, tavole, pietre e altre merci che passavano dalla dogana della Porta di San Leonardo (demolita nel 1834). La canna molisana, per coloro a cui interessa, era di metri 2,12; quindi, la fregna di Susanna dovrebbe essere metri 1,06. Così ora sappiamo quanto la faceva lunga.

Sull’etimo di un trivialismo

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Posted by on giovedì, giugno 21, 2018 in Streghe |

Le ragazze ambite e le loro mamme

Nel Centro Italia, tra Lazio e Umbria, il termine signora è abbreviato con sora (derivato forse anche dal latino soror). Un modo amichevole e diretto, anche, di avvicinare le donne le une alle altre, per creare confidenza ma, ahimé, anche per potersi sparlare alle spalle. Ricorre nei proverbi e nei modi di dire, tra cui La figlia della sora Camilla, tutti la vogliono e nessuno la piglia. Sono proverbi d’altri tempi, che profumano di lenzuola di bucato stese al sole e di matrimoni combinati. Di ragazze il cui unico destino era trovarsi un marito: colei che aspettava troppo a scegliere, o che aveva la madre troppo protettiva, finiva per ritrovarsi, sommo disonore per l’epoca, zitella.

Chi fosse questa sora Camilla, non si sa. Nel Nord, come riferisce mio marito, si usa dire – facendo anche la rima esatta – La bella di Marsiglia tutti la vogliono e nessuno la piglia. Variante: la bella di Siviglia (Franza o Spagna basta che se magna, aggiungerei).

A Roma, invece, il motto è diverso: La sora Camilla, tutti la vònno e nessuna la piglia. Secondo alcuni, si allude alla vergine Camilla, donna guerriera del popolo dei Volsci, consacrata a Diana, personaggio dell’Eneide citato anche da Dante. Più probabilmente, il riferimento è a Camilla Peretti, sorella maggiore di papa Sisto V. Vedova facoltosa, vantava molti corteggiatori nell’aristocrazia romana, ma a quanto pare non trovò più l’anima genella, e finì i suoi giorni in convento.

Sisto V (1521-1590), detto er papa tosto, originario di Grottammare, realizzò una riforma fiscale e nominò come esattori delle tasse molti suoi compaesani marchigiani, non fidandosi degli esattori romani. Da qui il famoso proverbio Meglio la moglie morta che un marchigiano sulla porta.

Un papa, due proverbi: che volete di più?

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Posted by on giovedì, maggio 24, 2018 in Streghe |

L’albero

Una mia zia aveva una situazione familiare abbastanza complicata. C’erano di mezzo matrimoni successivi, sia suoi che dell’ultimo marito, figli di primo e secondo letto, cuginanze incrociate, e così via. Una parente della zia aveva cercato di spiegarmi i complicati intrecci, a voce – allora non c’erano le presentazioni in PowerPoint – durante un pranzo di nozze. Mamma mia, come si fa a orientarsi?

Lei rispose: Eh sì, ci vuole l’albero ginecologico.

Dovetti fare un grande sforzo per non ridere. Chi dice che ai matrimoni ci si annoia?

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Posted by on domenica, maggio 6, 2018 in Streghe |

Giovannino e suor Virginia

Questa poesia, tratta dai Primi poemetti di Giovanni Pascoli, si chiama Suor Virginia. Il pensiero non può che andare alla manzoniana Monaca di Monza (suor Virginia de Leyva), che non era certo un esempio edificante. Ci si aspetta un poemetto piccante. Niente di tutto questo. La storia è ambientata a Sogliano al Rubicone (provincia di Forlì), nello stesso collegio di suore dove da piccole avevano studiato le sorelle del Poeta, Maria e Ida.

Il compito di suor Virginia nel collegio – un po’ come quello degli staffisti ai campi cadetti di Agape – era quello di controllare, di notte, che tutte le educande fossero nelle rispettive camere. A un certo punto, tornata a letto, sente bussare alla porta Tum tum tum (classica onomatopea pascoliana). Chi è che bussa?

Tornò, comprese. Avea bussato il Santo. Quindi, Virginia comprende che a bussare non è stata un’educanda che aveva mal di pancia, ma il Santo. Quale Santo? La nota a piè di pagina ci spiega che trattasi di san Pasquale Bailon, ovvero lo spagnolo Pascual Bailòn Yubero, ardente difensore della dottrina cattolica della transustanziazione, feroce polemista contro gli ugonotti, e a tempo perso inventore dello zabaione. (Che ci faceva in Romagna? Vallo a sapere …). La sua festa è il 17 maggio ed è onorato come “protettore delle donne” (nel senso di patrono, non di magnaccia). Pascoli non poteva prevedere che nel 1976 sarebbe stato realizzato un filmetto con Lando Buzzanca dal titolo San Pasquale Bailonne protettore delle donne.

Sentendo bussare san Pasquale, Virginia si rende conto che sta per morire (cose che capitano), e prende il rosario. Ma la bella serata non finisce qui. Improvvisamente, senza neanche bussare, ma probabilmente entrando attraverso il muro come fantasmi, chi arriva? E vennero le morte undicimila / vergini con le lampade fornite / e l’olio odoroso camminando in fila. Le “morte undicimila” sono le famose Undicimila Vergini, martirizzate a Colonia, secondo la leggenda, insieme a Orsola (figlia di un sovrano bretone), dal famigerato Attila re degli Unni. Il numero esagerato deriva da un errore di trascrizione: secondo alcuni la sigla M. (martiri) è stata presa per mila (e quindi le Vergini erano undici). Mica facile radunare insieme undici vergini (figuriamoci undicimila): forse al posto del solito Scapoli – Ammogliati, qualcuno aveva organizzato una partitina Vergini – Vedove.

Torniamo al poemetto: le Undicimila, guidate da Sant’Orsola, passano in fila, una per una, davanti a Virginia, mostrando ciascuna su le bianche stole / l’orma di sangue della sua tortura. Un rapido calcolo ci mostra che, se anche ne fosse passata una al secondo, ci avrebbero messo 11.000 secondi, cioè più o meno 3 ore e 3 minuti: interminabile! Dopo lo stillicidio splatter, Orsola picchia per terra con un bastone a forma di giglio, e solo a questo punto termina l’agonia di Virginia, che muore sentendo quei colpettini al grande uscio del cielo. Dalla camerata, una delle educande, forse svegliata da tutti questi colpi, si alza spaventata, anche perché vede un uomo in corridoio (che poi è il solito san Pasquale, rimasto a godersi lo spettacolo), e bussa alla porta di suor Virginia, invano: Ella non venne più.

Insomma, quando si sente bussare alla porta c’è sempre il rischio di incontri macabri.

Termino su una nota più leggera. Quattro anni fa, verso le sette di sera di un bel giorno di primavera, eravamo tutti e tre in casa e, sentendo bussare, mio marito andò alla porta. Al suo Chi è? una voce cavernosa rispose SONO LA MORTE (almeno così gli parve). Terrorizzato ma fatalista, mio marito aprì la porta temendo di trovarsi davanti il Tristo Mietitore in persona. Si trattava di un’anziana vicina del terzo piano, la signora Forte (da cui l’equivoco acustico) che ci comunicava di aver trovato sul suo balcone un nostro calzino, caduto dallo stendino della biancheria. Meno male che non si era portata dietro le Undicimila, il salotto di casa nostra non è abbastanza capiente.

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