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Posted by on domenica, febbraio 16, 2020 in Libri, Streghe | 0 comments

La forza di Antonia

Che cosa si prova a trovarsi donna nel corpo di un uomo? Ce lo spiega Antonia Monopoli, prendendoci per mano e accompagnandoci attraverso questa sua appassionata biografia. L’infanzia in Puglia, l’approdo a Milano, costellato di asprezze e cadute, poi la faticosa risalita, fino alla sua completa realizzazione di donna, scrittrice, attrice, attivista del movimento transgender in Italia. Una lettura affascinante e a tratti tenera e malinconica, che consiglio a tutti/e. Antonia è una persona memorabile!

Antonia Monopoli e Gerardo Maiello, La forza di Antonia. Storia di una persona transgender, Amazon Media, 2019, 12 euro.

 

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Posted by on sabato, novembre 23, 2019 in Streghe | 1 comment

Le gioie della disamicizia

In inglese si dice “to unfriend someone”. Facile, diretto, transitivo. In italiano, non esistendo (per ora) il verbo “disamicare”, dobbiamo usare l’intransitivo: “togliere l’amicizia a qualcuno”, oppure “togliere qualcuno dagli amici”. Nonostante l’amicizia (come pure il suo contrario, l’inimicizia) sia antica come l’umanità, l'”unfriending” è recente, appartiene all’era dei social network: si sottintende, infatti, sempre “on Facebook” (o succedanei). Nonostante mio marito sostenga che il termine “amico” è puramente tecnico (è solo un caso, dice lui, che Zuckerberg, progettando Facebook, abbia parlato di “amici”, anziché di “contatti”, “nodi” o altro), per me ha comunque un significato, e delle risonanze emotive precise.

Parlo di esperienze vissute. Due donne (appartenenti a giri diversi) conosciute prima nella vita reale, e poi aggiunte alle amicizie di Facebook. Una di queste era specializzata nel mettere in evidenza (sia dal vivo che in rete) tutto ciò che di brutto accadeva a New York, sapendo che mia figlia vive lì e che sono giustamente apprensiva. Nonostante sia più o meno di sinistra, ce l’ha molto con gli islamici e gli arabi a prescindere, e non mancava mai di evidenziarmi link minacciosi.

L’altra, ex istruttrice di karate di mia figlia, usava Facebook con più discrezione, ma mi faceva pistolotti incredibili dal vivo. Inoltre, poiché lavora nella mia zona, il rischio di incontrarla per strada, o addirittura che citofoni autoinvitandosi a casa mia, è sempre stato alto. Notoria seguace e propagandista di tutte le mode new age possibili (dalla Dieta dei Gruppi Sanguigni al Magico Potere del Riordino), è anche fervida simpatizzante del Movimento Cinquestelle, oltre che fan del famigerato economista Bagnai (poi passato alla Lega).

La prima, ho cominciato a disamicarla su Facebook. Ciononostante, mi vedeva ancora e mi rompeva le scatole indirettamente, intervenendo a ripetizione su post di altri che magari commentavo. Allora l’ho anche bloccata. A questo punto ha cominciato a mandarmi su WhatsApp delle piccole favole su principesse e ranocchi. Bloccata anche da lì, e poi ovviamente anche al cellulare.

La seconda, da un anno ho smesso di seguirla su Facebook. Ma recentemente mi è accaduto di incontrarla: due volte nel giro di pochi giorni, prima dalle mie parti, poi dalle sue. la prima volta, dopo avermi magnificato un corso da lei organizzato, ha concluso facendomi il ganascino, cosa che odio, ma non ho reagito. La seconda volta mi ha abbracciato, e io sono rimasta fredda. A quel punto sono tornata a casa e ho gelidamente deciso di disamicarla.

Dite quello che volete, ma togliere la gente dalle amicizie dei social dà un gran senso di sollievo e di liberazione, che un tempo si otteneva con azioni più teatrali tipo bruciare le lettere di uno/a nel focolare o fare grandi scenate. Grazie Zuckerberg!

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Posted by on sabato, novembre 9, 2019 in Politica, Streghe |

L’invasione dei MelonTubbies

Teletubbies, serie della BBC per bambini (1997-2001, ripresa e rinnovata dopo il 2015). In Italia trasmessa dalla RAI a partire dal 1999. Mostra le avventure di quattro pupazzi parlanti (Tinky-Winky, Dipsy, Laalaa e Po) in un contesto bucolico – collinare.

Giorgia Meloni (Roma, 15 gennaio 1977), donna politica italiana, già Ministro per la gioventù nel quarto governo Berlusconi, poi fondatrice e oggi presidente del partito di destra Fratelli d’Italia.

Mai avrei immaginato di vedere accomunati nello stesso post una delle tante serie della TV per bambini (mia figlia fece in tempo a vederla per qualche mese, prima di passare ai cartoni giapponesi), e la donna al cui confronto Salvini appare un innocuo gradasso amante di felpe e sagre.

Eppure, l’insano connubio, degno di Lautréamont (l’incontro fortuito sul tavolo da dissez<ione di una macchina da cucire e di un ombrello), si verifica, in Rete, da ormai due settimane, ed è ormai diventato, come si suol dire, virale.

Tutto è cominciato sabato 19 ottobre, quando la destra italiana ha riempito Piazza San Giovanni a Roma con una grande manifestazione. Più della patetica esibizione di un mummificato Berlusconi, o dell’ormai classica ostentazione muscolare di Salvini, quel che ha colpito l’immaginario collettivo è stato il veemente grido della leader di Fd’I: “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana!!!”.

Grido che ci rivela molto della retorica della destra contemporanea: il puntare sull’identità e sulla sua affermazione violenta e sputata in faccia agli altri, come se qualcuno la volesse minacciare (chi è che vorrebbe impedire a “Giorgia” di essere “donna, madre, italiana, cristiana”? Forse gli Immigrati, gli Islamici, la Lobby Gay, le Famiglie Arcobaleno?). Una perversione del vecchio “partire da sé” del femminismo: si parte da sé per rinchiudersi in sé, si parte da cose ovvie e condivise da molti (anch’io, che non sono Giorgia, sono donna, madre, italiana e cristiana – seppure non cattolica), per arrivare a posizioni di chiusura che ovvie non sono.

Sta di fatto che, pochi giorni dopo, un tale MEM & J ha remixato queste parole di Meloni su una base di musica elettronica, ottenenedo rapidamente due milioni di visualizzazioni su YouTube. Il video mostra solo l’oratrice che parla, dando l’impresssione che stia accennando qualche passo di danza mentre grida Vogliono che siamo genitore 1, genitore 2 (altro cavallo di battaglia della destra omofoba). A partire da questo primo video, la creatività della Rete si è scatenata: i miei campionamenti preferiti sono quelli che accoppiano il comizio alla break-dance di Will Smith nel Principe di Bel Air e, soprattutto, quello coi Teletubbies. Vedere i quattro attori-pupazzi multicolori sculettare nel verde al ritmo di Io sono Giorgia… non ha prezzo (per questo ve lo ripropongo qui sotto).

A dire il vero, non è la prima volta che i Teletubbies incrociano la strada della destra sovranista e omofoba. Nel febbraio del 1999, il famigerato telepredicatore fondamentalista USA Jerry Falwell si premurò di avvertire gli ignari genitori che Tinky Winky era un covert homosexual symbol, visto che è viola e ha un triangolo sulla testa (allusioni al Gay Pride). Il folksinger Tom Paxton dedicò all’episodio una mini-ballata che così recita:

Tinky Winky must be gay / I heard Jerry Falwell say / He is purple and what’s worse / Tinky Winky’s got a purse / The triangle on his head / is a sign, so Jerry said/ But for me, it’s just a sign / that Jerry has too much free time.

(Se avessimo più spazio potremmo anche parlare delle interpretazioni psichedeliche dei Teletubbies, secondo cui essi vivono in una sorta di “utopia lisergica postatomica”, come si dedurrebbe dal paesaggio privo di umani che li circonda, o in una “distopia alla Brave New World“, come si evincerebbe dal loro stato di perenne e quasi ebete felicità).

Com’è come non è, da destra o da sinistra, in queste settimane il campionamento di Giorgia Meloni è diventato ossessivo, peggio dei tormentoni latinoamericani estivi. Mi sveglio la mattina con quel ritmo in testa, e i miei studenti – pur completamente digiuni di politica – lo conoscono a memoria in tutte le sue varianti (conterà anche il fatto che in una mia classe su quindici studentesse ben quattro si chiamano Giorgia?). La mia paura è che quando, presto o tardi, verrà il momento di votare, quello di “Giorgia” sarà l’unico nome o volto di politico che questi ragazzi si ricorderanno. E con questo timore non riesco più neanche a godermi i Teletubbies. Già i fascisti sono viriloidi e virulenti: se poi diventano anche virali, non ce n’è più per nessuno.

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Posted by on domenica, ottobre 20, 2019 in Streghe |

Quando c’era Mal

Alla fine degli anni Sessanta entravo nell’adolescenza, ed ero una fan sfegatata di Mal dei Primitives. Sfegatata e certificata, con tanto di tessera del Fan Club (che aveva sede a Ventimiglia). Io e molte mie coetanee, non solo a Terni, eravamo tutte innamorate del bel cantante gallese, nato nel 1944 col nome di Paul Bradley in un villaggio dall’impronunciabile nome di Llanfrechta. Cantante (stile pop-yé-yé), irresistibile con quel suo accento italo-british, ma anche attore. Allora erano in voga i cosiddetti musicarelli, quel sottogenere tutto italiano di film che avevano come attore protagonista un famoso cantante e come colonna sonora il suo nuovo album da lanciare, pieni di giovanilismo innocente e caste trasgressioni. Il genere ebbe una sua preistoria negli anni Cinquanta con i “melodici” Claudio Villa e Luciano Tajoli, ma l’età dell’oro va dal 1960 al 1975, e annovera pietre miliari come Urlatori alla sbarra di Lucio Fulci (con Joe Sentieri, Mina e Celenatno) e Zingara di Mariano Laurenti (con Bobby Solo e Loretta Goggi).

Il mese scorso, prendendoci una pausa dalle abituali maratone di serie statunitensi su Netflix, io e mio marito ci siano rivisti (grazie YouTube!) due dei tre musicarelli interpretati da Mal nella sua carriera: Pensiero d’amore (1969) e Lacrime d’amore (1970). Il terzo, Amore formula 2 (1972) vede Mal nella parte di un corridore automobilistico che, dopo un incidente, si ricicla come cantante (il suo amico-rivale è il leggendario motocicilista Giacomo Agostini).

Nei due film che ho visto, che, come si capisce dai titoli, formano un’ideale unità narrativa, Mal interpreta Reg, un cantante (tanto per cambiare) inglese dalle misteriose origini che si stabilisce in Italia, trovando il successo come frontman di una band chiamata, guardacaso, i Primitives. I due film sono interpretati da una straordinaria batteria di caratteristi (Francsco Mulé, Carlo Delle Piane, Umberto d’Orsi, Ferruccio Amendola, Pippo Franco e perfino Paolo Bonacelli). I personaggi femminili sono i più convenzionali: in entrambe le storie il bellissimo Reg (Mal) è fidanzato con la dolce e casta biondina Paola (Silvia Dionisio), ma concupito da viziose mangiauomini: nel primo film una contessa bruna (Angela Luce), nel secondo una giornalista-avventuriera rossa di capelli (Gianna Serra). Mal, dalla faccia legnosa e dalla recitazione monocorde, è il peggior attore della compagnia. Come Clint Eastwood (di cui si diceva, decenni fa, che avesse solo due espressioni: senza cappello e col cappello), anche Mal, guardandolo col senno di poi, ha solo l’espressione con microfono e senza microfono. Notevole l’impassibilità con la quale si lascia sedurre dalle Dark Ladies e la scarsa convinzione con cui fa scenate di gelosia (che gli offrono comode scuse per gettarsi nelle braccia delle suddette Cattive) alla povera fidanzatina. Ma, con tutti i difetti, i tempi cinematografici funzionano benissimo, le battute sono apprezzabili, le storie hanno senso e coerenza (il secondo film, ambientato in parte a Londra, aggiunge una sottotrama con traffico di droga).

Che dire? Non erano film d’arte, né storie di grande impegno politico – sociale, ma era comunque un cinema di media fattura, fatto da buoni artigiani, che ci faceva passare novanta minuti di tranquillo disimpegno con le nostre canzoni preferite. La mia impressione è che oggi il cinema italiano sia molto peggiorato e praticamente impossibile da vedere. I prodotti d’intrattenimento sono degenerati in volgarità, le storie di critica sociale restano confinate negli schemi da camera “architetto di sinistra salottiera in crisi matrimoniale con casalinga isterica”. E i film con maggiori ambizioni di qualità risultano tremendamente noiosi (vedi Chiamami col mio nome di Guadagnino) o sconclusionati (indimenticabile la sequenza sul “coltello di Mazzini” in Noi credevamo di Martone). Normale che, non solo perché eravamo giovani, venga da sospirare e rimpiangere “quando c’era Mal”.

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Posted by on sabato, settembre 7, 2019 in Streghe |

Io me ne impipo

Io me ne impipo, ma non me ne frego (fregarsene sarebbe da fascisti). Io me ne impipo di come si vestono le altre donne, e anche gli uomini. Sono affari loro, se hanno un minimo di buon gusto devono capire da sole/i la differenza tra formale e informale. Io me ne impipo di quelle donne che mi guardano male perché ho sempre scarpe supercomode. Poverette, spendono un sacco di energia, che potrebbero impiegare a fare qualcosa di più carino per loro stesse: una passeggiata, un caffè con le amiche, semplicemente un’ora di meditazione o di ozio. Io me ne impipo di chi perde tempo – e lo fa perdere agli altri – su questioni di lana caprina. Tutta questa frivolezza dimentica i veri problemi del paese, i punti nevralgici su cui dobbiamo batterci: la disoccupazione, la perdita di potere d’acquisto dei salari, la fuga di cervelli, il razzismo, l’inquinamento. Io me ne impipo se il vesto che porta un’altra donna è firmato o no, se le sta bene o le sta male. E’ un problema suo.

Io me ne impipo di quelle donne che si mettono dalla parte degli uomini, così per principio, e di quegli uomini che dovrebbero badare a cose più serie. Io me ne impipo anche di tutte queste polemiche, Facebook lo uso per comunicare con amici e amiche, per tenermi informata su iniziative che mi interessano, per vedermi qualche bel video. Io me ne impipo, e campo meglio.

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Posted by on sabato, luglio 6, 2019 in Streghe |

Anna e il mattacchione

Mentre scrivo non so ancora quale sarà il tormentone danzereccio dell’estate, quindi parleremo di quello che fu, prima ancora che qualcuno inventasse il termine, il tormentone dell’estate 1953. In quell’anno – oltre ad avvenimenti minori quali la morte di Stalin e la bocciatura della Legge Truffa in Italia – venne infatti distribuito negli USA il film Anna, di Alberto Lattuada, risalente al 1951 (allora non c’erano Internet e Netflix: un film poteva metterci anche due anni per attraversare l’oceano). Nella colonna sonora del film c’era la canzone El Negro Zumbon, che divenne un successo mondiale e influenzò profondamente la musica pop americana. Fu ripresa, tra gli altri, da Amalia Rodrigues, Connie Francis e Tito Puente. La musica, trascinante il giusto, ve la ricorderete tutti: anche chi non ha visto il film originale l’ha sentita riproposta in Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore o in Caro Diario di Moretti. Questo è il testo:

Ya viene el negro zumbon 
Bailando alegre el baion 
Repica la zambomba 
Y llama a la mujer

Tengo gana de bailar el nuevo compás 
Dicen todos cuando me ven pasar 
“¿Chica, dónde vas?” 
“¡Me voy a bailar, el baión!”

Traduzione letterale: Arriva il nero mattacchione / che balla allegro il baion / risuona la caccavella / e chiama la donna. / Ho voglia di ballare il nuovo ritmo / Tutti dicono quando mi vedono passare: / “Ragazza, dove vai?” / “Vado a ballare il baion”.

(strofa e ritornello vengono ripetuti più volte, sino all’esaurimento delle energie).

Chi è l’autore? Non, come si potrebbe pensare, un qualche DJ portoricano o venezuelano, ma l’italianissimo – e romanissimo – Armando Trovajoli, prolifico compositore di colonne sonore del cinema italiano, sotto lo pseudonimo di Roman Vatro. Il testo spagnolo è di Francesco Giordano. Il ritmo è quello di samba, o più precisamente “baion”, che non è altro la traduzione fonetica del brasiliano baião. Il baião è un ritmo tipico del Pernambuco (Nordest del Braile), di origine rurale: il principale strumento usato è la zabumba (zambomba in spagnolo, come nel testo della canzone), una sorta di tamburo basso.

Sempre del 1953 è la canzone – interpretata da Nilla Pizzi – Colpa del bajon, in cui (un po’ come Voltaire e Rousseau nella famosa strofetta settecentesta) il ritmo brasiliano diventa il capro espiatorio di tutte le follie della protagonista.

La colpa non è mia è colpa del Bajon,
mi piace immensamente il ritmo del Bajon.
Se faccio una pazzia è senza l’intenzion,
in fondo è tutta colpa del Bajon.

Il più importante musicista baião della storia è il brasiliano Luiz Gonzaga (1912-1989).

La curiosa assonanza tra il nome del musicista e un santo cattolico piuttosto sessuofobo (ricorda mio marito che San Luigi Gonzaga, nell’ora di religione cattolica,veniva spesso evocato per scoraggiare i maschietti dalla pratica della masturbazione), ricordato per il suo detto La morte, ma non i peccati, assume i tratti di una singolare coincidenza se pensiamo al rapporto tra il numero musicale e il film da cui è tratto. La storia di Anna, il film di Lattuada del 1951, è infatti un tipico esempio di melodrammone cattolico -punitivo (si dice che il regista accettò di girarlo solo perché era oberato di debiti). Ecco una rapida sinossi:

Anna, giovane suora novizia, lavora come infermiera in un ospedale pubblico di Milano. Una notte giunge all’ospedale un uomo gravemente ferito in un incidente stradale, in cui Anna riconosce Andrea, il giovane di cui era innamorata e con il quale avrebbe dovuto sposarsi prima di prendere i voti. Mentre il primario opera il ferito, la novizia ripensa agli avvenimenti passati che l’hanno indotta alla nuova scelta di vita. Tempo prima, Anna faceva la cantante in un locale notturno: a quel tempo era l’amante di Vittorio, addetto al bar dello stesso locale, un uomo crudele e cinico, al quale era legata da una passione morbosa. Aveva conosciuto Andrea, giovane buono, di sani principi, si era innamorata di lui e per sottrarsi all’ascendente di Vittorio, aveva abbandonato il suo lavoro e si era rifugiata nella fattoria dell’amato, dove era stata ben accolta dalla di lui famiglia. Vittorio riesce a rintracciare la ragazza, si presenta alla tenuta di campagna il giorno prima delle nozze di Anna con Andrea, ingaggia con quest’ultimo una violenta lotta, durante la quale parte un colpo di pistola, che colpisce a morte Vittorio. Anna, rimasta ferita nella stessa colluttazione, sconvolta dall’accaduto di cui si sente responsabile, e scacciata da Andrea, macchiatosi di un delitto per causa sua, fugge e viene soccorsa da un passante che la porta in ospedale: durante la degenza, matura la decisione di prendere i voti e farsi suora. L’animo della novizia è combattuto tra l’amore per Andrea e i doveri della sua nuova vita. Andrea, convalescente, le dichiara di essere ancora innamorato di lei e le domanda nuovamente di sposarlo, proponendole di fuggire via dall’ospedale insieme a lui appena verrà dimesso. Anna è sul punto di cedere; quando però giunge notizia di un grave disastro ferroviario, che ha provocato numerosi feriti, alcuni dei quali in condizioni molto critiche, Anna sceglie di non tornare da Andrea, mancando all’appuntamento con l’uomo, convinta in cuor suo, pur nella sofferenza di aver dovuto rinunciare nuovamente all’uomo che ama, di aver fatto la scelta giusta.

Il numero del Negro Zumbon appartiene quindi alla “prima vita” di Anna, quella da cantante in un locale notturno, per definizione equivoco e peccaminoso: è significativo come questa scena – che dovrebbe rappresentare il passato da cancellare per entrare in una nuova vita redenta – sia più o meno l’unica di tutto il film che è rimasta nella memoria degli spettatori. Anna è interpretata da Silvana Mangano, ma la voce che canta è di Flo Sandon’s (al secolo Mammola Sandon, 1922-2004), che portò il pezzo anche al Festival di Sanremo.

Last but not least, il testo è facilissimo da tradurre dallo spagnolo, ma Google Traduttore, a proporglielo, va nel pallone e viene fuori con questo risultato:

Il cicalino nero sta arrivando
Ballando gay il baion
Suona lo zambomba
E chiama la donna

Voglio ballare la nuova bussola
Dicono tutti quando mi vedono passare
"Ragazza, dove stai andando?"
"Vado a ballare, il bagno!"


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