Crea sito
Pages Menu
RssFacebook
Categories Menu

Posted by on domenica, settembre 20, 2020 in Pillole di Blog, Streghe |

Elogio della mascherina

A parte i negazionisti, molti si lamentano dell’obbligo della mascherina. Per me è diventata quasi una seconda pelle e mi sento nuda se esco senza.

Non ha solo vantaggi sanitari. Essa consente di sussurrare imprecazioni e persino (se si sta attente a non bagnarla) di fare le linguacce o i pernacchi. Innumerevoli sono le occasioni in cui la mascherina nasconde il labiale e attutisce i suoni, permettendo di sfogarsi contro la vicina maleducata, il monopattinista spericolato, la collega importuna, lo studente che tira a fregare (dal vivo o da remoto).  Prima arrivavo sempre arrabbiata al lavoro, ora mi sfogo al riparo della mascherina e quindi arrivo ben rilassata. Meglio dello yoga, meglio persino di Pokémon Go. 

Provare per credere.

Read More

Posted by on domenica, febbraio 23, 2020 in Streghe |

Cosa volevo fare da grande

Quando ero piccola c’erano due cose che avrei voluto fare da grande. La prima era l’infermiera. Non quelle negli ospedali, però. Avevo piuttosto in mente quelle che venivano a casa (anche da mia madre) a fare le iniezioni. Per una bimba cattivella come me era l’ideale: andare in giro a puncicare la gente nel sederino, ed essere pure pagata per farlo.

La seconda era la suora. Non per particolare misticismo, ma perché avevo già intuito che il ruolo femminile nella famiglia patriarcale era una fregatura. Come si usava dire, farsi suora significava “sposare Gesù”. E Gesù era un marito poco invadente, uno che non ti rompeva le scatole per avere i vestiti lavati e stirati, tutti gli angoli di casa puliti, manicaretti a pranzo e a cena. Ho anche manifestato questi propositi a un prete che incontravo in villeggiatura a Piediluco. Lui, tutto contento, rendeva gloria a Dio.

Poi sono cresciuta e, invece che la suora o l’infermiera, ho fatto l’insegnante. Una cosa mi è rimasta: mi piace ancora pungere.

Read More

Posted by on domenica, febbraio 16, 2020 in Libri, Streghe |

La forza di Antonia

Che cosa si prova a trovarsi donna nel corpo di un uomo? Ce lo spiega Antonia Monopoli, prendendoci per mano e accompagnandoci attraverso questa sua appassionata biografia. L’infanzia in Puglia, l’approdo a Milano, costellato di asprezze e cadute, poi la faticosa risalita, fino alla sua completa realizzazione di donna, scrittrice, attrice, attivista del movimento transgender in Italia. Una lettura affascinante e a tratti tenera e malinconica, che consiglio a tutti/e. Antonia è una persona memorabile!

Antonia Monopoli e Gerardo Maiello, La forza di Antonia. Storia di una persona transgender, Amazon Media, 2019, 12 euro.

 

Read More

Posted by on sabato, novembre 23, 2019 in Streghe | 1 comment

Le gioie della disamicizia

In inglese si dice “to unfriend someone”. Facile, diretto, transitivo. In italiano, non esistendo (per ora) il verbo “disamicare”, dobbiamo usare l’intransitivo: “togliere l’amicizia a qualcuno”, oppure “togliere qualcuno dagli amici”. Nonostante l’amicizia (come pure il suo contrario, l’inimicizia) sia antica come l’umanità, l'”unfriending” è recente, appartiene all’era dei social network: si sottintende, infatti, sempre “on Facebook” (o succedanei). Nonostante mio marito sostenga che il termine “amico” è puramente tecnico (è solo un caso, dice lui, che Zuckerberg, progettando Facebook, abbia parlato di “amici”, anziché di “contatti”, “nodi” o altro), per me ha comunque un significato, e delle risonanze emotive precise.

Parlo di esperienze vissute. Due donne (appartenenti a giri diversi) conosciute prima nella vita reale, e poi aggiunte alle amicizie di Facebook. Una di queste era specializzata nel mettere in evidenza (sia dal vivo che in rete) tutto ciò che di brutto accadeva a New York, sapendo che mia figlia vive lì e che sono giustamente apprensiva. Nonostante sia più o meno di sinistra, ce l’ha molto con gli islamici e gli arabi a prescindere, e non mancava mai di evidenziarmi link minacciosi.

L’altra, ex istruttrice di karate di mia figlia, usava Facebook con più discrezione, ma mi faceva pistolotti incredibili dal vivo. Inoltre, poiché lavora nella mia zona, il rischio di incontrarla per strada, o addirittura che citofoni autoinvitandosi a casa mia, è sempre stato alto. Notoria seguace e propagandista di tutte le mode new age possibili (dalla Dieta dei Gruppi Sanguigni al Magico Potere del Riordino), è anche fervida simpatizzante del Movimento Cinquestelle, oltre che fan del famigerato economista Bagnai (poi passato alla Lega).

La prima, ho cominciato a disamicarla su Facebook. Ciononostante, mi vedeva ancora e mi rompeva le scatole indirettamente, intervenendo a ripetizione su post di altri che magari commentavo. Allora l’ho anche bloccata. A questo punto ha cominciato a mandarmi su WhatsApp delle piccole favole su principesse e ranocchi. Bloccata anche da lì, e poi ovviamente anche al cellulare.

La seconda, da un anno ho smesso di seguirla su Facebook. Ma recentemente mi è accaduto di incontrarla: due volte nel giro di pochi giorni, prima dalle mie parti, poi dalle sue. la prima volta, dopo avermi magnificato un corso da lei organizzato, ha concluso facendomi il ganascino, cosa che odio, ma non ho reagito. La seconda volta mi ha abbracciato, e io sono rimasta fredda. A quel punto sono tornata a casa e ho gelidamente deciso di disamicarla.

Dite quello che volete, ma togliere la gente dalle amicizie dei social dà un gran senso di sollievo e di liberazione, che un tempo si otteneva con azioni più teatrali tipo bruciare le lettere di uno/a nel focolare o fare grandi scenate. Grazie Zuckerberg!

Read More

Posted by on sabato, novembre 9, 2019 in Politica, Streghe |

L’invasione dei MelonTubbies

Teletubbies, serie della BBC per bambini (1997-2001, ripresa e rinnovata dopo il 2015). In Italia trasmessa dalla RAI a partire dal 1999. Mostra le avventure di quattro pupazzi parlanti (Tinky-Winky, Dipsy, Laalaa e Po) in un contesto bucolico – collinare.

Giorgia Meloni (Roma, 15 gennaio 1977), donna politica italiana, già Ministro per la gioventù nel quarto governo Berlusconi, poi fondatrice e oggi presidente del partito di destra Fratelli d’Italia.

Mai avrei immaginato di vedere accomunati nello stesso post una delle tante serie della TV per bambini (mia figlia fece in tempo a vederla per qualche mese, prima di passare ai cartoni giapponesi), e la donna al cui confronto Salvini appare un innocuo gradasso amante di felpe e sagre.

Eppure, l’insano connubio, degno di Lautréamont (l’incontro fortuito sul tavolo da dissez<ione di una macchina da cucire e di un ombrello), si verifica, in Rete, da ormai due settimane, ed è ormai diventato, come si suol dire, virale.

Tutto è cominciato sabato 19 ottobre, quando la destra italiana ha riempito Piazza San Giovanni a Roma con una grande manifestazione. Più della patetica esibizione di un mummificato Berlusconi, o dell’ormai classica ostentazione muscolare di Salvini, quel che ha colpito l’immaginario collettivo è stato il veemente grido della leader di Fd’I: “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana!!!”.

Grido che ci rivela molto della retorica della destra contemporanea: il puntare sull’identità e sulla sua affermazione violenta e sputata in faccia agli altri, come se qualcuno la volesse minacciare (chi è che vorrebbe impedire a “Giorgia” di essere “donna, madre, italiana, cristiana”? Forse gli Immigrati, gli Islamici, la Lobby Gay, le Famiglie Arcobaleno?). Una perversione del vecchio “partire da sé” del femminismo: si parte da sé per rinchiudersi in sé, si parte da cose ovvie e condivise da molti (anch’io, che non sono Giorgia, sono donna, madre, italiana e cristiana – seppure non cattolica), per arrivare a posizioni di chiusura che ovvie non sono.

Sta di fatto che, pochi giorni dopo, un tale MEM & J ha remixato queste parole di Meloni su una base di musica elettronica, ottenenedo rapidamente due milioni di visualizzazioni su YouTube. Il video mostra solo l’oratrice che parla, dando l’impresssione che stia accennando qualche passo di danza mentre grida Vogliono che siamo genitore 1, genitore 2 (altro cavallo di battaglia della destra omofoba). A partire da questo primo video, la creatività della Rete si è scatenata: i miei campionamenti preferiti sono quelli che accoppiano il comizio alla break-dance di Will Smith nel Principe di Bel Air e, soprattutto, quello coi Teletubbies. Vedere i quattro attori-pupazzi multicolori sculettare nel verde al ritmo di Io sono Giorgia… non ha prezzo (per questo ve lo ripropongo qui sotto).

A dire il vero, non è la prima volta che i Teletubbies incrociano la strada della destra sovranista e omofoba. Nel febbraio del 1999, il famigerato telepredicatore fondamentalista USA Jerry Falwell si premurò di avvertire gli ignari genitori che Tinky Winky era un covert homosexual symbol, visto che è viola e ha un triangolo sulla testa (allusioni al Gay Pride). Il folksinger Tom Paxton dedicò all’episodio una mini-ballata che così recita:

Tinky Winky must be gay / I heard Jerry Falwell say / He is purple and what’s worse / Tinky Winky’s got a purse / The triangle on his head / is a sign, so Jerry said/ But for me, it’s just a sign / that Jerry has too much free time.

(Se avessimo più spazio potremmo anche parlare delle interpretazioni psichedeliche dei Teletubbies, secondo cui essi vivono in una sorta di “utopia lisergica postatomica”, come si dedurrebbe dal paesaggio privo di umani che li circonda, o in una “distopia alla Brave New World“, come si evincerebbe dal loro stato di perenne e quasi ebete felicità).

Com’è come non è, da destra o da sinistra, in queste settimane il campionamento di Giorgia Meloni è diventato ossessivo, peggio dei tormentoni latinoamericani estivi. Mi sveglio la mattina con quel ritmo in testa, e i miei studenti – pur completamente digiuni di politica – lo conoscono a memoria in tutte le sue varianti (conterà anche il fatto che in una mia classe su quindici studentesse ben quattro si chiamano Giorgia?). La mia paura è che quando, presto o tardi, verrà il momento di votare, quello di “Giorgia” sarà l’unico nome o volto di politico che questi ragazzi si ricorderanno. E con questo timore non riesco più neanche a godermi i Teletubbies. Già i fascisti sono viriloidi e virulenti: se poi diventano anche virali, non ce n’è più per nessuno.

Read More

Posted by on domenica, ottobre 20, 2019 in Streghe |

Quando c’era Mal

Alla fine degli anni Sessanta entravo nell’adolescenza, ed ero una fan sfegatata di Mal dei Primitives. Sfegatata e certificata, con tanto di tessera del Fan Club (che aveva sede a Ventimiglia). Io e molte mie coetanee, non solo a Terni, eravamo tutte innamorate del bel cantante gallese, nato nel 1944 col nome di Paul Bradley in un villaggio dall’impronunciabile nome di Llanfrechta. Cantante (stile pop-yé-yé), irresistibile con quel suo accento italo-british, ma anche attore. Allora erano in voga i cosiddetti musicarelli, quel sottogenere tutto italiano di film che avevano come attore protagonista un famoso cantante e come colonna sonora il suo nuovo album da lanciare, pieni di giovanilismo innocente e caste trasgressioni. Il genere ebbe una sua preistoria negli anni Cinquanta con i “melodici” Claudio Villa e Luciano Tajoli, ma l’età dell’oro va dal 1960 al 1975, e annovera pietre miliari come Urlatori alla sbarra di Lucio Fulci (con Joe Sentieri, Mina e Celenatno) e Zingara di Mariano Laurenti (con Bobby Solo e Loretta Goggi).

Il mese scorso, prendendoci una pausa dalle abituali maratone di serie statunitensi su Netflix, io e mio marito ci siano rivisti (grazie YouTube!) due dei tre musicarelli interpretati da Mal nella sua carriera: Pensiero d’amore (1969) e Lacrime d’amore (1970). Il terzo, Amore formula 2 (1972) vede Mal nella parte di un corridore automobilistico che, dopo un incidente, si ricicla come cantante (il suo amico-rivale è il leggendario motocicilista Giacomo Agostini).

Nei due film che ho visto, che, come si capisce dai titoli, formano un’ideale unità narrativa, Mal interpreta Reg, un cantante (tanto per cambiare) inglese dalle misteriose origini che si stabilisce in Italia, trovando il successo come frontman di una band chiamata, guardacaso, i Primitives. I due film sono interpretati da una straordinaria batteria di caratteristi (Francsco Mulé, Carlo Delle Piane, Umberto d’Orsi, Ferruccio Amendola, Pippo Franco e perfino Paolo Bonacelli). I personaggi femminili sono i più convenzionali: in entrambe le storie il bellissimo Reg (Mal) è fidanzato con la dolce e casta biondina Paola (Silvia Dionisio), ma concupito da viziose mangiauomini: nel primo film una contessa bruna (Angela Luce), nel secondo una giornalista-avventuriera rossa di capelli (Gianna Serra). Mal, dalla faccia legnosa e dalla recitazione monocorde, è il peggior attore della compagnia. Come Clint Eastwood (di cui si diceva, decenni fa, che avesse solo due espressioni: senza cappello e col cappello), anche Mal, guardandolo col senno di poi, ha solo l’espressione con microfono e senza microfono. Notevole l’impassibilità con la quale si lascia sedurre dalle Dark Ladies e la scarsa convinzione con cui fa scenate di gelosia (che gli offrono comode scuse per gettarsi nelle braccia delle suddette Cattive) alla povera fidanzatina. Ma, con tutti i difetti, i tempi cinematografici funzionano benissimo, le battute sono apprezzabili, le storie hanno senso e coerenza (il secondo film, ambientato in parte a Londra, aggiunge una sottotrama con traffico di droga).

Che dire? Non erano film d’arte, né storie di grande impegno politico – sociale, ma era comunque un cinema di media fattura, fatto da buoni artigiani, che ci faceva passare novanta minuti di tranquillo disimpegno con le nostre canzoni preferite. La mia impressione è che oggi il cinema italiano sia molto peggiorato e praticamente impossibile da vedere. I prodotti d’intrattenimento sono degenerati in volgarità, le storie di critica sociale restano confinate negli schemi da camera “architetto di sinistra salottiera in crisi matrimoniale con casalinga isterica”. E i film con maggiori ambizioni di qualità risultano tremendamente noiosi (vedi Chiamami col mio nome di Guadagnino) o sconclusionati (indimenticabile la sequenza sul “coltello di Mazzini” in Noi credevamo di Martone). Normale che, non solo perché eravamo giovani, venga da sospirare e rimpiangere “quando c’era Mal”.

Read More