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Posted by on sabato, settembre 7, 2019 in Streghe | 0 comments

Io me ne impipo

Io me ne impipo, ma non me ne frego (fregarsene sarebbe da fascisti). Io me ne impipo di come si vestono le altre donne, e anche gli uomini. Sono affari loro, se hanno un minimo di buon gusto devono capire da sole/i la differenza tra formale e informale. Io me ne impipo di quelle donne che mi guardano male perché ho sempre scarpe supercomode. Poverette, spendono un sacco di energia, che potrebbero impiegare a fare qualcosa di più carino per loro stesse: una passeggiata, un caffè con le amiche, semplicemente un’ora di meditazione o di ozio. Io me ne impipo di chi perde tempo – e lo fa perdere agli altri – su questioni di lana caprina. Tutta questa frivolezza dimentica i veri problemi del paese, i punti nevralgici su cui dobbiamo batterci: la disoccupazione, la perdita di potere d’acquisto dei salari, la fuga di cervelli, il razzismo, l’inquinamento. Io me ne impipo se il vesto che porta un’altra donna è firmato o no, se le sta bene o le sta male. E’ un problema suo.

Io me ne impipo di quelle donne che si mettono dalla parte degli uomini, così per principio, e di quegli uomini che dovrebbero badare a cose più serie. Io me ne impipo anche di tutte queste polemiche, Facebook lo uso per comunicare con amici e amiche, per tenermi informata su iniziative che mi interessano, per vedermi qualche bel video. Io me ne impipo, e campo meglio.

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Posted by on sabato, luglio 6, 2019 in Streghe |

Anna e il mattacchione

Mentre scrivo non so ancora quale sarà il tormentone danzereccio dell’estate, quindi parleremo di quello che fu, prima ancora che qualcuno inventasse il termine, il tormentone dell’estate 1953. In quell’anno – oltre ad avvenimenti minori quali la morte di Stalin e la bocciatura della Legge Truffa in Italia – venne infatti distribuito negli USA il film Anna, di Alberto Lattuada, risalente al 1951 (allora non c’erano Internet e Netflix: un film poteva metterci anche due anni per attraversare l’oceano). Nella colonna sonora del film c’era la canzone El Negro Zumbon, che divenne un successo mondiale e influenzò profondamente la musica pop americana. Fu ripresa, tra gli altri, da Amalia Rodrigues, Connie Francis e Tito Puente. La musica, trascinante il giusto, ve la ricorderete tutti: anche chi non ha visto il film originale l’ha sentita riproposta in Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore o in Caro Diario di Moretti. Questo è il testo:

Ya viene el negro zumbon 
Bailando alegre el baion 
Repica la zambomba 
Y llama a la mujer

Tengo gana de bailar el nuevo compás 
Dicen todos cuando me ven pasar 
“¿Chica, dónde vas?” 
“¡Me voy a bailar, el baión!”

Traduzione letterale: Arriva il nero mattacchione / che balla allegro il baion / risuona la caccavella / e chiama la donna. / Ho voglia di ballare il nuovo ritmo / Tutti dicono quando mi vedono passare: / “Ragazza, dove vai?” / “Vado a ballare il baion”.

(strofa e ritornello vengono ripetuti più volte, sino all’esaurimento delle energie).

Chi è l’autore? Non, come si potrebbe pensare, un qualche DJ portoricano o venezuelano, ma l’italianissimo – e romanissimo – Armando Trovajoli, prolifico compositore di colonne sonore del cinema italiano, sotto lo pseudonimo di Roman Vatro. Il testo spagnolo è di Francesco Giordano. Il ritmo è quello di samba, o più precisamente “baion”, che non è altro la traduzione fonetica del brasiliano baião. Il baião è un ritmo tipico del Pernambuco (Nordest del Braile), di origine rurale: il principale strumento usato è la zabumba (zambomba in spagnolo, come nel testo della canzone), una sorta di tamburo basso.

Sempre del 1953 è la canzone – interpretata da Nilla Pizzi – Colpa del bajon, in cui (un po’ come Voltaire e Rousseau nella famosa strofetta settecentesta) il ritmo brasiliano diventa il capro espiatorio di tutte le follie della protagonista.

La colpa non è mia è colpa del Bajon,
mi piace immensamente il ritmo del Bajon.
Se faccio una pazzia è senza l’intenzion,
in fondo è tutta colpa del Bajon.

Il più importante musicista baião della storia è il brasiliano Luiz Gonzaga (1912-1989).

La curiosa assonanza tra il nome del musicista e un santo cattolico piuttosto sessuofobo (ricorda mio marito che San Luigi Gonzaga, nell’ora di religione cattolica,veniva spesso evocato per scoraggiare i maschietti dalla pratica della masturbazione), ricordato per il suo detto La morte, ma non i peccati, assume i tratti di una singolare coincidenza se pensiamo al rapporto tra il numero musicale e il film da cui è tratto. La storia di Anna, il film di Lattuada del 1951, è infatti un tipico esempio di melodrammone cattolico -punitivo (si dice che il regista accettò di girarlo solo perché era oberato di debiti). Ecco una rapida sinossi:

Anna, giovane suora novizia, lavora come infermiera in un ospedale pubblico di Milano. Una notte giunge all’ospedale un uomo gravemente ferito in un incidente stradale, in cui Anna riconosce Andrea, il giovane di cui era innamorata e con il quale avrebbe dovuto sposarsi prima di prendere i voti. Mentre il primario opera il ferito, la novizia ripensa agli avvenimenti passati che l’hanno indotta alla nuova scelta di vita. Tempo prima, Anna faceva la cantante in un locale notturno: a quel tempo era l’amante di Vittorio, addetto al bar dello stesso locale, un uomo crudele e cinico, al quale era legata da una passione morbosa. Aveva conosciuto Andrea, giovane buono, di sani principi, si era innamorata di lui e per sottrarsi all’ascendente di Vittorio, aveva abbandonato il suo lavoro e si era rifugiata nella fattoria dell’amato, dove era stata ben accolta dalla di lui famiglia. Vittorio riesce a rintracciare la ragazza, si presenta alla tenuta di campagna il giorno prima delle nozze di Anna con Andrea, ingaggia con quest’ultimo una violenta lotta, durante la quale parte un colpo di pistola, che colpisce a morte Vittorio. Anna, rimasta ferita nella stessa colluttazione, sconvolta dall’accaduto di cui si sente responsabile, e scacciata da Andrea, macchiatosi di un delitto per causa sua, fugge e viene soccorsa da un passante che la porta in ospedale: durante la degenza, matura la decisione di prendere i voti e farsi suora. L’animo della novizia è combattuto tra l’amore per Andrea e i doveri della sua nuova vita. Andrea, convalescente, le dichiara di essere ancora innamorato di lei e le domanda nuovamente di sposarlo, proponendole di fuggire via dall’ospedale insieme a lui appena verrà dimesso. Anna è sul punto di cedere; quando però giunge notizia di un grave disastro ferroviario, che ha provocato numerosi feriti, alcuni dei quali in condizioni molto critiche, Anna sceglie di non tornare da Andrea, mancando all’appuntamento con l’uomo, convinta in cuor suo, pur nella sofferenza di aver dovuto rinunciare nuovamente all’uomo che ama, di aver fatto la scelta giusta.

Il numero del Negro Zumbon appartiene quindi alla “prima vita” di Anna, quella da cantante in un locale notturno, per definizione equivoco e peccaminoso: è significativo come questa scena – che dovrebbe rappresentare il passato da cancellare per entrare in una nuova vita redenta – sia più o meno l’unica di tutto il film che è rimasta nella memoria degli spettatori. Anna è interpretata da Silvana Mangano, ma la voce che canta è di Flo Sandon’s (al secolo Mammola Sandon, 1922-2004), che portò il pezzo anche al Festival di Sanremo.

Last but not least, il testo è facilissimo da tradurre dallo spagnolo, ma Google Traduttore, a proporglielo, va nel pallone e viene fuori con questo risultato:

Il cicalino nero sta arrivando
Ballando gay il baion
Suona lo zambomba
E chiama la donna

Voglio ballare la nuova bussola
Dicono tutti quando mi vedono passare
"Ragazza, dove stai andando?"
"Vado a ballare, il bagno!"


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Posted by on domenica, giugno 30, 2019 in Streghe |

Il quadro che mancava

Per chi vive a Milano, o ha occasione di passare da queste parti, consiglio assolutamente di andare a Palazzo Reale a vedere la mostra Preraffaelliti. Amore e Desiderio, visitabile sino al 6 ottobre. I Preraffaelliti (The Pre-Raphaelite Brotherhood) erano un movimento artistico inglese, fondato nel 1848 da Dante Gabriel Rossetti (figlio di un Carbonaro abruzzese), William Holman Hunt, John Everett Millais e altri. Criticando quanto era stato prodotto dopo Raffaello (donde il nome), essi sognavano un ritorno all’arte italiana del Quattrocento, fatta di abbondanza di dettagli, colori intensi, composizioni complesse. Il Medioevo era rivisitato con sensibilità moderna: c’erano quadri dedicati ai poeti stilnovisti o a leggende cavalleresche, ma anche rappresentazioni della natura o della vita popolare contemporanea. La mostra ospita circa ottanta opere, molte delle quali difficili da ammirare fuori dall’Inghilterra (la maggior parte viene dalla Tate Gallery di Londra).

Eppure, uscita dalla mostra, sono rimasta delusa perché mancava un quadro che mi aspettavo di trovare, un quadro che avevo visto più volte in varie edizioni scolastiche della Divina Commedia (lo vedete nell’illustrazione in basso). Si chiama Dante and Beatrice, e mostra il Sommo Poeta che fa la posta sul Lungarno alla sua futura guida paradisiaca. Beatrice è la donna in bianco, quella in rosso è la sua amica Monna Vanna, dietro, vestita in blu, c’è la cameriera di Beatrice. Monna Vanna sostiene lo sguardo di Dante in modo interrogativo come a dire Ma che vuoi?, mentre Beatrice sembra a disagio ed evita di guardarlo. Probabilmente, se Beatrice non fosse morta prematuramente, Dante le avrebbe fatto stalking per tutta la vita e magari si sarebbe anche beccato una denuncia o un’ordinanza restrittiva. Il quadro è del 1883, e si trova esposto a Liverpool. L’autore è l’inglese Henry Holiday (1839 -1927), seguace tardivo della Confraternita Preraffaellita. Tra l’altro era simpatizzante socialista e favorevole al suffragio femminile: forse è per questo che le tre donne del quadro sono poco “angelicate” e piuttosto assertive..

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Posted by on sabato, giugno 22, 2019 in Streghe |

Stelle e pavoni

Tra le attrazioni turistiche di Los Angeles a distanza di camminata dalla camera in affitto dove si è sistemata Arianna per questa sua settimana californiana, c’è lo Hollywood Forever Cemetery, situato al numero 6000 del Boulevard di Santa Monica. Si tratta dell’unico cimitero di Hollywood, e uno dei più antichi di Los Angeles. Fu fondato nel 1899 col nome di Hollywood Cemetery; nel tempo, una parte del terreno fu ceduto alla comunità ebraica locale (Beth Olam Cemetery) e una parte alla RKO e poi alla Paramount, che vi installò i propri Studios, anch’essi visitabili. Ancora oggi – nonostante ci siano state cause in tribunale per impedirlo – gli impiegati dei Paramount Studies hanno a disposizione un’area del cimitero per parcheggiare i propri veicoli. Nel 1998 il cimitero andò in bancarotta e fu rilevato dalla Forever Enterprises, che gli diede l’attuale nome e decise di mettere, come si usa dire, “a valore” l’area organizzazndo eventi musicali e proiezioni di film sul posto. L’ingresso, comunque, rimane gratuito. Come il viennese St Marks, lo Hollywood Forever è apprezzato come luogo per picnic domenicali; e come il parigino Père Lachaise, numerose sono le celebrità ivi sepolte, a cui la gente va a rendere omaggio. Tra i moltissimi, nominiamo solo Cecil B.DeMille, Douglas Fairbanks Jr, Rodolfo Valentino e Judy Garland. Ci sono persino due membri del gruppo punk dei Ramones: cantavano I don’t wanna be buried / in a pet cemetery (Non voglio essere sepolto in un cimitero per animali), e direi che sono stati accontentati.

O no? In effetti, più che trarre, foscolianamente, ispirazione dagli illustri defunti (A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti …), Arianna è rimasta colpita da un’altra caratteristica peculiare del cimitero. Lungo i viali, infatti, puoi incontrare numerosi pavoni. Passeggiano in libertà durante il giorno e sono chiusi in gabbia di notte e la domenica. A quanto pare, prima erano sempre in libertà, ma avevano il vizio di attaccare la gente, in specie gli anziani. Arianna assicura di averne visti persino due (pavoni, non anziani) impegnati nell’accoppiamento. Perché i pavoni? Fin dall’antichità, il pavone è simbolo di immortalità e resurrezione, perché si dice che il suo corpo non si decomponga. C’è un pavone anche nella catacomba di Priscilla, a Roma. Incidentalmente – ma questo sarebbe un conflitto di interessi con la confinante Paramount – il pavone è anche il simbolo del network NBC.

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Posted by on lunedì, giugno 10, 2019 in Streghe |

Extraordinary Aliens go West!

Dopo New York, Arianna, Bianca e Flavia si esibiranno con il loro Extraordinary Aliens allo Hollywood Fringe Festival, lunedì 10 e sabato 15 giugno.Ve ne ho già parlato nel post del 23 marzo http://artimarzialiwurstelestre.altervista.org/wp-admin/post.php?post=2825&action=edit

Scusate se il post è in inglese, ma l’orgoglio materno mi spinge a riportare la locandina ufficiale. Se non vi capita di passare per Los Angeles sabato, potete sempre andarvi a rivedere la performance newyorkese su YouTube.

“Extraordinary Aliens” is headed to the Hollywood Fringe Festival!

The highly successful one-act play that opened in NYC on March 15th at NYU Casa Italiana Zerilli-Marimò will perform on the West Coast in June.
How hard does a foreign actor have to work to stay in the country? How much does it cost to apply for a working visa? And is it true that looking for the right Immigration attorney is as complicated as dating?
Many of these questions (and more!) will be answered in the comedy “Extraordinary Aliens”, with the following performances:Preview: Monday June 10 2019, 8:30 PM
Opening: Saturday June 15 2019, 10:00 PMVenue:
Asylum at Studio C
6448 Santa Monica Blvd
Los Angeles, CA 90038″Extraordinary Aliens” is the incredible story of Fabianna – a foreign actress whose dream is to work in the United States. Unfortunately, dreams are a little harder to achieve once you have to worry about types of visas, deadlines, immigration fees and an attorney who seems more messed up than you.Fabianna will soon find that trouble are always around the corner – but she might find herself not completely alone along the way. With the help of two creatures, the VISAs, Fabianna will soon discover that everything happens for a reason. The Play is based on true events.

It was written by Arianna Wellmoney, Flavia Sgoifo and Bianca Waechter.

The trio also stars in the show, with Flavia Sgoifo as a director.

Tickets are available at: https://www.hollywoodfringe.org/projects/5947?tab=tickets

For more information about the play, including cast, trailers and future performances, check out the official website: https://www.extraordinaryalienstheplay.com/

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Posted by on sabato, aprile 13, 2019 in Streghe |

Madama Lappala

Dice la leggenda, che probabilmente risale al Medioevo, che sulla strada tra Terni e Miranda, di notte, c’era una figura femminile vestita di bianco che fermava i viandanti, specialmente su giovani maschi. Poi li seduceva, li invitava a fare l’amore con lei, e alla fine dell’atto li strangolava, come la mantide religiosa che si dice divori il maschio dopo l’accoppiamento. La strada fra Terni e Miranda in effetti è brutta anche oggi, in passato non mancava la possibilità di cattivi incontri con briganti o bestie feroci. Questo fantasma veniva chiamato Madama Lappala, nome di cui si ignora l’origine. Una ricerca su Google mostra che Lappala è una regione della Finlandia orientale, ed anche un cognome. Ma sembra improbabile pensare a contatti tra l’Umbria profonda e la lontana Scandinavia nel Medioevo. Il mito di Lappala ricorda quello greco delle Lamie, mostri o fantasmi femminili che rapivano i bambini e seducevano i giovani uomini, allo scopo di divorarne la carne e berne il sangue. Come sempre, questi miti hanno una loro funzione nella cultura patriarcale, fungono da ammonimento per i maschi perché evitino le donne fuori dagli schemi, troppo indipendenti: dietro ogni donna che prende l’iniziativa e ragiona con la propria testa può esserci una pericolosa vampira seduttrice. Ogni epoca e ogni luogo ha le sue: a Milano, nell’Ottocento, furoreggiava la leggenda della Dama in Nero del Parco Sempione, fantasma velato che dopo l’amplesso si toglieva il velo rivelando un teschio con le orbite vuote.

Nota finale: si pronuncia Lappàla, e non Làppala, che potrebbe essere un imperativo rivolto a un gatto quando gli si dà la ciotola di latte.

 

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