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Posted by on domenica, giugno 6, 2021 in Libri, Wurstel | 0 comments

Estate con Miller

Tutte le biblioteche, reali o letterarie, hanno un Reparto Proibito. Ce l’ha anche quella della mia scuola, ed è lì, dove le innocenti mani degli studenti minorenni non possono arrivare, che ho trovato, e subito preso in prestito per l’estate, il Meridiano dedicato a Henry Miller. Più di mille pagine, comprendenti i famosi Tropico del Cancro Tropico del Capricorno e altri meno noti. Leggendolo ritrovo molte cose che caratterizzano i suoi compatrioti, gli statunitensi, anche oggi, come li trovo ritratti in libri, film, telefilm ma anche dai racconti di mia figlia. Grandi bevitori, infaticabili affabulatori sul sesso in tutte le salse, attratti  (tra mito e disprezzo) dall’Europa decadente (soprattutto Parigi) contrapposta alla giovane e vigorosa America. Eccessi giorno e notte, “come se non ci fosse un domani” (espressione che Miller ama usare), in fondo per esorcizzare la paura della morte. Tropico del Cancro, che sto leggendo ora, mescola descrizioni di imprese sessuali e di maratone alcooliche con colte dissertazioni sull’universo e la storia. Miller, che ha frequentato per un solo semestre il City College of New York (oggi CUNY), è un autodidatta di letture vastissime e disordinate, che ha il vezzo di dirsi laureato all'”università della vita”.

Ho idea che se sapesse quale uso viene fatto di quest’espressione oggi sui social network, si rivolterebbe nella tomba. Preferibilmente in dolce e femminile compagnia.

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Posted by on sabato, aprile 24, 2021 in Streghe, Wurstel |

La ronda del piacere

Alla mattina capita spesso di svegliarsi con in testa musiche riemerse da chissà quale abisso dell’inconscio, arcaiche e spesso politicamente scorrette. Così pochi giorni fa mi è capitato di intonare, preparando la colazione, il Tango delle capinere. La canzone (di Bixio – non quello di Garibaldi – e Cherubini) si presenta con un folgorante incipit che ci proietta in un mondo esotico.

Laggiù nell’Arizona / terra di sogni e di chimere / se una chitarra suona / cantano mille capinere

Nel 1928 non c’erano ancora i western di John Ford e i fumetti di Tex Willer, quindi poteva starci che l’Arizona richiamasse alla mente chitarre e tango, invece che il deserto, la Monument Valley o i pistoleros. La scelta dell’Arizona, anziché di un qualunque luogo del Sudamerica, sembra dettata solo da esigenze di rima. Le capinere, ovviamente, non sono uccelli (gli ornitologi assicurano che tale specie aviaria non alligna da quelle parti). Secondo la lezione del grande verista Giovanni Verga, la capinera designa poeticamente la donna professionalmente traviata, ovvero la prostituta. Dobbiamo quindi immaginarci un mega-bordello, un sessuodromo organizzato su scala taylorista, dove – presumibilmente prima dell’apertura al pubblico, per scaldarsi e creare un senso di appartenenza, oppure all’inizio delle attività, per attirare la clientela – una corale di mille sex workers si sgola a cantare un tango, accompagnata da un chitarrista di servizio. (Nei film di solito nei bordelli c’è il pianista, ma tant’è).

Secondo i dettami di Henry Ford, il prodotto deve essere omogeneo e fatto in serie (tutte quante hanno la chioma bruna) e l’etica del lavoro deve essere ferrea, ma nel contempo appassionata (hanno la febbre in cuor).

Ricordiamo che all’epoca la città più popolosa dell’Arizona era Phoenix, con poco più di 45.000 abitanti: evidentemente si trattava di una company town, in cui, comprendendo tutto l’indotto, almeno il dieci per cento dei residenti campavano sulla filiera del sesso mercenario.

Ovviamente non è così: poiché per il Regime il Paese era morigerato e pacificato, sotto l’occhio vigile del Duce nel nome di Dio – Patria – Famiglia (alla firma del Concordato mancava solo un anno), qualunque cosa equivoca e/o trasgressiva andava spostata fuori dal sacro suolo italico. nei gialli l’assassino era sempre straniero, i film dei telefoni bianchi erano ambientati in Ungheria, e i maschi allupati andavano a puttane in Arizona.

Dopo la strofa viene il ritornello, ancora più evocativo: A mezzanotte va / la ronda del piacere / e nell’oscurità / ognuno vuol godere.

In terra di western, le ronde fanno pensare ai vigilantes: l’istituzione di ronde di bravi cittadini per reprimere la devianza è da sempre uno dei cavalli di battaglia dei partiti di destra. Ci si può chiedere che cosa costituisca “devianza” in una città la cui sussistenza si basa sulla prostituzione. Forse i vigilantes vanno a caccia di capinere fuggitive, o di clienti morosi che non vogliono pagare la prestazione.

Più probabilmente, la ronda del piacere allude ai clienti che si muovono in branco: a produzione di massa corrisponde consumo di massa. Ovviamente, si gode nell’oscurità: le raffinatezze tipo abat-jour e luci soffuse le lasciamo ai decadenti parigini.

Perché questa canzone mi è salita alla mente proprio in questi giorni? Forse perché il dibattito politico ha toccato il tema del coprifuoco. Con le norme vigenti, la ronda del piacere a mezzanotte dovrebbe starsene in casa. ma si può facilmente – senza far oltraggio alla metrica – adattare la canzone ai tempi che corrono:

Alle ventuno va / la ronda del piacere …

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Posted by on domenica, novembre 15, 2020 in Wurstel |

La festa dei cornuti

L’undici novembre, ricorrenza che ricordo sempre con piacere in quanto anniversario della mia laurea in Pedagogia, è una festa polivalente. Per il calendario cattolico è San Martino da Tours, rappresentato nell’iconografia come soldato che tagliò il proprio mantello per offrirne metà a un povero. Il suddetto Santo funge da patrono di soldati, viaggiatori, viticultori, sarti, osti e, stranamente, anche, fabbricanti di maioliche.

Ma il giorno di San Martino è anche il culmine dell’estate omonima, cioè un breve perido in cui, a metà autunno, dopo i primi freddi, il clima diventa più mite. Per questo l’11 settembre è associato ai traslochi, alle fiere agricole e alla spillatura del vino (lo dicevano anche le donne della mia famiglia a Terni A San Martino se spilla lu vino).

Stranamente, in varie parti d’Italia San Martino è anche la “festa dei cornuti”: a Rionero Sannitico, per esempio, c’è una solenne fiaccolata in cui gli uomini del paese (compresi i quattro che a turno reggono il fantoccio del Santo) sfilano con belle corna da cervo in testa. Simili riti a San Valentino in Abruzzo Citeriore, Grottammare, Ruviano, Pescasseroli eccetera.

Ma perché questa associazione tra San Martino e i cornuti? Inutile indagare nella vita del pio vescovo di Tours: le spiegazioni date sono tre. Primo: il periodo coincideva col capodanno celtico, ricorrenza ricca di orge e altre occasioni di infedeltà coniugale. Secondo: durante le fiere agricole e i mercati del bestiame (spesso cornuto) i mariti se ne andavano in giro a vendere i prodotti  e le mogli rimanevano a casa, a farsi consolare dai mezzadri. Terzo: banalmente, il numero 11-11 ricorda l’immagine di due belle paia di corna.

In Veneto la festa era invece una specie di Halloween senza mostri: i bambini andavano in giro per le case cantando filastrocche, chiedendo caramelle e dolci, minacciando dispetti se non soddisfatti. Per questa ricorrenza, nella provincia di Venezia, viene preparato il tradizionale dolce di san Martino: con la pasta frolla  viene modellata la forma del santo a cavallo con spada e mantello, guarnito con glassa di zucchero colorata, praline, caramelle e cioccolatini.

Dal 1993, su iniziativa di un gruppo di studenti dell’università di Nanchino, l’11 novembre è diventata la Giornata dei Single – in cinese Guanggun Jie (光棍节), per celebrare l’orgoglio di essere da soli. Paradossalmente, la festa – che voleva essere un anti-San Valentino è diventata, in Cina, (oltre che un’orgia di consumismo), una data molto richiesta per i matrimoni. L’undici novembre, nella sola Pechino, ci sono in media 4.000 matrimoni contro una media annuale di settecento. Poiché la Cina è ormai una superpotenza anche economica e culturale, non stupiamoci se gli anni prossimi (pandemia permettendo) vedremo affollatissime promozioni in negozi di ogni genere merceologico in occasione dell’Undici Novembre, tanto per tenerci occupati a consumare dopo Halloween e prima del Black Friday.

 

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Posted by on domenica, ottobre 4, 2020 in Casoretto e dintorni, Wurstel |

L’incrocio degli animali

Se il mio videogioco antistress è Pokémon Go, quello di mia figlia è Animal Crossing. Non lo gioca sul cellulare, ma sul Nintendo, apparecchietto dedicato proprio ai videogiochi.

Animal Crossing in italiano vuol dire qualcosa come L’incrocio degli animali, ma non bisogna pensare ad allevatori alla ricerca della razza migliore o a scienziati pazzi che creano nuove specie in laboratorio: quello semmai sarebbe Animal Breeding. “Incrocio” è proprio in senso stradale: tu cammini e per la strada incroci, incontri, numerosi animali. Il gioco, sviluppato in Giappone e uscito il 14 aprile 2001,  in originale si chiama Dōbutsu no mori (どうぶつの森 , letteralmente “Foresta degli animali”).

Se per il poeta inglese John Donne “nessuno è un’isola”, qui, al contrario, ognuno ha un’isola. Il giocatore, infatti, è l’unico umano che vive su un’isola popolata da animali antropomorfi. Il gioco (che fa parte della sottocategoria dei life simulator) non ha un obiettivo definito. Il giocatore (che può creare il proprio avatar personalizzabile) viene incoraggiato a passare più tempo possibile sull’isola, a socializzare con gli abitanti, piantare fiori e alberi, collezionare insetti, ampliare la propria casa, costruire infrastrutture (si potrebbe utilizzare come mezzo di disintossicazione per i fanatici delle Grandi Opere Inutili, che farebbero meno danni costruendo ponti su stretti o bucando montagne nella realtà virtuale anziché in quella effettiva). La cosa interessante (che ha spinto Arianna ad appassionarsi al gioco) è che si può dare un nome all’isola (Arianna ha scelto Casoretto, tanto per ribadire le proprie radici) e agli edifici che vi si costruiscono, e soprattutto che si può interagire con gli animali e insegnar loro frasi e tormentoni. E qui Arianna ha scatenato il lato demenziale che ha ereditato da ambedue i genitori, indottrinando i malcapitati (che, come tutto il gioco, sono anglofoni) con tormentoni, frasi di lessico famigliare, veri e propri nonsense. Così capita di incontrare vezzose paperelle, galletti sbruffoni, cagnolini inquietanti che recitano nei loro fumetti frasi quali Ao burino demmerda, Come on it’s sticazzi time, menchia, o anche culatello. 

Il gioco offre la possibilità di connettersi ad altri giocatori, scambiandosi visite sulle rispettive isole o anche animali (quelli degli amici di Arianna recitano tormentoni un po’ più politicizzati, da Defund the police Black lives matter). Esiste persino un’applicazione, chiamata Twitch, che consente di trasmettere in diretta Facebook una sessione di gioco (funziona anche con altri videogiochi di vario genere). Questo particolare modo di socializzare ha molto aiutato Arianna e i suoi amici a gestire questi mesi di isolamento forzato.

Sulle prime, non si capisce cosa possa spingere dei giovani a passare ore a vedere le avventure di un avatar virtuale di un’amica impegnato a visitare un’isola con animali parlanti, o a massacrare zombie o altro. Poi penso al livello medio dei programmi televisivi e li capisco molto meglio. Paragonata a un talk show italiano (o anche al dibattito presidenziale Trump -Biden, per rimanere negli States), una sessione di Animal Crossing è poesia pura.

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Posted by on sabato, settembre 26, 2020 in Pillole di Blog, Wurstel |

L’assistente importuno

Per noi poco tecnologici, il proliferare di assistenti vocali su computer, tablet e cellulari è motivo di stupore, stress e talvolta di divertimento. Ogni sistema operativo ha il suo: Windows 10 ha Cortana, Apple ha Siri, Google, con meno fantasia, l’Assistente Google. Poi c’è Amazon, che, non contento di dominare il mercato delle spedizioni e degli e-book, si è inventato il proprio assistente, la famosa Alexa(detta anche Echo Plus). Come tutti sanno, Alexa dispone anche di un supporto fisico, in forma di cilindro o di disco da hockey. Mia figlia ce l’ha, nella sua camera in affitto a New York e la attiva spesso e volentieri, sia quando è sola sia quando parla con noi via Messenger. Basta che dici Alexa ed essa si attiva facendo le veci di un motore di ricerca: le chiedi che tempo farà, le ultime notizie, di trovarti una canzone, e lei lo fa. Tra gli Assistenti, è l’unica che porta un nome non rarissimo (conosco pochissime Siri e nessuna Cortana), quindi mi sono sempre che accade a chi in casa, oltre all’Assistente di Amazon, abbia una figlia discola (Alexa, non mettere il gatto nel water!), o magari un’amante con tale nome da invocare al culmine della passione. Per non parlare degli innumerevoli problemi di privacy: questi Assistenti – che spesso sono attivi “in sonno” anche se non li stiamo consultando – vengono a conoscenza di zilioni di nostri dati sensibili: che se ne fanno? a chi li passano? potrebbero essere usati contro di noi, o per sottoporci a persecuzione pubblicitaria?

Io non ho un Apple e non ho acquistato Alexa, quindi il mio rompiscatole virtuale è l’Assistente Google, l’unico a non essere dotato né di nome personale né di suadente voce femminile. La voce è quella di un maschio, stile speaker del radiogiornale. Spesso si attiva da sé, toccando non si sa dove l’ultrasensibile tastiera del cellulare o del tablet. Di colpo compare uno schermo bianco, con la scritta Ciao, come ti posso aiutare? Altre volte una voce maschile dice L’amministratore del tuo account ha disattivato l’Assistente Google, il che – trattandosi di apparecchi strettamente personali – mi inquieta facendomi temere uno sdoppiamento di personalità: come l’apostolo Paolo in cui dimorava il peccato (cfr Romani 7, passim), anche dentro me dimorerebbe un misterioso Amministratore che attiva e disattiva l’Assistente. L’Assistente – forse per punire i miei momenti di relax – tende ad accendersi specialmente se gioco a Pokémon Go. 

Oppure basta dire Google (spesso Hey Google  o OK Google, ma anche solo Google), per scatenare la Bestia. Talvolta in classe, se mi avviene dire ai discenti Questa cosa potete cercarla su Google. La settimana scorsa mi è capitato di seguire uno studio biblico a distanza su Facebook. La pastora a un certo punto ha detto: “Manca Tizio, forse ha dei problemi a collegarsi con Google”.  Non l’avesse mai detto! Subito l’Assistente della pastora si è attivato e si è messo a far ricerche a casaccio, finché non è riuscita a fermarlo. Del resto, quando capita a mio marito, lui tira sempre giù una parolaccia, e quindi figuriamoci quale ricerca viene fuori (Siri e Alexa sono state dotate di un caratterino pepato, per cui di fronte a una parolaccia o a un insulto reagiscono piccate o sarcastiche). Ricorda un po’ Harry Potter e i Doni della Morte, quando a causa di un incantesimo a chiunque pronunci incautamente il nome di Lord Voldemort piombano istantaneamente addosso due Mangiamorte in assetto da guerra.

Insomma, ci siamo messi in casa – anche involontariamente, perché mentre Alexa te la devi comprare, gli altri sono installati di default- proprio un bel tipetto…

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Posted by on sabato, settembre 19, 2020 in Scuola e dintorni, Wurstel |

La brutta parola

Quando Arianna era piccola, tra le sue letture preferite c’era un libro illustrato (di cui ho dimenticato il titolo) che insegnava ai bambini ad affrontare frustrazioni di vario genere (gelato caduto, rimproveri da parte dei genitori, litigi coi coetanei ecc.). Ricordo un’illustrazione in cui una dolce bimba con la lacrimuccia diceva Carlo mi ha detto anche LA BRUTTA PAROLA … lasciando alla fervida immaginazione dei giovani lettori quale mai fosse questa parola così orribile.

Nella vita di tutti i giorni ci sono sempre brutte parole, anche se non sono quelle etichettato come bestemmie o parolacce, parole che danno fastidio a noi o agli altri. Io ho sempre odiato, ad esempio, parole come mangia-e-bevi (un tempo comunissima) o apericena. La famigerata legge 107 (nota anche come Buona Scuola) ha introdotto altre parole tossiche, tra cui una di quelle che odio di più è la parola dipartimento. Questa parola ha sostituito, in certe accezioni, l’usuale parola materia (ad esempio, le riunioni di materia sono diventate riunioni di dipartimento). Vuole scimmiottare l’università, ma fa ridere i polli.  Per questo cerco di evitarla il più possibile. L’anno scorso (prima della pandemia) mi capitò di dire ci vediamo oggi alla riunione di materia e una collega arcigna quanto sempre pronta a piegarsi alle superiori disposizioni mi rimproverò con aria professorale (in senso negativo): “Ma si dice dipartimento!!!”. Forse, se avessi bestemmiato, si sarebbe scandalizzata di meno.

Quando sento la brutta parola. mi viene in mente la gag ricorrente in Frankenstein Junior: ogni volta che qualcuno nomina l’austera e temibile Frau Blucher, subito si sente un nitrito di cavalli imbizzarriti.

Vista la difficile situazione, auspicherei che le riunioni di materia  si trasformassero piuttosto in riunioni di spirito: ce ne sarebbe un gran bisogno.

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