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Posted by on domenica, ottobre 17, 2021 in Wurstel |

Nozze ad Asheville

In attesa di rientrare in Italia per le vacanze natalizie, mia figlia Arianna si sta godendo un weekend lungo nel North Carolina, per assistere al matrimonio di un’amica. Il lieto avvenimento ha luogo ad Asheville,  nella contea di Buscombe. Con i suoi 92.000 abitanti circa, è – secondo Wikipedia – “la città più grande del North Carolina Occidentale, e continua a crescere” (immobiliaristi milanesi, dimenticatevi lo stadio di San Siro e gli affari sugli ex scali ferroviari: il Nuovo Continente vi chiama!).

Deve il suo nome ad un tale Samuel Ashe, proprietario di schiavi (tra i quali gli antenati di Arthur Ashe, il primo tennista nero a vincere sia Wimbledon che gli US Open). Molto pratico, perché nel caso – auspicabile – di un abbattimento dei simboli dello schiavismo, non ci sarebbe bisogno neanche di cambiare nome alla città. Asheville è nota altresì per essere il luogo di nascita dello scrittore Thomas Wolfe (da non confondere con Tom Wolfe, né con Nero Wolfe). Inoltre ospita il Bitmore Estate, la più grande casa privata degli Stati Uniti (nota anche come “il castello di Richie Rich” perché vi fu girato un film con Macaulay Culkin – quello di Mamma ho perso l’aereo – nella parte di un fanciullo miliardario).

Proprio nella lussuosa cornice del Bitmore Estate si è tenuto ieri il matrimonio, durante il quale Arianna ha assistito a:

  1. la spiritosa decorazione a tema fallico della stanza dove si è tenuto l’addio al nubilato (in inglese bachelorette party);
  2. l’inquietante cena di prova, replicata poi nella cena vera e propria (piatto forte: mozzarella e pomodoro);
  3. i classici discorsi dei testimoni con salaci battutine sugli sposi;
  4. l’immancabile officiante reclutato su Internet;
  5. un imbarazzante litigio tra due parenti anziani sui posti da assegnare nella tomba di famiglia;
  6. lugubri discorsi tra madre e sorella della sposa sul tema “le anatre maschio per sbaglio ammazzano le anatre femmina montandole nell’acqua e facendole annegare”;
  7. il taglio della torta nuziale avvenuto in gran segreto (perché?).

Insomma, più o meno le solite cose.

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Posted by on sabato, settembre 18, 2021 in Wurstel |

Gatti incontinenti

Una delle mie fantasie per la vita dopo il futuribile pensionamento è quella di comprarmi un bel gattone nero. Non sono superstiziosa, il gatto nero ha una sua nobiltà ed esalta il mio lato stregonesco. Mio marito, che non ama i cani, su un gatto non porrebbe veti né avrebbe difficoltà. Mia figlia ha fatto più di una volta la cat-sitter per amici ed è rimasta soddisfatta dell’esperienza. Ho molte amiche  che sono vere e proprie “gattare” e riescono a gestirne da uno a sei, apparentemente senza rovinarsi la vita. Quindi, perché no?

Mi ha un po’ scoraggiato, però, incontrare per strada una conoscente che mi ha raccontato la sua sfortunata vita con due felini. Sono sempre ammalati, non la lasciano dormire la notte, e anziché lasciare le deiezioni disciplinatamente nella lettiera, sporcano ovunque con la loro incontinenza.

Deduzioni da trarre? Primo: nella zona ci sono truffatori senza scrupoli che rifilano gatti difettosi a ignare donne di mezza età. Secondo: la mia conoscente potrebbe appartenere a quell’élite di sfortunati cronici, per i quali sono state scritte le Leggi di Murphy e – in epoche precedenti – varie raccolte di proverbi del tipo:

Chi nass dsgrazié, ni piov in se cul anca a ster a sedé

I desgrazi hin come i scires, adree a vunna gh’en ven des

E il mio preferito: S’a m’met’a fè è capler la zenta la ness senza la testa. (Mio marito sostiene che esiste anche in milanese, ma la Rete dà solo la versione romagnola).

Tutto sommato, meglio pensarci ancora un pochetto.

 

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Posted by on sabato, luglio 31, 2021 in Streghe, Wurstel |

Vivi e lascia vivere

Nove giorni di ferie in Versilia con i parenti di mio marito hanno posto – tra gli altri – il problema di cosa vedere la sera sullo schermo televisivo. A casa per tutto l’anno risolviamo la questione con serie e film su Netflix o Prime Video – più raramente Rai Play, salvo rare eccezioni legate per lo più a eventi calcistici (Champions League, Europei). Ma in vacanza con la parentela questo non si può certo fare, non sarebbe opportuno chiudersi in camera col tablet mentre gli altri stanno in salotto. Quindi dobbiamo riscoprire quel mondo ormai sconosciuto che è la TV generalista italiana.

Per fortuna, quasi tutte le sere abbiamo trovato film – classici o meno – abbastanza potabili (tra cui il mitico Arsenico e vecchi merletti, risalente agli anni 40 e inopinatamente programmato su TV 2000, la TV del Vaticano, che almeno per una volta è servito a qualcosa). Ma domenica 18 luglio non c’era proprio verso: il capriccioso telecomando di mio suocero (letteralmente attaccato con lo sputo) si è bloccato sul meno peggio, ovvero Raiuno che la replica proponeva della fiction italiana Vivi e lascia vivere, che era stata trasmessa nella primavera 2020 senza lasciare tracce apparenti nella storia del nostro Belpaese. Già siamo partiti col piede sbagliato: io diffido istintivamente di qualunque opera narrativa (film, libro, serie) che come titolo porti un proverbio o un modo di dire. Mi pare un modo di barare, di non dare al lettore o spettatore alcun indizio sul potenziale contenuto della storia. Come se Dante Alighieri avesse intitolato il suo divino poema Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio, o Manzoni avesse scritto Moglie e buoi dei paesi tuoi.

Siamo riusciti a vederne solo un episodio e mezzo sui dodici programmati (durata di ciascuno 50 minuti, inframmezzati da quintali di pubblicità, altra cosa a cui non eravamo più abituati), prima di soccombere alla sonnolenza. La visione ha confermato tutti i miei pregiudizi sulle produzioni italiane: recitazione pessima (dalla protagonista Elena Sofia Ricci in giù), buchi di trama, inverosimiglianze varie, ritmi lentissimi. La protagonista, a nome Laura, è sposata con un ludopatico che di mestiere canta sulle navi da crociera, del quale apprende la morte, avvenuta in circostanze misteriose a Tenerife. Ha due figlie e un figlio. La maggiore, Nina, smania per fare un non meglio precisato master a New York, ma di fronte alle difficoltà economiche della famiglia si rassegna a fare la cubista in un bar equivoco. La seconda, Giada, ha come hobby il taccheggio nei grandi magazzini e in un abito rubato scopre per caso il diario di un’altra ragazza (spunto narrativo appena abbozzato e, almeno nella prima ora di visione, abbandonato). Il maschio, Giovanni, è nella squadra di pallanuoto, il cui allenatore tiene discorsi che dovrebbero essere motivanti e invece sono più noiosi dell’elenco telefonico (nostalgia del Marca Budavari! del grande Silvio Orlando in Palombella rossa). Nonostante la famiglia sia con le pezze al sedere (bollette e rate di mutuo non pagate da mesi) vivono in una casa enorme e Laura può permettersi viaggi andata e ritorno Napoli – Tenerife. L’annuncio che la madre fa ai figli della morte di Renato, il cantante ludopatico, è piatto come la lettura dell’ordine del giorno dell’assemblea ordinaria di una società in accomandita. Del resto, anche la celebrazione funebre assomiglia a un aperitivo aziendale, ravvivato solo dalla sorella del defunto che canta Summertime in un modo che avrebbe fatto rivoltare nella tomba George Gershwin (spoiler: purtroppo non avviene, la storia ci avrebbe guadagnato).

A Tenerife la morte di Renato, avvenuta a quanto pare nell’esplosione di una palazzina – è gestita con sorprendente noncuranza da tutti gli abitanti del luogo. Nonostante le fiction italiane siano piene di commissari e marescialli, qui non c’è uno straccio di tutore dell’ordine o di investigatore privato che indaghi. L’impiegato della pensione Florida di Tenerife (su Google Maps esiste un Hotel Florida, quotazione 3,3 su 5), non si fa problemi a consegnare – su semplice esibizione della carta d’identità di Laura – alla supposta vedova gli effetti personali del defunto, già cellofanati.

Il ritmo è lento anche perché i protagonisti impiegano minuti interminabili a deprimersi per la loro situazione, anziché fare qualcosa. In una serie non italiana, in novanta minuti, Laura avrebbe trovato il tempo di reinventarsi professionalmente come boss della droga, con accenti thriller (produzione USA), da commedia degli equivoci (francese) o di rivalsa sociale (inglese).

Laura lavora in un ristorante la cui padrona è una sadica che ama umiliare i/le dipendenti (momento Ken Loach, non sviluppato). Perde il lavoro perché beccata a rubare contanti dalla cassa del ristorante. A quanto pare troverà il riscatto umano e professionale preparando un sartù per la prima comunione della figlia di una collega, ma a quel punto eravamo già cotti.

Tornando a casa ho letto su Wikipedia che Vivi e lascia vivere ha avuto giudizi lusinghieri da critica e pubblico. Se questi sono i migliori prodotti italiani, figuriamoci i peggiori.

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Posted by on domenica, giugno 6, 2021 in Libri, Wurstel |

Estate con Miller

Tutte le biblioteche, reali o letterarie, hanno un Reparto Proibito. Ce l’ha anche quella della mia scuola, ed è lì, dove le innocenti mani degli studenti minorenni non possono arrivare, che ho trovato, e subito preso in prestito per l’estate, il Meridiano dedicato a Henry Miller. Più di mille pagine, comprendenti i famosi Tropico del Cancro Tropico del Capricorno e altri meno noti. Leggendolo ritrovo molte cose che caratterizzano i suoi compatrioti, gli statunitensi, anche oggi, come li trovo ritratti in libri, film, telefilm ma anche dai racconti di mia figlia. Grandi bevitori, infaticabili affabulatori sul sesso in tutte le salse, attratti  (tra mito e disprezzo) dall’Europa decadente (soprattutto Parigi) contrapposta alla giovane e vigorosa America. Eccessi giorno e notte, “come se non ci fosse un domani” (espressione che Miller ama usare), in fondo per esorcizzare la paura della morte. Tropico del Cancro, che sto leggendo ora, mescola descrizioni di imprese sessuali e di maratone alcooliche con colte dissertazioni sull’universo e la storia. Miller, che ha frequentato per un solo semestre il City College of New York (oggi CUNY), è un autodidatta di letture vastissime e disordinate, che ha il vezzo di dirsi laureato all'”università della vita”.

Ho idea che se sapesse quale uso viene fatto di quest’espressione oggi sui social network, si rivolterebbe nella tomba. Preferibilmente in dolce e femminile compagnia.

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Posted by on sabato, aprile 24, 2021 in Streghe, Wurstel |

La ronda del piacere

Alla mattina capita spesso di svegliarsi con in testa musiche riemerse da chissà quale abisso dell’inconscio, arcaiche e spesso politicamente scorrette. Così pochi giorni fa mi è capitato di intonare, preparando la colazione, il Tango delle capinere. La canzone (di Bixio – non quello di Garibaldi – e Cherubini) si presenta con un folgorante incipit che ci proietta in un mondo esotico.

Laggiù nell’Arizona / terra di sogni e di chimere / se una chitarra suona / cantano mille capinere

Nel 1928 non c’erano ancora i western di John Ford e i fumetti di Tex Willer, quindi poteva starci che l’Arizona richiamasse alla mente chitarre e tango, invece che il deserto, la Monument Valley o i pistoleros. La scelta dell’Arizona, anziché di un qualunque luogo del Sudamerica, sembra dettata solo da esigenze di rima. Le capinere, ovviamente, non sono uccelli (gli ornitologi assicurano che tale specie aviaria non alligna da quelle parti). Secondo la lezione del grande verista Giovanni Verga, la capinera designa poeticamente la donna professionalmente traviata, ovvero la prostituta. Dobbiamo quindi immaginarci un mega-bordello, un sessuodromo organizzato su scala taylorista, dove – presumibilmente prima dell’apertura al pubblico, per scaldarsi e creare un senso di appartenenza, oppure all’inizio delle attività, per attirare la clientela – una corale di mille sex workers si sgola a cantare un tango, accompagnata da un chitarrista di servizio. (Nei film di solito nei bordelli c’è il pianista, ma tant’è).

Secondo i dettami di Henry Ford, il prodotto deve essere omogeneo e fatto in serie (tutte quante hanno la chioma bruna) e l’etica del lavoro deve essere ferrea, ma nel contempo appassionata (hanno la febbre in cuor).

Ricordiamo che all’epoca la città più popolosa dell’Arizona era Phoenix, con poco più di 45.000 abitanti: evidentemente si trattava di una company town, in cui, comprendendo tutto l’indotto, almeno il dieci per cento dei residenti campavano sulla filiera del sesso mercenario.

Ovviamente non è così: poiché per il Regime il Paese era morigerato e pacificato, sotto l’occhio vigile del Duce nel nome di Dio – Patria – Famiglia (alla firma del Concordato mancava solo un anno), qualunque cosa equivoca e/o trasgressiva andava spostata fuori dal sacro suolo italico. nei gialli l’assassino era sempre straniero, i film dei telefoni bianchi erano ambientati in Ungheria, e i maschi allupati andavano a puttane in Arizona.

Dopo la strofa viene il ritornello, ancora più evocativo: A mezzanotte va / la ronda del piacere / e nell’oscurità / ognuno vuol godere.

In terra di western, le ronde fanno pensare ai vigilantes: l’istituzione di ronde di bravi cittadini per reprimere la devianza è da sempre uno dei cavalli di battaglia dei partiti di destra. Ci si può chiedere che cosa costituisca “devianza” in una città la cui sussistenza si basa sulla prostituzione. Forse i vigilantes vanno a caccia di capinere fuggitive, o di clienti morosi che non vogliono pagare la prestazione.

Più probabilmente, la ronda del piacere allude ai clienti che si muovono in branco: a produzione di massa corrisponde consumo di massa. Ovviamente, si gode nell’oscurità: le raffinatezze tipo abat-jour e luci soffuse le lasciamo ai decadenti parigini.

Perché questa canzone mi è salita alla mente proprio in questi giorni? Forse perché il dibattito politico ha toccato il tema del coprifuoco. Con le norme vigenti, la ronda del piacere a mezzanotte dovrebbe starsene in casa. ma si può facilmente – senza far oltraggio alla metrica – adattare la canzone ai tempi che corrono:

Alle ventuno va / la ronda del piacere …

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Posted by on domenica, novembre 15, 2020 in Wurstel |

La festa dei cornuti

L’undici novembre, ricorrenza che ricordo sempre con piacere in quanto anniversario della mia laurea in Pedagogia, è una festa polivalente. Per il calendario cattolico è San Martino da Tours, rappresentato nell’iconografia come soldato che tagliò il proprio mantello per offrirne metà a un povero. Il suddetto Santo funge da patrono di soldati, viaggiatori, viticultori, sarti, osti e, stranamente, anche, fabbricanti di maioliche.

Ma il giorno di San Martino è anche il culmine dell’estate omonima, cioè un breve perido in cui, a metà autunno, dopo i primi freddi, il clima diventa più mite. Per questo l’11 settembre è associato ai traslochi, alle fiere agricole e alla spillatura del vino (lo dicevano anche le donne della mia famiglia a Terni A San Martino se spilla lu vino).

Stranamente, in varie parti d’Italia San Martino è anche la “festa dei cornuti”: a Rionero Sannitico, per esempio, c’è una solenne fiaccolata in cui gli uomini del paese (compresi i quattro che a turno reggono il fantoccio del Santo) sfilano con belle corna da cervo in testa. Simili riti a San Valentino in Abruzzo Citeriore, Grottammare, Ruviano, Pescasseroli eccetera.

Ma perché questa associazione tra San Martino e i cornuti? Inutile indagare nella vita del pio vescovo di Tours: le spiegazioni date sono tre. Primo: il periodo coincideva col capodanno celtico, ricorrenza ricca di orge e altre occasioni di infedeltà coniugale. Secondo: durante le fiere agricole e i mercati del bestiame (spesso cornuto) i mariti se ne andavano in giro a vendere i prodotti  e le mogli rimanevano a casa, a farsi consolare dai mezzadri. Terzo: banalmente, il numero 11-11 ricorda l’immagine di due belle paia di corna.

In Veneto la festa era invece una specie di Halloween senza mostri: i bambini andavano in giro per le case cantando filastrocche, chiedendo caramelle e dolci, minacciando dispetti se non soddisfatti. Per questa ricorrenza, nella provincia di Venezia, viene preparato il tradizionale dolce di san Martino: con la pasta frolla  viene modellata la forma del santo a cavallo con spada e mantello, guarnito con glassa di zucchero colorata, praline, caramelle e cioccolatini.

Dal 1993, su iniziativa di un gruppo di studenti dell’università di Nanchino, l’11 novembre è diventata la Giornata dei Single – in cinese Guanggun Jie (光棍节), per celebrare l’orgoglio di essere da soli. Paradossalmente, la festa – che voleva essere un anti-San Valentino è diventata, in Cina, (oltre che un’orgia di consumismo), una data molto richiesta per i matrimoni. L’undici novembre, nella sola Pechino, ci sono in media 4.000 matrimoni contro una media annuale di settecento. Poiché la Cina è ormai una superpotenza anche economica e culturale, non stupiamoci se gli anni prossimi (pandemia permettendo) vedremo affollatissime promozioni in negozi di ogni genere merceologico in occasione dell’Undici Novembre, tanto per tenerci occupati a consumare dopo Halloween e prima del Black Friday.

 

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