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Posted by on venerdì, Dicembre 31, 2021 in Recensioni libri |

Esistono storie che non esistono

Che cosa si può dire dell’ultimo film di Sorrentino?

Che aveva un ritmo insopportabilmente lento. Che gli attori non erano al loro massimo, tranne Ciro Capano (nel loro del quasi omonimo registe Capuano).

Che era di un maschilismo rivoltante. Tutte le protagoniste ridotte a esili stereotipi: le mogli sotto messe, le ninfomani pazze (la zia Patrizia e la Baronessa), vecchie inacidite, giovani irrimediabilmente incapaci (Yulia l’amica attrice).

Sullo sfondo di una Napoli anni Ottanta, città sospesa tra cielo e mare, Sorrentino ci offre tutta una serie di situazioni e luoghi comuni che infestano il cinema italiano da più di tre decenni. Sfortunatamente, quando si vuole dire troppo, non si dice niente.

Le citazioni dantesche del protagonista (non è forse l’anno di Dante?) che nessuno capisce, salvo la Signora Gentile (per modo di dire perché è una carogna). Infatti, con poco tatto quest’ultima cita a sproposito (al funerale dei genitori) i primi versi del terzo canto dell’Inferno (Per me si va nella città dolente…) quasi volesse augurare la dannazione eterna ai poveri defunti.

L’ossessionante trafila di tormentoni che costellano tutta la pellicola: La realtà è scadente, Non ti disunire…). Tutti i personaggi incapaci di parlare in modo comprensibile, che si esprimono in un vernacolo indecifrabile (niente a che vedere con Troisi o Eduardo), tanto da rendere indispensabili i sottotitoli (e poi vi lamentate di Zerocalcare!). Oltretutto, la maggior parte dei personaggi non sono sottoproletari abbrutiti, ma appartengono alla media borghesia, quindi potrebbero anche evitare di mangiarsi le parole.

Le liti improvvise, le urla che impediscono di capire cosa si dice, le maldestre litigate all’interno della famiglia allargatissima di Fabietto (che dovrebbe essere Sorrentino da giovane) dopo un po’ stufano. Le scene di rissa sono poco credibili: i personaggi si buttano addosso l’uno all’altro in modo goffo.

Un aspetto tecnico che pochi colgono: il palinsesto sgangherato delle scene in parallelo tra le partite di Maradona e gli episodi di vita familiare. Un regista inglese o americano avrebbe avuto tempi e connessioni più idonei. Tali errori cinematografici, tipicamente nostrani, sono elementi che fanno perdere ritmo al film e sfilacciano la trama. Troppe scene danno effetti di umorismo involontario. Molto poco credibile (in un’epoca in cui c’era già la guerra di camorra) la scena del colloquio in carcere tra Fabietto e il suo parente arrestato per malversazione. Invece degli spazi stretti, cupi, sorvegliati da guardie armate sino ai denti con vetri divisori che lasciano passare a stento la voce e lo sguardo tra chi è “fuori” e chi è “dentro”, ecco i due dalle parti opposte di un tavolo, in uno spazio ampio e luminoso. Volendo, Fabietto avrebbe potuto passare al prigioniero anche un bazooka, tanto non li controllava nessuno. Possibile che Sorrentino non sia stato capace di rimediare uno scenario usato da Gomorra o altre serie di ambito criminale?

Si salva il dialogo finale tra Fabietto e Capuano. Ottima la fotografia. Stupenda la sigla dei titoli di coda (del resto Pino Daniele è una garanzia). Ma queste cose non bastano per fare di È stata la mano di Dio un film da Oscar.  Sarà anche nella short list dei quindici film semifinalisti, ma secondo me – a meno che i giurati dell’Academy non abbiano le fette di zuppa al latte sugli occhi – gli verrà preferito un film kosovaro o bhutanese.