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Posted by on domenica, ottobre 28, 2018 in Pillole di Blog | 0 comments

Il babbino e il catino

Una sera decidemmo di andare a un teatrino Off-Off per vedere una riproposta dell’Antigone di Sofocle di cui ci avevano detto un gran bene. La biglietteria era a livello del suolo, mentre lo spettacolo si teneva in una sala sotterranea. Solo che le sale erano più di una, e le indicazioni assai lacunose. Così entrammo nella più vicina e ci predisponemmo ad attendere l’inizio della recita. Non c’era molta gente e ci vergognavamo a chiedere indicazioni. Dopo un’attesa interminabile, salì sul palco un tizio dall’aria distinta che tenne un breve discorso in greco moderno. Seguì un grassone, che prese il microfono e cantò una languida ballata sentimentale, nella stessa lingua, a noi ignota in quanto nessuno di noi ha fatto il classico e non siamo mai stati in Grecia. Mentre ancora ci stavamo rimettendo dalla sorpresa, apparve una bella donna sui trent’anni, che intonò con voce da soprano O mio babbino caro. Piccola parentesi: proprio quest’anno è il centenario del Gianni Schicchi, l’opera di Puccini di cui fa parte tale aria. Mio marito disse: Ah, quella di Mr Bean! In effetti, nel film Mr Bean’s Holiday, il personaggio interpretato da Rowan Atkinson gira la Francia in compagnia di un bambino russo, e nella piazza di Avignone canta la suddetta aria per raccattare qualche soldino. Solo che la canta con indosso un velo nero che lo fa sembrare una piagnona del Sud, e tenendo in braccio il bambino che fa “il morto”. Da qui mio marito, poco esperto di opera lirica, si era fatto l’idea che l’aria si chiamasse in realtà O mio bambino caro, e descrivesse il dolore di una madre per la morte del suo piccino. Dissipato l’equivoco, fummo attanagliati da un dubbio ben più atroce: e se avessimo sbagliato sala? In effetti nulla faceva presagire che, dopo l’introduzione in greco, il crooner ellenofono e l’opera lirica, arrivasse ciò per cui avevamo pagato. Mio marito, troppo timido per chiedere, stava per farsi prendere dal panico, quando, per fortuna, arrivò la salvezza: sul palco vidi un catino. Ricordai che l’amica che mi aveva consigliato lo spettacolo aveva insistito in particolare sul ruolo del catino, in cui a turno tutti i personaggi si lavavano le mani, scelta di regia che aveva suscitato particolare scalpore. Mi tranquillizzai subito e cercai di comunicare tale sicurezza a Giorgio, che non si calmò fin quando non apparve il Coro.

Il resto andò liscio: il catino svolse la sua brava parte nella vicenda, e ci godemmo anche un lungo monologo in greco antico dell’indovino Tiresia, interpretato per l’occasione dall’anziana madre del regista. Nessuno, però, mi ha spiegato cosa c’entrassero i due numeri introduttivi, in particolare l’aria pucciniana. Anche se il babbino di Antigone era un certo Edipo, e quindi una vaga attinenza c’era.

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