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Posted by on sabato, luglio 14, 2018 in Arti Marziali, Streghe |

La miracolosa coccinella

Ingredienti: liceali imbranati che si trasformano in supereroi, cattivi sghignazzanti, una metropoli da difendere. Suggerimento: non è Spiderman. Si tratta di Miraculous, serie animata franco-nippo-coreana, che ho scoperto ieri su Netflix e di cui ci siamo sparati cinque puntate (di 22 minuti ciascuna, non esageriamo) di fila. Sia chiaro, non sto parlando di Ingmar Bergman e neanche di Woody Allen, ma di un dignitoso prodotto di intrattenimento per tutte le età. I cartoni animati mi ricordano la giovinezza e le infinite maratone di Pokémon e altre giapponeserie che vedevo con Arianna prima che andasse alle superiori. In Miraculous, gli adolescenti con doppia identità sono due: la timida Marinette, figlia di panettieri, e il belloccio Adrien, figlio di un famoso stilista con tanto di villa superaccessoriata dietro la Tour Eiffel (la saga si svolge a Parigi). I due sono compagni di classe al Collège François Dupont: lei è disperatamente innamorata di lui, e lui, ambito da tutte le ragazze, non se la fila. Entrambi – con l’aiuto di un Kwami (spirito-animale guida: coccinella per lei, gattino per lui) e di un Miraculous, un oggetto prodigioso (orecchino rosso a pallini neri per lei, anello nero per lui) possono diventare supereroi, rispettivamente Ladybug e Chat Noir. I due collaborano amichevolmente quando sono trasformati, ma sono ignari delle rispettive identità segrete, come del resto – secondo classica convenzione del genere supereroico – la città intera le ignora, nonostante l’evidente somiglianza. Fa parte del gioco: sospensione dell’incredulità. Qualcuno ha detto una volta Un popolo che in ottant’anni non ha capito che Bruce Wayne e Batman sono la stessa persona, si merita Donald Trump, e anche peggio. 

C’è ovviamente, anche il Supercattivo. Un uomo tutto in grigio – del quale, almeno in queste prime puntate, si ignora l’identità – che da un laboratorio – lucernario comanda la sua armata di farfalle malvage, le Akuma (la parola significa “demone” in giapponese). Si chiama Papillon, e la sua particolarità è che non agisce in proprio. Piuttosto, scandaglia la città alla ricerca di persone frustrate, arrabbiate, vittime di un’ingiustizia o del destino cinico e baro. Quando ne individua una, manda una delle sue farfalle violacee a possederla. Il povero frustrato (spesso sono amici dei protagonisti) diventa schiavo delle sue emozioni negative e, guidato da Papillon, si trasforma in un Cattivo con superpoteri (esempio: imprigionare persone in bolle, scatenare tempeste di ghiaccio …). L’obiettivo di Papillon è provocare l’intervento di Ladybug e Chat Noir, attirarli in una trappola, sottrarre i loro Miraculous e accrescere il proprio potere con essi. Ovviamente, in ogni puntata, dopo aspra lotta, l’intervento finale di Ladybug (che da trasformata è molto più assertiva ed efficiente della sua versione di tutti i giorni) salva la metropoli catturando le Akuma e “purificandole”, cioè trasformandole in innocue farfalline bianche.

Ho trovato molto interessante il modus operandi di Papillon, perché mi ha ricordato quello della destra populista europea e americana di oggi. Agire sulle emozioni negative, sul senso di frustrazione e ingiustizia (reale), portare la gente alla rabbia e indirizzarne le energie verso falsi bersagli, a vantaggio esclusivo di chi tira i fili nell’ombra. Il compagno di classe timido o il bizzarro ometto che dà da mangiare ai piccioni si trasformano in mostri che creano confusione in città. Così oggi il vicino di casa che ama gli animali, la casalinga tutta santi e madonne, il vecchio compagno tanto di sinistra, dietro la tastiera si trasformano in stalker, in haters, in indignati con la bava alla bocca che invocano lo stupro per l’avversaria politica, i lager per i Rom, l’annegamento ai migranti. Senza che ci sia disponibile un Miraculous per disinnescarli.

La serie – per ora su Netflix c’è solo la prima stagione – ha prodotto, come gustoso sottoprodotto, dei bei video, rintracciabili su YouTube. In essi si vedono spezzoni di scene della serie a commento visivo di noti tormentoni latinoamericani, tipo il mai abbastanza deplorato Despacito o il volgare A mi me gustan Mayores. Non c’è che dire: con le immagini di Marinette e Adrien, diventano assai più sopportabili.

Un unico appunto: la sigla italiana, cantata da una tarda epigona di Cristina D’Avena, sfiora il ridicolo con il ritornello Miraculùs. Così, con l’accento, sulla U. La risata liberatoria parte, inevitabilmente.