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Posted by on sabato, aprile 24, 2021 in Streghe, Wurstel |

La ronda del piacere

Alla mattina capita spesso di svegliarsi con in testa musiche riemerse da chissà quale abisso dell’inconscio, arcaiche e spesso politicamente scorrette. Così pochi giorni fa mi è capitato di intonare, preparando la colazione, il Tango delle capinere. La canzone (di Bixio – non quello di Garibaldi – e Cherubini) si presenta con un folgorante incipit che ci proietta in un mondo esotico.

Laggiù nell’Arizona / terra di sogni e di chimere / se una chitarra suona / cantano mille capinere

Nel 1928 non c’erano ancora i western di John Ford e i fumetti di Tex Willer, quindi poteva starci che l’Arizona richiamasse alla mente chitarre e tango, invece che il deserto, la Monument Valley o i pistoleros. La scelta dell’Arizona, anziché di un qualunque luogo del Sudamerica, sembra dettata solo da esigenze di rima. Le capinere, ovviamente, non sono uccelli (gli ornitologi assicurano che tale specie aviaria non alligna da quelle parti). Secondo la lezione del grande verista Giovanni Verga, la capinera designa poeticamente la donna professionalmente traviata, ovvero la prostituta. Dobbiamo quindi immaginarci un mega-bordello, un sessuodromo organizzato su scala taylorista, dove – presumibilmente prima dell’apertura al pubblico, per scaldarsi e creare un senso di appartenenza, oppure all’inizio delle attività, per attirare la clientela – una corale di mille sex workers si sgola a cantare un tango, accompagnata da un chitarrista di servizio. (Nei film di solito nei bordelli c’è il pianista, ma tant’è).

Secondo i dettami di Henry Ford, il prodotto deve essere omogeneo e fatto in serie (tutte quante hanno la chioma bruna) e l’etica del lavoro deve essere ferrea, ma nel contempo appassionata (hanno la febbre in cuor).

Ricordiamo che all’epoca la città più popolosa dell’Arizona era Phoenix, con poco più di 45.000 abitanti: evidentemente si trattava di una company town, in cui, comprendendo tutto l’indotto, almeno il dieci per cento dei residenti campavano sulla filiera del sesso mercenario.

Ovviamente non è così: poiché per il Regime il Paese era morigerato e pacificato, sotto l’occhio vigile del Duce nel nome di Dio – Patria – Famiglia (alla firma del Concordato mancava solo un anno), qualunque cosa equivoca e/o trasgressiva andava spostata fuori dal sacro suolo italico. nei gialli l’assassino era sempre straniero, i film dei telefoni bianchi erano ambientati in Ungheria, e i maschi allupati andavano a puttane in Arizona.

Dopo la strofa viene il ritornello, ancora più evocativo: A mezzanotte va / la ronda del piacere / e nell’oscurità / ognuno vuol godere.

In terra di western, le ronde fanno pensare ai vigilantes: l’istituzione di ronde di bravi cittadini per reprimere la devianza è da sempre uno dei cavalli di battaglia dei partiti di destra. Ci si può chiedere che cosa costituisca “devianza” in una città la cui sussistenza si basa sulla prostituzione. Forse i vigilantes vanno a caccia di capinere fuggitive, o di clienti morosi che non vogliono pagare la prestazione.

Più probabilmente, la ronda del piacere allude ai clienti che si muovono in branco: a produzione di massa corrisponde consumo di massa. Ovviamente, si gode nell’oscurità: le raffinatezze tipo abat-jour e luci soffuse le lasciamo ai decadenti parigini.

Perché questa canzone mi è salita alla mente proprio in questi giorni? Forse perché il dibattito politico ha toccato il tema del coprifuoco. Con le norme vigenti, la ronda del piacere a mezzanotte dovrebbe starsene in casa. ma si può facilmente – senza far oltraggio alla metrica – adattare la canzone ai tempi che corrono:

Alle ventuno va / la ronda del piacere …