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Posted by on sabato, febbraio 9, 2019 in Scuola e dintorni |

La stanchezza dell’inutile

Questa settimana sono stata molto stanca. Rientravo da scuola e mi buttavo giù a dormire in pieno pomeriggio, e la mattina, dopo un lungo sonno, mi alzavo rimbambita e facevo fatica a sintonizzarmi sulla giornata in arrivo. Non era tanto stanchezza fisica – infatti ho fatto regolarmente le mie due serate in palestra con il solito vigore – ma stanchezza intellettuale, estenuazione morale. Cosa c’è stato di diverso questa settimana? Due riunioni pomeridiane, una di Collegio docenti, l’altra di Dipartimento (detta anche “riunione di materia”, anche se sarebbe più appropriato chiamarla “disgregazione di spirito”). Totale 4 ore. Come dico sempre, nel mio lavoro di docente non mi stressa più che tanto la lezione frontale, il lavoro didattico normale, pure con qualche decina di adolescenti indisciplinati e problematici (e le loro famiglie ancora più problematiche), quanto tutto il carico di incombenze burocratiche – moltiplicatosi a ogni Riforma della Scuola, independentemente dal segno politico del Governo – e soprattutto le riunioni.

Pure mio marito, impiegato di banca, regge bene il proprio lavoro quotidiano – anche nei periodi di punta e di picco – e malissimo le riunioni settimanali obbligatorie: 45 minuti ogni lunedì, attorno all’ora di pranzo. Abbiamo calcolato che il totale delle mie riunioni (esclusi gli scrutini, che sono un atto dovuto) in un anno fa 42 ore – praticamente due settimane e mezzo di lavoro extra. Il massimo contrattuale è di 80 ore annue, quindi potrebbe andar peggio. Le riunioni di mio marito sono in orario di lavoro e in un anno lavorativo standard di 48 settimane fanno 2160 minuti, cioè 36 ore. Poco meno di una settimana di lavoro. Tra noi discutiamo – senza arrivare a una conclusione – cosa sia peggio: se riunioni fuori orario, che ti costringono a rimanere a scuola sino al tardo pomeriggio, o riunioni in orario di lavoro, che ti obbligano a recuperare poi il tempo perduto. Tempo che è speso – in massima parte – a sentirsi dire quanto si lavora poco e male, quanto si è indietro rispetto agli “sfidanti” (cioè impossibili) obiettivi posti dalle Direzioni Centrali. Nessuno osa intervenire per fare obiezioni, sia perché non sono gradite dai Superiori, sia perché gli stomaci brontolano e gorgogliano e ognuna/o invoca solo la fine dell’ordalia.

Devo ammettere che – dato il diverso contesto lavorativo – le mie riunioni non sono così umilianti, piuttosto sono inutili e superflue. Molte delle cose che si discutono si potrebbero regolare rapidamente in scambi informale, di persona o via mail o messaggino. Ho la sensazione che molte colleghe le amino perché riempiono loro la vita, dànno loro una scusa per non rientrare presto a casa dove dovrebbero farsi carico – stante la mancanza di parità dei sessi nel nostro Paese – di mariti, figli, genitori, lavatrici, spesa e cena. Così indugiano su ogni tema, raccontano nei dettagli ogni minimo problema della loro classe. Ma noialtre che abbiamo una vita, delle passioni, degli interessi, fuori dal cerchio scuola/famiglia mordiamo il freno e ci logoriamo, fisicamente e psicologicamente, in attesa che la riunione finisca e si possa tornare a respirare lo smog milanese all’aria aperta.

Certo, se dobbiamo dar retta alla letteratura sociologica, la “riunione inutile” è una piaga che non affligge solo l’Italia, né solo gli insegnanti. Il grande economista statunitense John Kenneth Galbraith (1908-2006), nel suo libro sulla Grande Crisi del 1929, ne parla ampiamente:

“[il presidente Hoover] stava compiendo uno dei riti più antichi, più importanti e purtroppo meno compresi della vita americana. E’ il rito della riunione destinata non a produrre delle decisioni, ma a non concludere niente. E’ un rito ancora molto praticato ai nostri giorni. (…) Le riunioni vengono tenute perché gli uomini amano la compagnia (…) aspirano al prestigio che acquista colui che presiede le riunioni (…) perché è necessario creare l’impressione che si sbrighino degli affari …” (John Kenneth Galbraith, Il grande crollo, Boringhieri 1972, pag. 158).

In un inusuale slancio romantico, qualche anno fa Giorgio addirittura mi regalò una T-Shirt con questa citazione. La indosso sempre in settembre, in occasione delle prime riunioni dell’anno, sperando che qualcuna colga il messaggio. Finora non è accaduto, ma sperare non costa niente.