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Posted by on domenica, ottobre 4, 2020 in Casoretto e dintorni, Wurstel |

L’incrocio degli animali

Se il mio videogioco antistress è Pokémon Go, quello di mia figlia è Animal Crossing. Non lo gioca sul cellulare, ma sul Nintendo, apparecchietto dedicato proprio ai videogiochi.

Animal Crossing in italiano vuol dire qualcosa come L’incrocio degli animali, ma non bisogna pensare ad allevatori alla ricerca della razza migliore o a scienziati pazzi che creano nuove specie in laboratorio: quello semmai sarebbe Animal Breeding. “Incrocio” è proprio in senso stradale: tu cammini e per la strada incroci, incontri, numerosi animali. Il gioco, sviluppato in Giappone e uscito il 14 aprile 2001,  in originale si chiama Dōbutsu no mori (どうぶつの森 , letteralmente “Foresta degli animali”).

Se per il poeta inglese John Donne “nessuno è un’isola”, qui, al contrario, ognuno ha un’isola. Il giocatore, infatti, è l’unico umano che vive su un’isola popolata da animali antropomorfi. Il gioco (che fa parte della sottocategoria dei life simulator) non ha un obiettivo definito. Il giocatore (che può creare il proprio avatar personalizzabile) viene incoraggiato a passare più tempo possibile sull’isola, a socializzare con gli abitanti, piantare fiori e alberi, collezionare insetti, ampliare la propria casa, costruire infrastrutture (si potrebbe utilizzare come mezzo di disintossicazione per i fanatici delle Grandi Opere Inutili, che farebbero meno danni costruendo ponti su stretti o bucando montagne nella realtà virtuale anziché in quella effettiva). La cosa interessante (che ha spinto Arianna ad appassionarsi al gioco) è che si può dare un nome all’isola (Arianna ha scelto Casoretto, tanto per ribadire le proprie radici) e agli edifici che vi si costruiscono, e soprattutto che si può interagire con gli animali e insegnar loro frasi e tormentoni. E qui Arianna ha scatenato il lato demenziale che ha ereditato da ambedue i genitori, indottrinando i malcapitati (che, come tutto il gioco, sono anglofoni) con tormentoni, frasi di lessico famigliare, veri e propri nonsense. Così capita di incontrare vezzose paperelle, galletti sbruffoni, cagnolini inquietanti che recitano nei loro fumetti frasi quali Ao burino demmerda, Come on it’s sticazzi time, menchia, o anche culatello. 

Il gioco offre la possibilità di connettersi ad altri giocatori, scambiandosi visite sulle rispettive isole o anche animali (quelli degli amici di Arianna recitano tormentoni un po’ più politicizzati, da Defund the police Black lives matter). Esiste persino un’applicazione, chiamata Twitch, che consente di trasmettere in diretta Facebook una sessione di gioco (funziona anche con altri videogiochi di vario genere). Questo particolare modo di socializzare ha molto aiutato Arianna e i suoi amici a gestire questi mesi di isolamento forzato.

Sulle prime, non si capisce cosa possa spingere dei giovani a passare ore a vedere le avventure di un avatar virtuale di un’amica impegnato a visitare un’isola con animali parlanti, o a massacrare zombie o altro. Poi penso al livello medio dei programmi televisivi e li capisco molto meglio. Paragonata a un talk show italiano (o anche al dibattito presidenziale Trump -Biden, per rimanere negli States), una sessione di Animal Crossing è poesia pura.