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Posted by on sabato, novembre 20, 2021 in Pillole di Blog |

Nanobusiness

Conoscevo una donna che mi stava piuttosto antipatica. La pandemia ha diviso, per fortuna, le nostre strade. Ogni tanto la vado a cercare sui social e seguo, per maligna curiosità, la sua involuzione ideologica da generica New Age a perfetta complottara, rigorosamente anti-vaccini e contro il Green Pass. Ora pratica massaggio sportivo/decontratturante e riflessologia cinese (con fattura). Ha cominciato anche a postare video promozionali in cui magnifica le virtù di un prodotto di cui non sospettavo l’esistenza, i kit di protezione dal 5G a base di nanoprocessori.  A quanto pare, è un business molto di successo in certi giri complottisti.  Già da cinque anni fa furore “il primo nanoprocessore made in Lombardia”, un adesivo di 16 millimetri con bottoncino rosso che si applica sullo smartphone e scherma le radiazioni maligne (disponibile anche nei colori della vostra squadra del cuore). Si possono anche portare attaccati con una spilla da balia a una collanina (essendo muniti di apposito foro), “nella testa” e persino sotto i piedi, nei calzini o attaccati con lo scotch. Per soprammercato, la mia conoscente spaccia anche una crema con delle qualità particolari, che fa non dico lo stesso effetto dei nanoprocessori ma quasi. Il kit contiene anche dei cerotti (che si applicano nelle restanti parti del corpo) e promette non solo protezione ma anche forza muscolare. Che dire? Il mondo è bello perché vario e c’è gente che per opporsi a una tecnologia di cui non sa nulla (5G) si affida ciecamente a un’altra tecnologia di cui sa altrettanto, cioè niente. Per metterla sul fantasy, una bella battaglia tra i nanopromessori e i loro storici avversari, gli elfoprocessori.