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Posted by on domenica, maggio 16, 2021 in Midrash |

Omaggio a Bob Dylan: Commentario alla Desolazione (prologo)

In vista dell’ottantesimo genetliaco di Bob Dylan, riproponiamo una serie di articoli – debitamente rivisti e corretti -a cura di Giorgio Guelmani, già pubblicati sul blog nel corso del 2017.

Antefatto: lunedì 24 maggio Bob Dylan, alias Robert Allen Zimmermann, compirà 80 (ottanta) anni.

Nell’ottobre del 2016 il Nostro, già settantacinquenne, ricevette il Nobel per la letteratura. In qualche modo un evento temuto e atteso, almeno fin dal 1997, quando il Nobel a Dario Fo aveva dimostrato che l’Accademia di Stoccolma aveva una visione estesa del termine “letteratura”. Furono in molti, allora, a dire La prossima volta lo danno a Bob Dylan, chi auspicando e chi deplorando. (Dove siamo andati a finire, signora mia … ). Come si è visto anche dalle reazioni di molti intellettuali italiani, scandalizzati all’idea del sommo premio a un “menestrello”.

Col consenso della titolare del blog, ho deciso di omaggiare Dylan proponendo un commentario a una delle sue canzoni più famose ed enigmatiche (e, come vedremo, con una politicità tutta sua), Desolation Row. La canzone risale al 1965, ed è la traccia conclusiva del suo sesto album in studio, Highway 61 Revisited. La versione su disco dura 11 minuti e 21 secondi: una vera e propria maratona, tenuto conto che si tratta di una ballata “tutta testo” (c’è solo un assolo di armonica tra la penultima e l’ultima strofa), un po’ come La Locomotiva di Guccini (che si ferma a 8 minuti e 17 nella versione del 1972). Dal punto di vista musicale è assai semplice, basandosi su soli 3 accordi di chitarra in maggiore (Re, Sol e La) con un passaggio di Re4 tra una strofa e l’altra. Alla portata, quindi, di ogni chitarrista dilettante, purché abbia buoni polpastrelli.

Si tratta di una vera e propria ballata, senza ritornello, dieci strofe di 12 versi ciascuna. A loro volta, i dodici versi sono divisi in tre quartine con la struttura di rime ABCB. Il dodicesimo e ultimo verso di ogni strofa contiene le parole del titolo “Desolation Row” (che, quindi, rima tre volte con go, e una ciascuna con show, raimbow, ago, blow, know, flow, no): un effetto di richiamo continuo del titolo presente anche in altre canzoni dylaniane, come It’s all over now baby blue, Walls of Red Wing Black Diamond Bay.

Come si vedrà dalle prossime puntate, che saranno dieci come le strofe della ballata e appariranno sul blog nei prossimi giorni, Desolation Row è leggibile a più livelli e suscettibile di una miriade di interpretazioni. Non è escluso che si tratti (come la più famosa Mr Tambourine Man) di un delirio lisergico. O, come diceva Woody Allen a proposito del poeta irlandese Sean O’Shawn, per capire l’opera dell’autore ci vuole una conoscenza molto profonda della sua vita, quale, secondo gli studiosi, neppure egli ha avuto mai.

Incoraggiato dall’esempio di grandissimi come Alessandro Portelli – che ha dedicato un intero libro alla post-apocalittica A Hard Rain’s a Gonna Fall, mi cimenterò in una mia traduzione e interpretazione puntuale. Va precisato che Desolation Row ha avuto almeno tre traduzioni italiane – tutte studiate per essere cantate, quindi in rima e ritmo – alle quali farò spesso allusione e ricorso. La prima è quella di Fabrizio De André con la collaborazione di Francesco De Gregori (la chiameremo in sigla DADG), fatta nel 1974 per l’album Canzoni col titolo Via della Povertà. La seconda è quella di Tito Schipa Jr (da qui in avanti TSJ), intitolata Calle Desolazione, realizzata nel 1990 per il libro in tre volumi Bob Dylan Mr Tambourine. Tutte le canzoni e le poesie, edito da Arcana. La terza è quella di Francesco De Gregori (in realtà una rivisitazione di quella con De André, perciò la chiameremo RDG, Riveduta De Gregori), intitolata ancora Via della Povertà e inclusa nell’album Amore e furto – De Gregori canta Bob Dylan (2015).