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Posted by on sabato, giugno 1, 2019 in Wurstel |

Passare dai frati

Quando uno è molto fortunato, a Terni si dice Ma che, sei passato dai frati? L’espressione non è innocente come parrebbe a prima vista: per intenderci, non vuole suggerire che i frati, per la loro virtù o santità, trasmettano buona sorte a chi li frequenta. Bisogna ricordare, infatti, che, nel crudo linguaggio del popolino (ma oggi l’associazione è comune e generalizzata) fortuna e culo sono strettamente correlati. C’è una spiegazione antropologico -culturale, riportata dal linguista Ottavio Lunati: i glutei sono simbolo di femminilità, sesso, fecondità, attrattività, felicità (che, etimologicamente, significa fecondità). Le parti anatomiche collegate alla riproduzione (quindi non solo il sedere, ma anche il fallo e la vagina) hanno un valore vitale così alto che sono usate simbolicamente come forze apotropaiche per allontanare il dolore, la magia, il male, il malocchio: dunque, aver culo significa aver fortuna. Tant’è vero che sinonimo di sfortuna è sfiga, ovvero privazione di un organo sessuale. Riprendendo il filo del detto ternano: perché passare dai frati porta fortuna? Perché – letteralmente – ti fanno un c**o così. Il popolo ha, in effetti, un rapporto ambivalente con i frati, in specie quelli degli ordini più peregrinanti: ammirati, invidiati, temuti. La loro saggezza trascolora spesso in furbizia e avidità; la loro carica di umanità e la vicinanza – anche fisica – alla gente più umile sconfina spesso nella bulimia sessuale. Un proverbio di Trevico (Avellino) recita Venn’ nu mon’ch ra Grotta / Vol’ quer’ ca tien sotta / S’ nun g’ ru vui rà / S’ mett’ a iastumà (Viene un monaco dalla grotta / vuole quello che ci hai sotto / se non glielo vuoi dare / si mette a bestemmiare. Più centroitaliano (abruzzese) il detto Lu mòneco re lu comènde re meglière ne tène trènde (il monaco del convento di mogli ne ha trenta). Il detto ternano fa sospettare che i frati, almeno da quelle parti, amassero soprattutto la penetrazione anale, indifferentemente con uomini, donne e bambini, a prescindere dal consenso. Da cui un allargamento del sedere, e quindi la fortuna.

Alla luce di quanto l’arguzia popolare ci suggerisce sui frati, risulta quanto meno inquietante la rilettura di un passo dei Promessi Sposi. Nel Capitolo settimo, infatti, Agnese incarica un ragazzino del paese, il dodicenne Menico, di passare dal padre Cristoforo per una certa commissione.

Il padre Cristoforo, quel bel vecchio, tu sai, con la barba bianca, quello che chiamano il santo…

“ Ho capito, ” disse Menico: “ quello che ci accarezza sempre, noi altri ragazzi, e ci dà, ogni tanto, qualche santino.”

A difesa del Manzoni (che sicuramente intendeva la cosa nel modo più innocente possibile) bisogna dire che aveva risciacquato i panni in Arno, e non nella Nera …