Crea sito
Pages Menu
RssFacebook
Categories Menu

Posted by on domenica, marzo 3, 2019 in Racconti |

Stagioni – Estate

Continuiamo a ospitare nel blog i contributi delle amiche dello storico gruppo di scrittura La Pluma. Carla Manci ci propone il terzo racconto della sua serie dedicata alle stagioni (il primo, Inverno, pubblicato il 17 febbraio; il secondo, Primavera, il 24 febbraio). Buona lettura!

Estate

Sandali lasciati al sole, mezzo insabbiati, corrosi dal sale, senza più una definizione di colore. O luce o ombra. O sonno o sogno. Nelle mezze misure non ci entri. Tra le dita hai il piombo del cuore. L’hai levigato per farlo splendente, che non si dica che in qualche modo anche il buio non brilli…

Certe notti abbagliano, soprattutto d’estate fra il caldo, il sudore e un pensiero che non muore. Come faccio a perdonare se ho tradito me stessa, le mie convinzioni, le certezze, la risoluzione piegata da tanta fragilità, da un sottile stato di necessità. Le mezze misure mi spezzano a metà, come i compromessi. Ma ora non so più cosa è giusto o sbagliato, chi ha commesso il peggiore reato, l’altrui istinto o il mio cuore spezzato dall’aver perso me stessa.

Gli occhi, li socchiudo per vedere meglio, per sopportare la luce. Mi sono fatta il processo, ero giudice e giuria, non mi sono difesa perché costava troppo un avvocato che potesse sposare la mia causa. Avevo torto, avevo ragione. Erano dettagli che non avrebbero cambiato il corso della storia. La condanna è stata guardare in faccia la realtà per una settimana intera senza pubblicità, senza televendite, senza interruzioni. Mi addormentai per noia…

Per questo poi gli occhi me li hanno fatti tenere bene aperti per completare a dovere la condanna.

A me bastavano i sussurri del mio cuore perché è li che sono scritti i codici dell’onore ma questo processo si basa su ragioni oggettive, fatti che in realtà neanche conosco, storie per cui mi è proibito immaginare qualunque finale, pena altra e ancora realtà. Non posso neanche appellarmi alla clemenza della corte perché ho perso la bellezza, il coraggio, la compassione… ma signor Giudice quella era la mia vita, l’unica che al momento avevo a disposizione.

Resto a guardare il mio paese fatto di vene, di palpiti, di starnuti, di cose da niente, di cose di vita, di cuore, di fegato, sentimento e coraggio… Restare a guardarlo mentre un evento qualunque lo scuote, lo minaccia, lo brucia, lo riduce in cenere. Ma anche da lì ripianto quei codici d’onore che non invecchiano mai, lo faccio per automatismo e un po’ per scelta, per abitudine e convinzione. Forse il finale lo ricordo, lo riconosco, devo averlo già visto su qualche giornale.

Ma il giornale ahimè, è finito in cenere come il paese così riarso che alla mia memoria appariva un impero. Era solo un crocevia con un accampamento di poche persone che ho provato a conoscere, costruire e demolire perché semplicemente volevano andare per altre strade, che importa che io le avessi messe sul mio cammino fino a perdere l’orientamento, dimenticare la destinazione. Dove volevo andare, era scritto da qualche parte, avevo magnifiche mappe ma l’incendio la ha bruciate
e in fondo ho viaggiato, ho corso così forte che ora mi devo fermare. Signor Giudice lo vuoi proprio sapere, è stata una gran vita la mia ultima vita. Passerò l’estate a fantasticare su cosa posso diventare senza aspettarmi che nessuno poi ci voglia abitare… nelle tasche porto solo cenere, le mie tasche sono sempre bucate e quando il cerchio si chiude mi ritrovo sempre a casa.

Forse la gente se n’era andata ai primi colpi di arma da fuoco… Eppure la coda dell’occhio non aveva visto né crinoline in fuga né uomini urlanti. Mi giro, guardo meglio, e le case non sono più case ma quinte, scenografie per un vecchio film americano. Vedo adesso che il mio valoroso opponente era solo un bersaglio di cartone e la mia pistola con il manico in madreperla solo il sogno di una comparsa buffone. Getto la maschera per il mio addio, sono lo scherno di dio. Fai di me il tuo rimpianto e lascia che l’esercito e i suoi più umili servitori possano rimpatriare, in fondo i cinici lo ripetono al vento che niente dura. Ti regalerò un libro con immagini di dei, potrai così appagare il tuo desiderio d’infinito. E adesso lasciami piangere questo pungere del vento. Il dolore ci rinnova la vita come la gioia la colora.