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Posted by on sabato, luglio 11, 2020 in Scuola e dintorni | 1 comment

Un’offerta che non si poteva rifiutare

Scusate la prolungata latitanza del blog, ma ho avuto da fare. Poiché, come tutti sanno, insegno al biennio delle superiori, normalmente riesco a evitare l’esame di Stato. Come commissari (interni o esterni) prendono in genere i docenti del triennio; per fare i presidenti di commissione bisogna fare apposita domanda che mi astengo scrupolosamente dal fare. Ma quest’anno, causa pandemia, tutto è stato diverso. Fin dall’inizio di giugno, si era capito che nessuno era al sicuro e che per l’incarico più temuto, quello di Presidente, tutti erano potenzialmente mobilitabili. E così, nel pomeriggio del 10 giugno, poco prima dell’inizio dell’ultimo scrutinio on line, che in teoria avrebbe dovuto essere l’ultima incombenza dell’anno scolastico, ecco arrivare la fatale mail del Provveditorato.

Precettata. Come Presidente di Commissione. Attimi di terrore puro. Ce la farà mai? E tutte le incomvbenze burocratiche? E le responsabilità? E tutto quello che può andare storto? E i ricorsi? Poi ho riflettuto. Quest’anno non ci sono gli scritti, tutte le Commissioni sono interne, durerà appena due settimane. Per rifiutare occorre darsi malati, il che significa, nell’anno del COVID, quarantena e isolamento domiciliare.

Mio marito, bieco economista, va subito a cercare la tabella dei compensi. Anche al netto delle trattenute, è una mezza mensilità in più, tutti soldi benedetti in un anno di crisi economica. Insomma, una proposta che non si poteva rifiutare. E così non la rifiutai, la sventurata rispose.

Per fortuna, la scuola non era lontana e conoscevo già qualche collega. Ho studiato cvon cura le Ordinanze Ministeriali come se fossero il manuale di funzionamento di un elettrodomestico. Ho stilato e verificato tonnellate di autocertificazioni, indossato e tolto mascherine, accertato che nessuno nelle due Commissioni sotto la mia presidenza fosse parente o affine di nessuno studente. Ho partecipato a una caotica riunione tecnica di tutti i presidenti della provincia, convocata dal Provveditorato. Ho scoperto con gioia che non esisteva più l’allucinante Conchiglia, il software di redazione dei verbali che era l’incubo di tutti i presidenti e segretari.

Alla fine, adempiute le indispensabili incombenze, l’esame si è riassunto in quaranta colloqui di mezz’ora ciascuno, in cui sono sfilate tutte le ben note tipologie di studenti. Più spaventati del solito, impacciati ma contenti di riprendere un minimo di scuola “in presenza” dopo quasi quattro mesi di clausura.

E poi le rassicuranti castronerie dei candidati, quelle che gli insegnanti si raccontano per anni. Quello che parla del Patto Pacifico, sbagliando di oceano. Quello che, rispondendo a una domanda sul Biennio Rosso e parla dello PSAI. Un po’ arrugginita dalla didattica a distanza, mi ci vuole un intero minuto prima di capire che non sta parlando di fenomeni paranormali PSY, ma del Partito Socialista Italiano (PSI, pronunciato con sfoggio d’inglese degno di miglior causa). Lo studente bravissimo che prende un meritato Cento e Lode, e il bocciato (l’unico) che dice sprezzantemente che tanto farà il calciatore.

Gli unici due commissari uomini che fanno a gara a chi è più maschilista. In zona Cesarini trionfa il più anziano, che dà fuori da matto perché non vuole dare il bonus a uno studente. Messo in minoranza, minaccia di chiamare l’Ispettore (l’Ispettore Generale di gogoliana memoria? Conoscendo il tipo, più probabilmente l’Ispettore Clouseau).

Alla fine, nonostante lo stress e tutto, è stata una bella esperienza. Valeva la pena, non solo per la paga (che deve ancora arrivare). Dopotutto, a quanto pare a settembre si torna a scuola in presenza (come esattamente non lo sappiamo) e riabituarmi a uscire di casa mi ha giovato.

 

1 Comment

  1. Ciao Tiziana,
    ti mando il mio tradizionale resoconto semiserio degli esami 2020,
    un’usanza interna del gruppo di matematica.

    Spieghiamo ai lettori che c’è stato un tempo
    nel quale all’approssimarsi delle commissioni d’esame scattavano
    le scommesse: in quale bislacco istituto religioso manderanno la Barbara?
    Dal Maria Consolatrice al Reginae Mundi, dalle Marcelline
    all’Istituto Ebraico, i miei non erano esami ma pellegrinaggi!
    Poi mi sono secolarizzata, dal paritario Leopardi
    (laico ma con molti crocifissi) all’ITIS Marconi di Gorgonzola,
    fin anche nel cuore dei nostri amici-rivali del Virgilio e
    all’IPSIA di Cernusco: sempre
    comunque per coppie abbinate “dalle stelle alle stalle”.

    Questi resoconti avevano una loro struttura, quasi un genere
    letterario con un suo stile: ma quando sono interna come fare?!
    Inutile che vi descriva l’edificio della scuola,
    il quartiere, per non parlare del capitolo descrizione bagni.

    Ma accetto la sfida letteraria e vi vado a descrivere l’impressione
    di entrare nell’edificio, dopo questi lunghissimi mesi di lontananza,
    dall’ultimo cancello in fondo davanti alle aulette (poiché ogni
    commissione sgattaiolava dentro da una differente entrata e ogni
    ingresso di sicurezza è stato sfruttato allo scopo).
    Non so se avete mai visto dei filmati che simulano cosa succederebbe
    se gli uomini di colpo sparissero, ecco mi è sembrato di essere
    in uno di questi filmati! Se volete una metafora più letteraria,
    pensate al brano della vigna di Renzo nei Promessi Sposi.
    La vegetazione spontanea erbacea, plebea, si è impunemente impadronita
    dell’aiuola delle nobili ed altezzose rose ed incontenibile ha invaso
    il vialetto, di cui ancora vagamente si intuisce il percorso:
    il quarto stato che abbatte la Bastiglia e sovverte l’ordine imposto!
    Come alcuni ricordano, quando la collega Lombardi presentava
    il progetto sull’ambiente e per la cura del giardino, io partecipavo
    con entusiasmo nel ruolo della bassa manovalanza, cioè praticamente
    con le mie classi partecipavo costituendo bande di improvvisati netturbini
    che setacciavano il giardino, tanto che per diverso tempo molte
    colleghe quando vedevano il giardino sporco se ne lamentavano con me…
    “ma non ti vergogni a lasciarlo così, non è ora che lo pulisci!”; ebbene
    già allora non vi dico cosa trovavamo, sia di inanimato sia di vivo!
    Ecco, ora ho immaginato sotto un mondo a sé stante, un popolo di insetti
    e roditori che costruisce le proprie metropoli utilizzando i
    nostri rifiuti. Alzando lo sguardo invece è l’avanzata dei rampicanti,
    un trionfo di edera e vite canadese, a catturare la vista con un effetto
    liane della giungla reso ancora più veritiero dalle grida dei
    pappagallini che danno quel tocco di esotico in più.
    Ma dentro….oohh oohh!
    Come si è dentro tutto è lindo e disinfettato, sanificato come s’usa
    dire ora, con il personale munito di mascherine, guanti, camice
    bianco e perennemente armati di spray detergente: un segretissimo
    centro di quelli che nei film, nascosti in posti inaccessibili
    nel centro della giungla, covano chissà quali innominabili esperimenti.
    Io comunque sono grata all’istituto super sozzo che abbiamo conosciuto
    per anni, con il pavimento cosparso di terra che ci si poteva seminare,
    solcato da matasse di peli e capelli, dei banchi “puliti” con lo stesso
    straccio e la stessa acqua (che durava settimane!) dei pavimenti e
    dove le macchie in bagno duravano così a lungo da costruire mandala
    artistici e dove la polvere di gesso uniformava il colore delle cose;
    ebbene sono grata a questi anni di allenamento a considerare
    le mani dopo una giornata scolastica come armi chimico-battereologiche
    quindi a resistere ad ogni tentazione di toccarsi il viso e a costruire
    l’abitudine istintiva di lavarsele ben bene.

    Ma veniamo agli esami.
    Inizialmente un po’ di tensione in effetti c’era per l’attenzione ai
    protocolli e le mascherine che sono un segno visibile ed immediato
    che marca la non normalità, ma poi l’essere fra noi e la voglia di essere
    operativi ha fin da subito messo in moto, in modo corretto e ragionevole,
    la macchina degli esami. Ma occorre fare una premessa sulla mia classe.
    Questa masnada di sciagurati filibustieri (che io ho da 5 anni, due
    anche da sei, due anche da sette!) è l’ultima classe di seconda
    lingua tedesco, la fine di una parabola che in dieci anni ha visto
    una sezione di eccellenze venir usata come il rifugio dei più disperati
    casi umani e disumani di tutto l’istituto: sarebbe stata dura liberarcene
    anche senza pandemia, ma ce l’abbiamo fatta. Nonostante la sfortuna
    del sorteggio, che ha lasciato per ultimi proprio alcuni casi più
    delicati, siamo riusciti a concludere
    senza crisi, anzi alla fine erano giustamente ben tesi e il timore
    dell’esame ha fatto uscire il loro meglio…il presidente “ma perché
    sei così teso? Sono i tuoi prof!”…appunto! Parole da galera ci siamo
    detti nel corso degli anni, un rapporto estenuante e sanguigno che
    non ricordo per nessun’altra classe e che mi è difficile riassumere
    in poche parole, quindi le prendo in prestito da Catullo che nel suo
    carme 85 dice:
    “Odio ed amo. Come possa accadere, mi chiedi forse.
    Non lo so, ma sento che succede e ne sono dilaniato.”
    La formula dell’esame, dovendolo ridurre ad un solo orale, a
    me è piaciuta e anche la necessità di dover stare nei tempi è
    stata alla fine un’ottima cosa per evitare quelle giornate estenuanti,
    finiva che gli esami erano una prova fisica non intellettuale!
    La difficoltà dei collegamenti? Ma sì, se si vedeva uno stallo
    si dava un suggerimento, noi poi avevamo una nostra carta
    vincente: Jesse Owens. Dopo pochi orali abbiamo capito che per 19
    volte avremmo dovuto sentirci la storia del film Race-Il colore della
    vittoria per il clil di educazione motorie, così quando eravamo
    in difficoltà scattava l’invocazione, vista anche la disposizione
    circolare dei nostri banchi, alla fine abbiamo sfiorato la seduta
    spiritica. Altro passaggio obbligato la descrizione dell’esperienza
    al teatro Elfo-Puccini svolta in terza: un incubo che avremmo
    voluto seppellire. La coordinatrice aveva loro imposto di sforzarsi di
    trovarci qualcosa di positivo, ma bastava che il presidente facesse
    una qualsiasi piccola domanda che … “ah, sì sì in effetti questo
    spettacolo mi era piaciuto…ma era lungo due ore, che poi c’avevo messo
    la guida quindi me ne sono andato”, “si figuri che oltre a portarci
    a teatro, pure alle prove dovevamo andare!”…Angela fumava come un
    toro che vede rosso e io rimembravo le seste ore passate a cercare
    di aiutarli per il compito di costruzione di una simulazione di budget
    teatrale mentre loro si ingozzavano di panini al salame:
    “che prof, noi avremmo preferito mangiare a teatro che anche
    le poltroncine son belle comode ma non ce lo permettono!”.
    Va bè, è andata, ora andranno per il mondo…letteralmente!
    Il presidente ha capito subito che la domanda “come proseguirai gli
    studi?” era mal posta, qualcuno ha pure esplicitamente affermato
    “Studiare?! In questi cinque anni ho capito che non fa per me”…
    così il più tonto entrerà in polizia, avremo igieniste dentali,
    attrici di cinema ma famose, ballerine, vado a lavorare purché
    mi prendano, voglio lavorare coi bambini, solo in tre casi ci sono
    ambizioni accademiche in economia, in criminologia e in psicologia
    “perché ho capito che nel futuro prossimo gli psicologi avranno
    molto da lavorare”…come darle torto!

    Ma una cosa è stata differente da tutti gli altri esami: i saluti
    e i ringraziamenti che in alcuni casi, proprio da parte dei più
    problematici, sono stati un momento di vera commozione
    inaspettata; parole non convenzionali con gli occhi lucidi e
    le parole rotte per trattenere un pianto di riconoscenza profondamente
    sentita che ha raggiunto il suo massimo nelle parole di E.L.
    “…voi sapete tutti la mia situazione, non c’è bisogno che dica i motivi,
    ma vorrei ringraziarvi tutti, non siete solo dei bravi prof nel
    vostro mestiere ma delle belle persone che mi hanno dato
    tantissimo…”, e ci siamo tutti veramente commossi.
    Anche il presidente da esterno ne è rimasto molto colpito.
    Ultima nota di costume. Noi li abbiamo fatti salire uno alla volta,
    con mascherina negli spostamenti, belli spalmellati di gel, niente
    strette di mano, ma appena fuori oltre il cancello: è qui la festa!
    Il resto della classe aspettava fuori sulla strada, assembrata sotto
    i pochi spazi d’ombra, con bottiglie di spumante e coriandoli.
    Un po’ li capisco e devo dire che non hanno neppure ecceduto, ma
    dopo tutte le ore di insegnamento sul rispetto per l’ambiente, lasciare
    il tratto di strada pieno di bottiglie, bicchieri di plastica
    e immondizia varia!

    Ma è il momento dei saluti e degli auguri per una serena estate,
    ma alcuni di noi avranno ancora l’impegno degli esami preliminari
    e altri saranno coinvolti nella progettazione della ripresa a settembre
    che si preannuncia tutt’altro che semplice viste le difficoltà
    di spazi e di tempi…potremmo costruire una scuola relativistica!
    ..un piccolo buco nero che fa da grossa massa sotto nei locali
    sotterranei, così da curvare talmente lo spazio-tempo all’interno delle
    aule da creare delle specie di marsupi in gran numero dove posizionare
    gli studenti belli distanziati in molti mondi in dimensioni
    parallele…forse…

    Buona estate a tutti!
    Barbara