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Posted by on sabato, marzo 21, 2020 in Mentre Vivo |

Voglia di pseudoepigrafia

L’avrete letta anche voi la poesia che fa furore in Rete. Quella che comincia con E la gente rimase a casa / E lesse libri e ascoltò / E si riposò e fece esercizi / E fece arte e giocò / E imparò nuovi modi di essere / E si fermò … (prosegue per altri venti versi, ma ho reso l’idea). Tale poesia circola con l’anodino titolo Poesia scritta durante l’epidemia della peste nel 1800 (un po’ come se Eco avesse intitolato Il nome della Rosa Storia di monaci morti ammazzati nel Medioevo scritta nel 1980). La poesia viene attribuita a una tale Kitty O’Meary, nata nel 1839 e morta nel 1888. Quelli del benemerito sito Bufale.net hanno ricostruito la storia

https://www.bufale.net/la-bufala-della-poesia-scritta-durante-lepidemia-della-peste-nel-1800/

La faccenda è complicata e coinvolge una Kathleen O’Meara, scrittrice franco -irlandese effettivamente vissuta tra il 1839 e il 1888 (ma che scriveva sotto lo pseudonimo di Grace Ramsay), e tre contemporanei viventi: lo scrittore indiano Deepak Chopra, il primo a citarla su Facebook il 16 marzo (ma diceva di non sapere chi fosse l’autore), la poetessa statunitense Kitty O’Meara e la giornalista free-lance italiana Irene Valla. Queste ultime due rivendicano entrambe la maternità della poesia e probabilmente (virus e distanze permettendo) la vicenda finirà in tribunale.

Più che altro, mi interesserebbe capire perché un testo scritto letteralmente l’altro ieri venga attribuito a una sconosciuta autrice dell’Ottocento. Forse per rimarcarne la potenza “profetica”? Molti, anche laureati, pensano tuttora che “profeta” nel senso biblico, sia equivalente di “indovino” o “futurologo”, e scambiano Geremia con Nostradamus. Ma c’è stato anche il caso, che ogni tanto riemerge anche su siti insospettabili, della poesia di Lawrence Ferlinghetti (1919 – vivente), attribuita falsamente a Pasolini (1922-1975). La bufala, lanciata da un personaggio squalificato come Alessandro Meluzzi, si concretizza in post con il faccione di Pasolini, seguito dalla poesia Pietà per la nazione, applicata come il prezzemolo a qualsiasi commento politico o di costume. In realtà la poesia si chiama Pity for the Nation, e fu scritta da Ferlinghetti nel 2007. La poesia critica l’ottuso nazionalismo dell’America ai tempi di Bush junior, ma, con una strana piroetta, Meluzzi e i suoi epigoni la sfruttano per dimostrare, chissà come, che “Pasolini era sovranista e nazionalista”. Leggetevi quest’altro link per godervi come i Wu Ming smontano la bufala:

https://www.bufale.net/la-bufala-della-poesia-scritta-durante-lepidemia-della-peste-nel-1800/

Più innocua, e risalente a oltre dieci anni fa, l’attribuzione a Pablo Neruda (1904-1973), della poesia Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, che invece è di Martha Medeiros (brasiliana, nata nel 1961).

In conclusione, mi pare che, silenzioso ma implacabile come un virus, il vizio della bufala si stia espandendo a macchia d’olio. Ed è lontano il tempo in cui credevamo, ingenuamente, che gli untori fossero solo i nostri nemici politici (i troll di Putin, gli hacker cinesi, la Bestia di Morisi e Salvini), e vittime solo gli “analfabeti funzionali”, gli elettori dei Cinquestelle o quel sottomondo che crede nelle scie chimiche o nella terra piatta. Noialtri, invece … A quanto pare, è la dinamica stessa della vita in Rete che spinge ciascuno di noi a credere a qualunque cosa, e a farsene evangelista entusiasta senza riflettere.

In particolare, questa voglia di trovare un autore del passato a cui attribuire un testo recente ha un nome preciso e dotto: pseudoepigrafia. Specialmente nell’antichità e nel Medioevo, era costume diffuso attribuire scritti ad autori illustri di secoli prima: da cui i vari pseudo-Dionigi, pseudo-Plotino, la Grande Etica dello pseudo-Aristotele, inni omerici mai scritti da Omero, e un sacco di apocrifi dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Strano che la cosa si replichi ora, quando in teoria, con due click, avremmo a disposizione tutto lo scibile mondiale accumulato nei secoli. Forse, al posto del kantiano Sapere aude!, noi postmoderni abbiamo adottato il motto di X-Files: Voglio credere.