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Posted by on domenica, settembre 9, 2018 in Scuola e dintorni |

Ci ha rovinato Ungaretti

Io – disse a un tratto lo sconosciuto – sono anche un poeta disgraziato.

– Un poeta disgraziato? E come mai?

– Non so fare le rime.

– Poco male. Faccia versi sciolti.

– Non so fare neppure i versi sciolti.

– Non fa niente. Quando ci sono i concetti poetici, si può fare anche della poesia in prosa.

– Purtroppo a me mancano i concetti poetici.

(Achille Campanile, Ma che cosa è quest’amore?).

Il libro da cui è tratta questa citazione è del 1927. Secondo alcuni si tratterebbe di un omaggio ad Aldo Palazzeschi, come dimostrerebbe la poesia che il “poeta disgraziato” recita, su invito del proprio interlocutore:

L’Amore è una gran commedia

che si recita in due o tre personaggi,

i quali sono contemporaneamente attori e spettatori

parapà, parapà, parapà!

Tarzùn, tarazùn, tiritò

piricòccolo, trallallà

tiritì, tiritì, biribò,

parapà, parapà, parapà! … e così via. (Confronta Lasciatemi divertire!, di Palazzeschi appunto, coi suoi Cucù rurù, rurù cucù, cuccuccurucù).

Mi vien da pensare che, quel che nel 1927 era un paradosso comico, oggi è la norma: quel che passa per “poesia” è il più delle volte senza rima, senza ritmo e senza concetti poetici. Non sono un’esperta, ma leggendo su certi settimanali “L’angolo della poesia”, i contributi inviati da lettori (e soprattutto lettrici) mi paiono, al meglio, pensierini in prosa ritagliati andando a capo a casaccio, del tipo Da quando mi hai lasciato / mi sento come / un rubinetto / che perde. Se penso che, secoli fa, il popolino del contado, nel centro Italia ma non solo, sapeva improvvisare endecasillabi e si cimentava in dispute in ottava rima, mi pare che abbiamo perso molto, come una capacità che si sia atrofizzata.

E Ungaretti che c’entra? Solo una mia esagerazione, ma mi pare che siano stati lui (e soprattutto i suoi epigoni e imitatori) a dare cittadinanza a una poesia troppo sciolta da qualunque regola e vincolo, regole e vincoli che sono gabbie da rompere ma anche strutture che dànno forma a un’opera. Giocando senza regole all’inizio ci si diverte, ma prima o poi finisce che tutti si buttano addosso alla stessa palla e vince chi tira più calci.

Insomma, Ungaretti se lo poteva permettere di fare versi sciolti perché gli venivano perle come M’illumino / d’immenso oppure Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro / Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto. Altro conto è scrivere liste della spesa o vaghe descrizioni della natura. Almeno ci provassero con gli haiku, che hanno il vincolo del numero delle sillabe (cinque – sette – cinque).  Dice mio marito che la bandiera della rima e del ritmo, gettata nel fango dalla poesia ufficiale, è stata raccolta dai cantautori e dai rapper. Per lui, Guccini è il nuovo Carducci, e Caparezza il Baudelaire di oggi. Mah!