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Posted by on sabato, maggio 19, 2018 in Wurstel |

Giovannino e l’etera

Pascoli era un grande studioso di greco e latino, ma nei suoi componimenti rimpallozzava tutto a modo suo, mettendoci un moralismo da piagnisteo, da far venire i sensi di colpa anche ai più scafati agnostici. Infatti, da bravo passivo – aggressivo (ricordiamoci la gelosia verso le sorelle), riusciva ad essere morbosamente truce. Tipico esempio, nella raccolta Poemi conviviali, la poesia L’etera.

Una poesia per addetti ai lavori; io l’ho studiata per il mio concorso di abilitazione all’insegnamento, ormai tanto tempo fa, quando per passare di ruolo non c’erano piattaforme informatiche, competenze e “compiti di realtà”. Una poesia estremamente triste e menagramo, come ci aspettiamo dal Nostro.

Le etere, nell’antica Grecia, erano escort d’alto bordo, che avevano la possibilità di studiare, cosa negata alla maggior parte delle donne, sia di buona famiglia che del popolo. Già possiamo attenderci che si tratti di una puttanata …

Myrrhine, la protagonista del poemetto, muore all’improvviso ancora giovane e bella, non si sa perché, e la sua anima si attarda a contemplare quello schianto di corpo appena lasciato. Com’è costume pascoliano, compare un essere vivente che batte le ali: ma non si tratta del solito uccello, bensì di una falena, simbolo della caducità della bellezza e dell’amore. Accanto al sepolcro di Myrrhine passa un gruppo di ex-clienti, che sfodera tutta una serie di cattiverie verso la defunta: solo il più anziano dice con rimpianto che la ragazza cambiava oro con rame. Certi maschi non si smentiscono mai.

Ultimo della schiera dei clienti, Eveno, che tenta di forzare il sarcofago per vedere il corpo dell’etera un’ultima volta, ma scorgendone il fantasma, fa ricadere il coperchio del sarcofago e fugge spaventato. Peggio della Notte dei morti viventi.

Myrrhine cerca la via dell’Ade, e si rivolge a due anime “perbene”: una fanciulla pura e una madre di famiglie. Queste, scandalizzate dalla peccaminosità dell’etera, le rispondono a monosillabi. Qui Pascoli introduce a forza nel contesto greco (dove le anime – dell’eroe come della canaglia – avevano tutte lo stesso destino) una forte dose di perbenismo cattolico, scordandosi di Gesù che non allontanava, ma anzi cercava peccatori e prostitute.

Subito dopo, sfreccia davanti all’etera l’anima di Eveno, morto nel frattempo, non si capisce perché (si è suicidato per il dolore? o per lo spavento è caduto in un dirupo?), che trova solo il tempo di dirle Ho fretta. Ma il meglio deve ancora venire. Nel prato antistante l’ingresso dell’Ade, l’etera scorge delle ombre esili. Sono i figli che lei ha abortito, e tengono in mano la cicuta e la segala (erbe che si usavano per favorire l’aborto).

E venne a loro Myrrhine, e gl’infanti / lattei, rugosi, lei vedendo, un grido / diedero, smorto e gracile, e gettando / i tristi fiori, corsero coi guizzi, / via delle gambe e delle lunghe braccia / pendule e flosce;  (…) tali i figli morti / avanti ancor di nascere, i cacciati / prima d’uscire a domandar pietà.

Alla fine, vengono tutti inghiottiti dall’Ade.

Non c’è che dire, un pezzo di bravura che sarebbe piaciuto ad Adinolfi e ai più beceri esponenti del Movimento per la Vita, che ogni tanto tornano a farsi vivi attaccando la legge 194. Per fortuna che è gente che legge poco …