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Posted by on domenica, luglio 14, 2019 in Fede |

La danza infernale

Una volta insegnavo anche ai ragazzi e alle ragazze del triennio. Me ne sono tirata fuori quando i carichi burocratici sono diventati eccessivi – fino a culminare nella nefanda Alternanza Scuola Lavoro – e ora seguo i più piccolini del biennio. In terza si comincia la Divina Commedia: e, quando al Canto Quarto si parlava del Limbo, gli studenti andavano in crisi. La classica crisi che coglie chiunque ci pensa: perché un Dio giusto dovrebbe schiaffare all’Inferno per l’eternità – seppure in una zona senza diavolacci cornuti e stagni di fuoco – bimbetti morti prematuramente o pacifici poeti e filosofi dell’antichità, colpevoli solo di non avere mai sentito parlare di Gesù Cristo? La cosa strana è che, prima di incontrare il testo dantesco, questi ragazzi – pur in grande maggioranza battezzati, comunicati e cresimati in chiesa cattolica – non avessero mai sentito parlare del Limbo, neanche per sbaglio. Ricordo invece che quando ero piccola io il concetto era noto e presente a tutti. A parte atei e mangiapreti patentati, tutti si affrettavano a battezzare gli infanti, nel terrore che morissero e finissero nel Limbo: succedeva a Terni come a Milano. Che si sia smesso di credere in un concetto teologico così dubbio e punitivo, non mi disturba: mi disturba più che sia avvenuto più per ignoranza che per convinzione. Così, quando papa Ratzinger nel 2007 ha dichiarato che il tradizionale concetto di limbo riflette una visione eccessivamente restrittiva della salvezza, non ha fatto altro che prendere atto dello stato delle cose, abrogando di fatto una credenza che no era mai stata elevata allo status di dogma.

Durante le lezioni, per vivacizzarle, mi capitava di intonare l’ossessiva musichetta del Limbo Rock (il pezzo portato al successo da Chubby Checkers nel 1962) – Tattatattatatta ta – Tattatattatattata ta -Tattatattatatta ta – All around the limbo world … nella speranza che qualcuno se la ricordasse, ma anche lì, reazione nulla. Evidentemente nell’incessante ciclo dei revival e delle riscoperte, non è ancora arrivato il turno della limbo dance.

Chiariamo l’etimologia: si tratta di una pura coincidenza che il nome del primo cerchio infernale e quello della danza siano uguali. Nel primo significato, limbo viene dal latino lembus, lembo o orlo (originariamente, si diceva limbo dell’Inferno, poi si è passati alla maiuscola). Il nome della danza viene invece dall’inglese caraibico: limbo (o limba) sarebbe deformazione dell’inglese limber, aggettivo che significa agile, flessibile, snodabile. Il limbo era una danza degli schiavi provenienti dall’Africa, e secondo alcuni rappresentava il ciclo della vita.

Accessorio indispensabile per la danza è la limbo bar, sbarra orizzontale piazzata sopra due sbarre verticali, un po’ come nel salto in alto. I partecipanti devono danzare passandoci sotto, senza toccarla e senza mettere le mani a terra. Tradizionalmente, si cominciava mettendo la sbarra il più in basso possibile, per alzarla poi gradualmente, a significare l’emergere dalla morte alla vita (o dalla schiavitù alla libertà). Quando la danza è diventata popolare – specialmente a Trinidad – si è rovesciata la sequenza: si parte con la sbarra ragionevolmente in alto e la si abbassa a ogni giro: chi la tocca o tocca terra con le mani è eliminato, così resta un solo vincitore. Tale dinamica è evocata nella suddetta canzone (in cui la parola limbo è ripetuta almeno venti volte, anche come aggettivo: limbo rock, limbo girl, limbo world), dove a un certo punto si dice:

Don’t move that limbo bar
You’ll be a limbo star
How low can you go
(Non muovere quella sbarra del limbo / Sarai una stella del limbo / Fino a quanto in basso puoi scendere).

Il record, secondo Wikipedia, è detenuto da Shemika Campbell (originaria di Trinidad ma risiedente a Buffalo) che nel 2010, all’età di 26 anni, danzò sotto la sbarra a posta a 21,5 centimetri.

Un terzo significato di Limbo l’ho scoperto stamattina, preparando il post. Nel 2010 lo sviluppatore danese Playdead ha realizzato un videogioco per Xbox chiamato appunto Limbo. In esso, un ragazzo si avventura in ambienti pericolosi e pieni di trappole mortali alla ricerca della sorella maggiore. Secondo lo stile prova o muori, ogni errore si traduce nella “morte” del personaggio, che, anziché in un semplice GAME OVER sullo schermo, si manifesta in animazioni raccapriccianti.

Nessuno dei tre significati del Limbo (oltretomba, danza, videogioco) sembra evocare nulla per i discenti odierni: la parola affoga proprio – è il caso di dirlo – in un limbo di indefinitezza.