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Posted by on domenica, ottobre 25, 2020 in Pillole di Blog |

Michele e i fichi

Molti sono i detti e i proverbi riguardanti i fichi, frutto dolce e conosciuto ovunque: dalle sempiterne nozze coi fichi secchi (linea guida di tutti i Ministri dell’Istruzione da decenni in qua), all’enigmatico il fico vuole avere due cose, collo d’impiccato e camicia di furfante. Né trascurerei l’esortazione di Cristoforo Poggiali (letterato e bibliotecario del tardo Settecento) Fuggi gl’impegni, e i perigliosi intrichi, se vuoi salvar la pancia per i fichi.

Ma solo a Terni, penso, sono (tristemente) rinomati i fichi che vende Michele, di cui parlava spesso e volentieri mia zia. L’espressione risale alla notte dei tempi e si riferisce probabilmente a un tal Michele, venditore ambulante nei mercati della val Tiberina, che vendeva fichi di pessima qualità. Ma la frase veniva spesso usata non solo per lamentarsi di merce avariata, ma anche per criticare qualche ordinanza o grida emessa dalle competenti Autorità e particolarmente odiosa, o incomprensibile.

Leggendo certe circolari di Dirigenti, o ordini di servizio aziendali, dove la sciatteria, l’inapplicabilità e l’involutezza fanno a gara come ciclisti in volata al Giro d’Italia, anche in queste difficili giornate mi è venuto spontaneo sbottare Ma che fichi che vende Michele!