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Posted by on sabato, febbraio 29, 2020 in Mentre Vivo |

Stop and go

Abito a Milano e questa settimana, per l’emergenza Coronavirus, le scuole sono rimaste chiuse. Sono stati solo tre giorni in più di vacanza (siamo nella settimana di Carnevale, quindi due giorni di chiusura erano già previsti), ma mi sono goduta questa vacanza come non mai. Ho potuto oziare, leggere, andare al mercato, cucinare piatti pronti, evitare di prendere i mezzi pubblici, passeggiare nel quartiere. Mi ha fatto bene, anche perché con la scuola ero arrivata a un punto di saturazione, non tanto per le lezioni frontali quanto per gli adempimenti burocratici, le riunioni, le paranoie di molte colleghe e di troppi genitori. Certo, c’è l’altra faccia della medaglia: niente cinema, teatro, concerti, palestra, musei, culto in chiesa (ma i centri commerciali restano aperti). Persino il mio giochino antistress, Pokémon Go, ha annullato (solo per Italia, Giappone e Corea del Sud) i raid previsti per la cattura di Nidorino e Gengar, temendo che provocassero pericolose concentrazioni di persone. Le due biblioteche più vicino a casa mia sono già chiuse da mesi, non per emergenza sanitaria ma per ristrutturazione. Ho dovuto annullare un viaggio programmato in Umbria da una mia cara amica, visto anche dalle sue parti si sono registrate positività al virus (per fortuna le ferrovie mi hanno rimborsato i tre quarti delle prenotazioni). Un isolamento quasi totale: per fortuna abbiamo in casa una biblioteca ben fornita. Mia cognata, assicuratrice, è stata energicamente invitata a fare smart working da casa. L’unico a uscire è stato mio marito, bancario.

Ma a Milano la gente è drogata di lavoro, e molti non hanno preso bene questa sosta forzata. Ovviamente non parlo di chi ci ha perso economicamente (massimo rispetto), ma di tutte le varianti di “Milanesi imbruttiti” che, nei tre giorni in cui è stata imposta la chiusura dei bar dopo le 18, hanno manifestato vere e proprie crisi di astinenza da aperitivo e apericena. Da queste parti, guai a fermarsi, non da oggi, e non solo a Milano. Quando, decenni fa, ero docente precaria e stavo a Treviglio dalle suore, già si notava questa compulsione a fare tutto in fretta. Me lo fece notare un’infermiera di origine abruzzese, peraltro coscienziosa ed efficiente nel suo lavoro: i pazienti andavano in paranoia se ci mettevi un minuto (anziché trenta secondi) a portare anche solo un bicchier d’acqua.

Da mercoledì l’aria sembrava cambiata: le varie Autorità, politiche e scientifiche, hanno cominciato a pigiare il pedale della rassicurazione al posto di quello dell’allarme. Rapidamente è diventato virale un video, creato dall’agenzia Brainpull (letteralmente: tiracervello) per l’Unione dei Brand della Ristorazione Italiana, condiviso da tutte le grandi testate e da molti politici. Il titolo è l’hashtag #Milanononsiferma. Per trentotto secondi scorrono a grande velocità immagini di grattacieli, il Duomo, la metropolitana, una coppia che si abbraccia, un bambino che fa le bolle di sapone, un giovane che salta sullo skateboard, una ragazza seduta su un gradino a contemplare il nulla (l’unica persona che non corre), un tizio con l’aria da manager che mostra qualcosa su un tablet a una donna che lo contempla con aria adorante, due che prendono l’aperitivo, un bambino nel parco che impara a camminare sorretto dai genitori, una modella della Fashion Week con regolamentare faccia annoiata, fisico anoressico e reggiseno giallo: infine, una tavolata di amici con cameriera sorridente che prende le ordinazioni su tablet. Il testo che scorre in sovrimpressione, accompagnato da una musica che ricorda la vecchia Milano da bere, è perentorio. MILANO – MILIONI DI ABITANTI – ABBIAMO RITMI IMPENSABILI – FACCIAMO MIRACOLI OGNI GIORNO – PORTIAMO A CASA RISULTATI IMPORTANTI OGNI GIORNO – PERCHE’ OGNI GIORNO NON ABBIAMO PAURA. MILANO NON SI FERMA. Segue serie di hashtag, in cui apprendiamo che, oltre a Milano, non si fermano Roma, Napoli, Genova, Torino, Bari, Firenze, Lodi, Trieste e persino Codogno (e quest’ultima mi sembra un po’ di cattivo gusto).

A me è parsa una disperata manifestazione di idolatria, un moderno Grande è l’Artemide degli Efesini! (vedi Atti 19), un’invocazione al Dio Lavoro da parte di fedeli a disagio perché, come avvenne ai profeti di Baal sul Monte Carmelo (I Re 18), la loro divinità non risponde (forse è in viaggio, o sta meditando, o dorme?) . Mi ha messo a disagio questa esaltazione del correre fine a sé stesso, dei “ritmi impensabili” (ma chi scrive certi testi si rilegge?), della produzione di fuffa a mezzo di fuffa. Almeno, il vecchio stakanovismo (in versione sia sovietica che american-fordista) esaltava la produzione di qualcosa di concreto: acciaio per le fabbriche o per lo sforzo bellico, beni agricoli, beni di consumo con una parvenza di valore d’uso. Ma qui, cosa si produce? Aperitivi? Cene di lavoro? E non ci pensano che forse è proprio questa globalizzazione frenetica una delle concause – oltre che di inquinamento, stress, uso di droghe per tenere il passo – della diffusione mondiale del virus e soprattutto della paranoia per il virus? Non si potrebbe approfittare di certe emergenze per ripensare tutto un modo di vivere che sta diventando insostenibile?

Questa nuova atmosfera di stolido ottimismo mi aveva fatto pensare, però, che forse lunedì avrebbero riaperto le scuole (comincio, perversamente, a sentire la mancanza persino di certe colleghe). Ma a quanto pare (per quello che ne sappiamo oggi, sabato pomeriggio) la chiusura sarà confermata anche per la settimana prossima, almeno per il Nord Italia. Non discuto la validità delle misure: quanto meno il Ministero della Sanità e il suo staff di esperti sembrano persone serie. Ma rifletto: probabilmente è proprio questo stop and go dell’informazione che aumenta l’angoscia. Un giorno è la nuova peste, un altro poco più di un’influenza. Milano non si ferma con tanto di hashtag, e poi si ferma di nuovo. Si riesce a far divenire ansiogeno persino il riposarsi. Ce la faremo ad arrivare alla Giornata Mondiale della Lentezza (prevista per il 9 maggio)?