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Posted by on sabato, settembre 14, 2019 in Fede, Wurstel |

Ma guarda che mi tocca fare

A Napoli si fa facilmente indigestione, non solo di cibo, ma anche di arte. Al Museo Nazionale di Capodimonte, che si trova in un quartiere sopraelevato un tempo chiamato I Vergini, si può passare la giornata a nutrirsi di capolavori. E a forza di guardarli, ci si fanno strane domande.

Prendiamo ad esempio il quadro qui riprodotto. Si chiama Eterno tra cherubini e testa di Madonna, ed è la prima opera documentata di Raffaello Sanzio, allora diciassettenne (1500), realizzata in collaborazione con Evangelista da Pian di Meleto (1460-1529), assistente della bottega di suo padre Giovanni Santi.  Ma quel che c’è a Capodimonte è in realtà solo un frammento di un’opera più grande: la Pala Baronci, realizzata per la chiesa di Sant’Agostino a Città di Castello. Chiamata anche Pala del Beato Nicola da Tolentino, l’opera – che comprendeva anche scene di vita e miracoli del suddetto Beato – venne gravemente danneggiata da un terremoto nel 1789 e sezionata. Alcuni pezzi andarono smarriti, altri dipersi tra varie destinazioni: a Detroit ci sono gli imperdibili San Nicola da Tolentino resuscita due colombe e San Nicola da Tolentino soccorre un ragazzo che annega, a Brescia e al Louvre due angeli, a Pisa San Nicola da Tolentino e gli impiccati.

Così, a Napoli rimane questa parte del puzzle, dove il Padreterno e la Madonna tengono in mano due corone, mentre una terza si sporge dal nulla in basso a destra (doveva essere retta da Sant’Agostino). Il Creatore dell’Universo, la Madre del Salvatore e un illustre teologo ci si mettono in tre, quindi, per incoronare Nicola da Tolentino. Cosa difficile da visualizzare, a meno che l’illustre agostiniano (al secolo Nicola di Compagnone, 1245 – 1305) non fosse dotato di tre teste come Cerbero, o non le intendesse tenere in equilibrio una sopra l’altra (è un miracolo anche questo). Quando abbiamo visto il quadro, però, questi dettagli non li sapevamo, e siamo rimasti stupiti e affascinati dalle espressioni facciali del Padreterno, della Madonna e dei quattro Cherubini. A parte il cherubino più vicino a Maria, quello in basso a sinistra, che socchiude la bocca e sgrana gli occhi in segno di stupore, gli altri personaggi, se li guardate bene, ci dicono tutt’altro. Due cherubini sembrano letteralmente schifati, un terzo depresso. La Madonna guarda nel vuoto come a dire facciamo in fretta che ci ho di meglio da fare, e il Padreterno chiude gli occhi e storce la bocca, sembra stia pensando ma chi me l’ha fatto fare.

Mi sono chiesta, confrontandomi anche con mio marito: forse siamo noi postmoderni che non riusciamo più a decifrare il lunguaggio della pittura di secoli fa? Forse nella fisiognomica di allora, dove noi leggiamo noia e schifo, allora si leggeva serietà e compunzione? Come quei quadri di Santi e Sante in estasi che ora ci paiono sotto l’effetto di metanfetamine ma allora avevano sicuramente una connotazione mistica? Gli esperti d’arte attribuiscono a Raffaello il volto della Vergine, e quello dell’Eterno al più anziano – ma sicuramente meno raffinato – Evangelista, il che può spiegare qualcosa, ma non tutto. O – chissà – la noia che traspare dal volto del Padre è un messaggio volontario di Evangelista da Pian di Meleto, che ha trasmesso ai posteri il proprio stato d’animo. Forse i rapporti in bottega non erano poi così idilliaci e l’esperto assistente non gradiva di dovere affiancare in posizione subordinata – con la prospettiva di essere soppiantato – il talentuoso rampollo diciassettenne del padrone, e ce l’ha fatto capire ritraendosi in quel Padreterno arrabbiato per essere stato distratto dal suo lavoro quotidiano (magari stava creando un buco nero), per andare a incoronare un agostiniano patito della verginità e dei panini.

(Per capire quest’ultima allusione, andatevi a vedere su Wikipedia la biografia di Nicola da Tolentino)…

https://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_da_Tolentino